Ogni altra vita

Paolo Di Stefano

C’è chi vende uova dopo la guerra e chi usa la stoffa dei paracadute per cucire gonne. Chi fugge dall’Italia per fare fortuna all’estero e chi se ne va per scampare a un padrino violento. Ci sono donne che si buttano con l’elastico dai ponti e ragazzi che cadono da una finestra per non rialzarsi più. Partigiani e sarte, minatori e cameriere, maestri di scuola. Madri, padri, figli, figlie. E poi c’è uno scrittore, Paolo Di Stefano, che legge i diari o ascolta le parole di questi italiani non illustri – forse assurti agli onori o ai disonori della cronaca per lo spazio breve di un’indignazione, ma poi subito dimenticati – e restituisce loro la voce che avevano smarrito, o di cui erano stati privati. Dalla Sicilia arcaica e petrosa delle guerre mondiali alla Milano grigia ma bella di oggi, Di Stefano racconta di innamoramenti e matrimoni, di bombe che cadono dal cielo e di battaglie che si combattono in famiglia; di litigi, incomprensioni, rotture; di piccole rivincite e grandi rivoluzioni del costume. Il ventennio fascista, gli anni sessanta e settanta delle proteste studentesche, e poi i decenni a noi più vicini, quelli in cui la Storia si fa storia, cronaca o memoria commossa di chi c’era e ricorda chi invece non c’è più. Con la grazia lieve e limpida che da sempre caratterizza la sua scrittura, Di Stefano scova in ogni minuta vicenda personale quel frammento di universalità che a ogni pagina ci fa riconoscere nei suoi protagonisti – e in lui stesso, perché è la sua voce ad armonizzare le altre, creando un epos dell’Italia contemporanea che illumina il genius loci inconfondibile di questo nostro paese, a cui non si smette mai di tornare.

Recensione

di Daniele Cuffaro

Pubblicato il 10/08/2015

       Questa voce sentiva / gemere in una capra solitaria.

       In una capra dal viso semita / sentiva querelarsi ogni altro male, / ogni altra vita.

             (Umberto Saba)

 

Ogni altra vita (Il Saggiatore 2015) potrebbe essere riassunto come un insieme di voci che si susseguono fino a creare una veduta d’insieme sui cambiamenti sociali intercorsi nell’arco di un secolo in Italia. L’ultima opera dello scrittore italiano Paolo Di Stefano è una storia corale, quella degli «italiani non illustri» che – oltre ad un rimando a Giuseppe Pontiggia – permette di entrare nella grande Storia attraverso piccoli incroci, tenuti assieme da un delicato filo rosso autobiografico.

La storia del padre dell’autore è l’elemento accomunante che incornicia i racconti e permette al lettore di avvicinarsi alle vicende di diverse persone. Ci si renderà ben presto conto che la storia di Di Stefano non è molto diversa da quella degli altri. Anche per questo motivo la voce di chi riporta le storie non si discosta dai personaggi e, anzi, si sente molto partecipe al loro destino. Un alto grado di empatia che prende corpo attraverso gli appigli della memoria e l’autenticità delle vicende narrate.

Alla base vi è infatti la capacità della gente comune di raccontare sé stessa, sommata all’attitudine del narratore di stare ad ascoltare. «Mi piace ascoltare. Starei ore ad ascoltare la gente che parla. Quello che più mi piace, adesso, è stare ad ascoltare i ricordi di quando mio padre era giovane. Colgo tutte le occasioni, butto là domande… e mi accontento di piccoli flash di allegria o di dolore, niente di più» (p. 208). I flash che Di Stefano porta in questa opera sono talora tragici, talvolta ironici e avvolti d’ingenuità, ma pure pieni di amore e di fatica.

Il libro si apre con le vicende e la vita di Adriano Arrabito, venditore di uova di Scicli e padre di Carmelo, che «a Lugano sarebbe diventato amico di un avolese, Giovanni Di Stefano», il padre dello scrittore. Dopodiché troviamo ad esempio la storia di Glauco e Clelia. Lui comunista, lei dalla parte del Duce, i due si sposarono senza mai più lasciarsi. Una situazione che richiama quella dell’Italia che pur divisa sulle questioni politiche, trova la sua essenza nella cerchia familiare: «la vera guerra mondiale di mio padre è in famiglia, contro suo padre, un pastore che ad Avola governa qualche centinaio di pecore, e che appena può le lascia al garzone e corre dietro alle donne o sono le donne che corrono dietro a lui» (p. 67).

Con il passare dei racconti il lettore prende coscienza dei piccoli mutamenti avvenuti e si rende conto di quanto ci si sia distanziati dalle priorità e le necessità dei nostri avi. L’ultimo dei diciassette profili è quello di Veronica, che praticando il bungee jumping «ha imparato l’arte dell’incoscienza gettandosi dal ponte Valgadena, nello stesso altipiano dei Sette Comuni in cui – quasi cent’anni fa – il venditore di uova di Scicli, Arianu Arrabito, aveva fatto la sua guerra, pensando alla ‹adurata mamma›» (p. 252).

Il punto di partenza e d’arrivo resta dunque la Sicilia, anche se i racconti arrivano a fotografare scene ticinesi, del Nord Italia, come pure quelle tremende dei minatori emigrati in Belgio. La componente storica mantiene un ruolo centrale, così come le inflessioni siciliane che vanno ad immortalare gli avvenimenti tramandati. Una maniera di scrivere già rilevabile in precedenti lavori di Di Stefano e che anche in Ogni altra vita si rivela essere una tecnica capace di dare ritmo e unità al testo. L’italiano connotato dal dialetto, da una lingua appena scolarizzata o dall’analfabetismo, nulla tolgono all’eloquenza con cui viene a galla la dignità delle persone.

«Papa e Mamma sempre maiuscoli, come nelle lettere che mio padre scriveva dalla Svizzera ai suoi genitori in Sicilia. Le sue sono pagine senza accenti, e spesso senza spazi bianchi tra le parole e ancora più spesso senza punteggiatura, solo punti fermi seminati qua e là. La grammatica non è il suo forte, l’espressività e il racconto sì» (p. 96).

Un’autenticità che tramite uno sguardo cronachistico e uno stile romanzesco invoglia a tendere le orecchie, senza preclusione. «Bisognerebbe parlare, stare ad ascoltare, avere pazienza, tempo, fermarsi, e invece si cammina veloci a piccoli passi, in una sola giornata si sfiorano tante di quelle vite ignote, indaffarate, migliaia di vite» (p. 51).

In Ogni altra vita Paolo Di Stefano ha deciso di fermarsi, di rallentare. Ha scelto di entrare e uscire dalle vite degli altri per ritrovarsi infine nella propria che, presumibilmente, è anche la nostra.