Monte Rosa

Marco Fantuzzi

Una generazione di insegnanti post-sessantottini si illude di poter rifare il mondo daccapo. Si ingegna quindi nel trovare soluzioni più o meno felici per uscire dal circolo vizioso della scuola. C’è chi apre un negozio di articoli sportivi, chi un’agenzia viaggi, chi riesce ad andarsene grazie a un matrimonio ben congegnato. Ma non mancano fallimenti e insuccessi anche drammatici.
Lo stile del romanzo tiene incollato il lettore per il suo intreccio sorprendente e la carica di ironia che strappa più di una volta il sorriso. Traspare l’ambientazione padano-insubrica anche nell’uso del gergo lombardo, soprattutto nei dialoghi.

Recensione

di Daniele Cuffaro

Pubblicato il 28/11/2014

Classe 1946, Marco Fantuzzi ha studiato lettere italiane a Firenze e Friburgo, dove è stato assistente del professor Giovanni Pozzi. Oltre al lavoro in ambito letterario, Fantuzzi ha svolto attività didattica nelle scuole secondarie ticinesi ed è stato molto attivo nel mondo della traduzione, fino a diventare titolare della cattedra di Traduzione e interpretazione presso l’Università di Ginevra dal 1983 al 2007. Pur non trovandoci di fronte ad un racconto autobiografico, diversi elementi del curriculum dell’autore fanno capolino anche nella vita di Pierluigi Cazzaniga, insegnante alla scuola «Giuseppe Mazzini» e protagonista di Monte Rosa (Roma, Armando Curcio).

Il romanzo include una moltitudine di eventi sorprendenti che si profilano con apparente leggerezza all’ombra del Monte Rosa, inconsapevole punto di riferimento onnipresente nel sobborgo. Il Piazzale Monte Rosa, il lido Monte Rosa, l’Antica Osteria dell’Asino al Monte Rosa, la società Monte Rosa Services o i Viaggi Monte Rosa, testimoniano come il massiccio accompagni gli abitanti del paese nel loro quotidiano. Pierluigi Cazzaniga, così come la quasi totalità degli interpreti di Monte Rosa, è un docente nel pieno della sua vita. Mancato pilota, all’insegnamento ammette di esserci arrivato per esclusione e, addentrandosi nel romanzo, si intuisce come alla «Giuseppe Mazzini» gli insegnanti per vocazione siano delle mosche bianche. Chi più chi meno, ogni docente vuole lasciare le aule scolastiche. L’obiettivo di tutti è quello di ritagliarsi una posizione che corrisponda alle proprie esigenze personali e garantisca una certa tranquillità esistenziale.
Le vicende narrate, divertenti e zeppe di ironia, si svolgono nel Nord Italia sul finire degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Manca una datazione chiara, ma il riecheggiare di nomi come Bettega, Pulici e Altobelli alla ricevitoria del Totocalcio o il paragone tra la Ritmo 65 CL di terza mano di Cazzaniga e la nuova Saab 900 Turbo Sedan di suo cugino sono dettagli che offrono una cornice ben precisa alla storia. In aggiunta a ciò, permettono al narratore di stabilire continui rimandi tra l’«oggi» e l’«allora» attraverso confronti diretti dal retrogusto più critico che nostalgico. Un paesaggio a ben vedere già in trasformazione nel presente della vicenda, come si evince dai pensieri mattutini dello stesso Cazzaniga che, al volante della sua auto, commenta i tanti fabbricati sorti ai lati della strada. Il percorso casa-scuola diventa così l’occasione per riflettere sull’evoluzione della società.
L’autore non va a scavare nelle personalità dei singoli personaggi, ma ci mostra come sia il chiacchiericcio a condizionarne le mosse e a dirottarne i pensieri in maniera esilarante. In un paese in cui il gossip è strumento per carpire informazioni, la reputazione di una persona viene influenzata dalle dinamiche del pettegolezzo. Ogni figura del romanzo sembra esserne al corrente e questo induce a superare facilmente il limite della manipolazione della realtà. Un lato senz'altro sorprendente che mostra tutta la sua portata dopo una sregolata cena tra colleghi a casa di Cazzaniga.
D’altro canto, uno dei motori del libro di Marco Fantuzzi è la componente caricaturale sprigionata attraverso le discrepanze tra apparenza e realtà. I tratti caratteristici dei singoli personaggi vengono abilmente stiracchiati, fino alla comparsa di risvolti comici e sarcastici. Pierluigi Cazzaniga, ad esempio, è per tutta la comunità un sindacalista dai saldissimi principi. Il lettore si accorge però ben presto che questi principi oscillano a contatto con le tentazioni oppure diventano una scialuppa per smarcarsi da qualcosa che Cazzaniga non ha intenzione di fare, sia pure un eventuale invito a ballare:

