La mappa per Pétur

Fabio Contestabile

Un viaggio – o una passeggiata – fra ricordi d’infanzia, riflessioni sul presente, paesaggi mentali e insieme reali. Questo ci offre l’originale, inconsueto libro di Fabio Contestabile, autore finora solo di testi poetici e dunque alla sua prima prova con altri strumenti espressivi. Ma c’è di più: l’autore, che ha compiuto studi di linguistica storica e storica comparata, ci parla anche delle parole in cui prendono forma i suoi (e i nostri) ricordi e il suo (e il nostro) presente, ci invita a seguirne la storia, a scavare nel loro formarsi come strumento di comunicazione e identità culturale. E poi c’è lo spazio, la strana mappa che viene via via disegnando sul filo dei pensieri o nei silenzi dei pomeriggi trascorsi in compagnia dell’enigmatico Pétur. Testo complesso, dai continui rimandi fra le diverse sue componenti; testo per lettori raffinati e curiosi alla ricerca di nuove geografie della narrazione. Il tutto non senza qualche spunto polemico o momento che induce al sorriso.

(dal risvolto di copertina)

Il personale elogio alla parola di Fabio Contestabile

di Alessia Peterhans

Pubblicato il 01/12/2015

Il titolo del primo libro in prosa di Fabio Contestabile, La mappa per Pétur, sembra voler suscitare la domanda: dov’è Pétur? Dove sia, e non chi sia, ci si chiede, forse a causa del suono leggermente esotico del nome, oppure perché alla parola “mappa” si associa spontaneamente il concetto di luogo. Ma per definizione la mappa, ossia la trasposizione di un’area geografica su un supporto bidimensionale, non ha il compito di indicare un percorso da un punto A ad un punto B: funge invece da strumento, o visione d’insieme, sul quale i percorsi tracciabili sono numerosi se non infiniti. Come una mappa funziona il libro di Contestabile: non si tratta infatti di una storia con una struttura lineare e la narrazione si evolve in direzioni spesso imprevedibili. Il risultato è una cartografia fuori dal comune in quanto include non solo spazi lontani tra di loro (Svizzera e Islanda) ma anche diversi tempi (passato e presente), lingue (dialetto, italiano, islandese, …), toni e registri.

Il libro è suddiviso in dieci capitoli nei quali l’io narrante racconta la storia della propria amicizia con il silenzioso vicino di casa, l’ex marinaio islandese Pétur. Egli vive da molti anni in Ticino e il progressivo conoscersi tra i due porta con sé l’inizio di uno scambio di ricordi. Le riflessioni sul passato risvegliano nel narratore la necessità di rielaborare l’infanzia e di rappresentarla in una sorta di mappa personale (“la mia geografia”, la definisce a p. 38) sulla quale situare i luoghi, ma anche le parole, del proprio passato. Potrebbe sembrare questa la trama di un romanzo, ma per diversi aspetti il libro si sottrae alla possibilità di essere categorizzato in un genere letterario definito. Questa caratteristica è riconoscibile anche nell’indice, diverso da quelli a cui è abituato il lettore di romanzi in quanto ciascun capitolo termina con una sorta di sottocapitolo, dedicato di volta in volta ad una diversa componente della mappa, come ad esempio la strada, il cimitero o i confini.

Altra caratteristica peculiare del libro è l’inserimento da parte dell’autore di paragrafi distinguibili dal resto del testo sia per la formattazione (in italico e definiti da un rientro a destra e a sinistra) sia per il contenuto e l’approccio: si tratta di excursus storico-linguistici con l’intento di approfondire l’etimologia di alcune parole legate ai temi trattati. L’importanza data alle parole, siano esse generiche (come “mare”) o legate ad un ricordo specifico dell’io narrante (come “Sementi”, cognome di una famiglia del paese dove è cresciuto), diventa in questo modo visibile nel testo in quanto viene concesso loro dello spazio, non solo in senso figurato. Inoltre sembrano essere proprio le parole a suggerire possibili percorsi sulla mappa per Pétur: a livello della narrazione esse fungono da filo conduttore. L’ordine seguito non è dunque quello cronologico, bensì quello dato dall’associazione mentale tra le parole, e al lettore viene chiesto di essere curioso, di assecondare il narratore e seguirlo nel percorso da lui indicato. Ad esempio, nel corso di una riflessione sulla propria educazione, l’io narrante racconta l’episodio di quando, da ragazzino, domanda ai genitori “Ma io, sono bravo?” (p. 161). Da adulto ricorda l’accaduto, sente il bisogno di comprendere appieno il concetto di “bravo” e nel paragrafo immediatamente successivo, con le caratteristiche tipografiche descritte sopra, ne spiega l’origine. La digressione lo spinge a proseguire la riflessione e quest’ultima finisce per tingersi leggermente di amaro. L’io narrante comprende solo ora, da adulto, l’incoerenza del concetto di “fare il bravo”. Incoerenza visibile ad esempio, ne “la pretesa [dei genitori] di sentirsi rispondere ‘sì mamma, no mamma’: loro, però, dicevano ahè!” (p. 164).

Viene da chiedersi se il libro possa essere considerato un’autobiografia e se quindi l’io narrante corrisponda all’autore stesso: in comune hanno certamente la passione per le parole, riconoscibile sia nell’approccio storico-linguistico sia nell’evidente affetto per la loro poeticità. Lo spazio, il tempo e la soggettività della percezione sono temi cari a Contestabile: l’idea di una geografia tutta personale è percepibile ad esempio nella sua poesia Una sera: “per sfiorare i luoghi / amati, forse vissuti, forse / sfuggiti alla geografia ordinata / del tempo scandito” (Spazi e Tempi, Manni, 2011). Tuttavia la possibilità di una perfetta identità tra narratore e autore non viene suggerita dal testo, almeno non in modo esplicito: l’io narrante non dichiara il suo nome se non nella lingua farfallina (“di-fi-co-fo che-fe mi-fi chia-fa-mo-fo fa-fa-bio-fo”, p. 185). Così come il racconto e la rielaborazione del passato non riportano mai una visione obiettiva, allo stesso modo la mappa è solo una rappresentazione quindi, per definizione, un adattamento del reale. Più che un tentativo di raccontare una vita La mappa per Pétur è quindi l’esplorazione delle innumerevoli possibilità della lingua quale mezzo di riflessione ma anche e soprattutto di condivisione. Lo utilizza l’io narrante per raccontare la propria infanzia a Pétur e al contempo lo utilizza l’autore: condivide così col lettore il suo personale elogio alla parola.