Sono il fratello di XX

Fleur Jaeggy

A un certo punto di questi racconti si parla di una «calma violenta» – e subito si riconosce il timbro e il passo di una scrittrice per cui l’ossimoro è come l’aria che respira, quasi un segno di riconoscimento, fin dal titolo del suo romanzo più famoso, I beati anni del castigo. Del quale Iosif Brodskij scrisse: «Durata della lettura: circa quattro ore. Durata del ricordo, come per l’au­trice, il resto della vita». Non diverso l’ef­fetto di queste storie, talvolta di una brevità lancinante, talvolta dense come un romanzo. Mescolando all’estro fantastico frammenti di ricordi e apparizioni, amalgamati in uno stile dove domina quello che gli etologi chiamano Übersprung, «di­versione»: quello scarto laterale, apparentemente fuori contesto, che è un segreto ancora insondato del comportamento. E, come si mostra qui, della letteratura.

(Risvolto di copertina)

Recensione

di Sandra Clerc

Pubblicato il 18/12/2014

A dare il titolo all’ultima raccolta di Fleur Jaeggy è il racconto d’apertura, Sono il fratello di XX, che è anche decisamente il più lungo: le sue 15 pagine raddoppiano l’estensione massima raggiunta dagli altri. Il racconto L’ultimo della stirpe è stato pubblicato come inedito in «Viceversa letteratura» 4 (2010), ed era già apparso nel 1997 sul programma dell’Associazione Orchestra Filarmonica della Scala. In 129 pagine l’autrice ci offre venti narrazioni (e chissà che le due ‘x’ presenti nel titolo non vogliano alludere anche al loro numero). Sono testi brevi, talvolta brevissimi – come nel caso dell’unica pagina che racchiude La stanza asettica –, ma di una densità altissima. Non c’è spazio per il dialogo, nei racconti di Fleur Jaeggy; i rari discorsi diretti riportati nel testo rimangono senza risposta. Forse perché i personaggi di questi racconti sono irrimediabilmente soli, e alle loro voci si mescolano soltanto quelle dei morti. I fantasmi accompagnano i vivi, l’ombra spesso oscura e opprimente degli antenati, presenti nei ritratti sui muri, impedisce loro di trovare conforto e di avvicinarsi agli altri. I rapporti famigliari, soprattutto tra madri e figli e tra fratelli, sono difficili, innaturali. Le personalità spesso si sdoppiano: fratelli e sorelle – e l’alternanza tra maschile e femminile si ritrova anche nella voce narrante di alcuni racconti –, gemelli separati dalla morte che sentono inspiegabilmente la presenza dell’altro, figli orfani di madre che vengono quasi posseduti dal ricordo della defunta. La volontà altrui, lo sguardo degli altri penetra all’interno dei personaggi, guidandoli verso una vita di solitudine, silenzio e sofferenza. Il dolore è onnipresente, così come la morte:

Il dolore viene sempre in ritardo. A volte prima, perché si annuncia. Al dolore piace annunciarsi. Venendo a trovarti la notte, bucherellando la mente e lo stomaco e le vene di molestie, ferite, qualcosa di oscuro ci visita. Ma non sai ancora che cosa è.
[Sono il fratello di XX, p. 22]

Un dolore che si lega alla riflessione sulla morte, gli impulsi omicidi e il suicidio, per tentare di capire:

Il dolore che le ha causato suo figlio nell’aver scelto di morire un giorno di primavera era minore di quello che lei si aspettava. È contento così, disse. E quasi si sentiva lei stessa sollevata. Lei avrebbe voluto morire in quel modo. O forse avrebbe scelto un modo diverso. Ma quale? Il dolore si lasciava spingere via come un aquilone di carta e lei, la madre, dopo aver riflettuto sulle varie possibilità di morire, fu assolutamente d’accordo con il suo unico figlio, sulla scelta perfetta. Non poteva fare diversamente.
[La scelta perfetta, p. 117]

Al collo annodò un fazzoletto di pizzo. Sarebbe stato facile strangolarsi. Bastava stringere. È ridicolo con un fazzoletto di pizzo. Sarebbe stato facile morire. Tutte le soluzioni che gli venivano in mente erano degradanti.
[L’ultimo della stirpe, p. 36]

Ma, spesso, la comprensione è negata:

Perché ognuno crede che ci sia un perché, nei gesti o negli impulsi umani. Una ragione. Ma qualsiasi pretesto è invitante. Senza motivo. Furia, santità, noia.
[L’erede, pp. 56-57]

Con calibrati tratti di penna, frasi brevi e fulminanti e una punteggiatura semplice, Fleur Jaeggy traccia con precisione la descrizione di cose, paesaggi, persone e soprattutto stati d’animo. La paura, l’insonnia, gl’incubi di bambini e vecchi prendono vita sulle pagine di questa raccolta. Dietro ad alcuni temi presenti nei suoi racconti si riconoscono a volte le esperienze di vita dell’autrice: l’educazione in collegio, l’incontro con altri scrittori (Ingeborg Bachmann, Josif Brodskij) o con personaggi conosciuti attraverso persone a lei note (come la mistica del Duecento Angela da Foligno, studiata a lungo da Padre Giovanni Pozzi). I dettagli presenti in alcuni racconti collegano questi ultimi tra loro, facendo pensare a essi come tessere di un puzzle che il lettore è chiamato a unire o disgiungere per formare narrazioni più ampie e completare il significato dei vari tasselli, in una sorta di ‘macrotesto à la carte’ infinitamente componibile.

Rassegna stampa (selezione)

«Dà titolo alla raccolta il primo racconto. E da subito si entra in un luogo senza coordinate, definibile come una solitudine il cui spazio è deciso solo dal silenzio: un silenzio che prende «molto spazio». In questa geometria che rilutta alle leggi dello spazio e del tempo governano le cerimonie di vite che aspirano a imitare la morte, e di morti che perpetuano le litanie rituali della vita.» (Salvatore Silvano Nigro, «Il Sole 24 ore», 02.11.2014)

«Un libro di racconti (Sono il fratello di XX) viene a riproporci la scrittura severa ed esigente di Fleur Jaeggy, che non trova equivalenti sulla nostra scena letteraria. Il racconto che presta il titolo alla raccolta è per più versi illuminante. C’è un uomo che si dichiara vittima di un estremo disagio esistenziale. […] Ci addentriamo con questo in un mondo abitato dall’infelicità che sfocia nella nevrosi, nell’abulia, nell’aggressività. Le agiate esistenze borghesi nascondono inferni quotidiani, quieti o terrificanti. […] Le vicende si svolgono per lo più nella Svizzera dove l’autrice è nata, in una luce nordica, esatta e tagliente come un giudizio.» (Lorenzo Mondo, «Tuttolibri», 08.11.2014)

«[…] tra i suoi libri Sono il fratello di XX appare il più disarmato e scoperto, il meno impenetrabile allo sguardo. Non cambia il paesaggio ghiacciato, la luce tagliente e innaturale in cui ci troviamo immersi, ma il vento che lo attraversa porta con sé oltre alla neve altri detriti, e radici e semi.» (Margherita Ghilardi, «Alias», 09.11.2014)