Con il Pierluigi poi, peggio che andar di notte: «Io non ballo!», aveva subito messo le mani avanti. Per lui, invece, era una questione di principio, una delle sue espressioni favorite. Perfetta in ogni situazione. Con gli allievi della «Giuseppe Mazzini», come pure nei consigli di classe e le riunioni di Istituto. Risolutiva nelle discussioni in sezione o durante le trattative sindacali. Ottima anche per comizi e discorsi in pubblico.
Se il Pierluigi non ballava, era per una questione di principio. Il principio che il ballo è una delle più evidenti manifestazioni di decadenza della società borghese degenerata e in via di disfacimento. Un chiaro simbolo della corruzione morale dell’occidente capitalista e imperialista. Nonché, una forma di oppio dei popoli. […] Lui non aveva dichiarato così chiaramente questa sua coerente posizione di principio, ma la Borromeo aveva intuito lo stesso che, dietro quel diniego, doveva esserci qualcosa del genere. Perciò non lo aveva considerato un gesto di scortesia.

Il linguaggio preciso e ironico di Fantuzzi permette al romanzo di avanzare in maniera spedita attraverso una piacevole sintassi discorsiva. Iperboli e sentenze sono abilmente amalgamate in una comunicazione schietta e senza filtri. Peccato, all’interno dei discorsi diretti, per le espressioni dialettali frequentemente reiterate in italiano. Un aspetto che più del merito di chiarire l’espressione regionale, ha il demerito di spezzare la spontaneità e il ritmo del racconto. Altrimenti, la struttura narrativa ben supporta le continue e ingegnose soluzioni pensate dai personaggi per rilanciare la loro vita. L’aria del Monte Rosa, un po’ come i saldi principi di Cazzaniga, tranquillizza e nel contempo anima i personaggi lungo le diverse vie di fuga intraprese per allontanarsi dalla condizione in cui si trovano. Quali siano e come esattamente prendano corpo, lo lasciamo scoprire al lettore.

Nota critica

Monte Rosa è il primo romanzo di Marco Fantuzzi. La storia vede come protagonista Pierluigi Cazzaniga, un docente senza vocazione del Nord Italia che, come i suoi colleghi, ambisce a un futuro lontano dalle aule scolastiche. I protagonisti della vicenda se ne stanno assorti ognuno nei propri pensieri, attentissimi a non farsi sfuggire le mosse degli altri. Tra congetture idealistiche, timori, spensieratezza e cruda realtà, si susseguono avventure esilaranti narrate ironicamente tramite una scrittura precisa e ben cadenzata. (dc)

Rassegna stampa (selezione)

«un romanzo, scritto per amore dello scrivere e, cosa che non guasta, per divertimento, mettendo nel racconto una buona dose di ironia e autoironia. […] Il protagonista principale, Pierluigi Cazzaniga, è un insegnante con grandi ideali politici e sindacali, finito suo malgrado in una scuola di provincia dove incappa in colleghi e colleghe, ognuno con una storia da vivere. […] Nella scuola convivono due tipi di insegnanti: quelli “veri” e quelli che sono lì perché devono sbarcare il lunario, spesso alla ricerca di una via di fuga che permetta loro di cambiar vita prima che sia troppo tardi» (Marco Horat, «La Regione Ticino», 09.07.2014)

«Il frontespizio non lo dice, e anche questa mancata indicazione avrà la sua importanza, nel giudicare il rapporto che si instaura tra storia e invenzione in questa lombardissima vicenda, ma si tratta di un romanzo […]. L’autore è nato nel Cantone Ticino e ha operato soprattutto nella Svizzera sovranazionale di Ginevra. Ma lo spostamento geografico del romanzo, che garantisce riferimenti geografici e linguistici prima padani che ticinesi (o ticinesi solo in quanto padani), fa sì che questo sia senz’altro, a mia conoscenza, il primo romanzo davvero “italiano” di un ticinese: una bella novità, una salutare rottura con una tradizione che per forza di cose tende a isolare la pur ricca e varia narrativa della Svizzera italiana dal contesto referenziale della letteratura nazionale italiana» (Alessandro Martini, «L’Indice», settembre 2014)