Argéman

Fabio Pusterla

Argéman: sono lingue di neve perenni annidate in certi anfratti di montagna. Iris argeman è un fiore purpureo del deserto. Nahal Argeman è un villaggio in Palestina, che dalle alture guarda il Giordano. Intorno, terra bruciata, muri che chiudono territori feriti. Sono richiami lontanissimi, neve alpina e sabbia orientale, passaggi stringenti. Piccole porte dove si affacciano volti e paure, domande che lacerano. [...] La voce del poeta viaggia a ritroso, contro la corrente, verso la sorgente, per reinventare il suo dovere di memoria; perché nel dialogo profondo e muto tra la poesia e i suoi lettori, ha ricordato Pusterla ricevendo il Premio Napoli, in questo riconoscerci uguali davanti al mistero della bellezza, risiede forse la nostra estrema possibilità di strapparci alla pura biologia, alla pura causalità, alle forze cieche.

(Dalla presentazione del libro)

Un cammino che continua tuttavia: sette domande a Fabio Pusterla

di Yari Bernasconi

Pubblicato il 01/04/2015

Fabio Pusterla, comincerei dal titolo, Argéman. Non tanto per spiegare – come fanno puntualmente la quarta di copertina e le note in coda al libro – l’origine, la polivalenza e le connessioni “inattese” di questo «termine dialettale di origine misteriosa»; ma piuttosto per capire le ragioni che hanno portato a questo titolo. Una scelta coraggiosa e forse provocatoria, che si carica di significato se indagata, ma che rimane vuota per chiunque si limiti a un’occhiata fugace e superficiale. Cosa ti ci ha portato? Quali convinzioni? E più in generale, nella preparazione di un libro, come ti avvicini a un titolo?

Quasi sempre, in passato, i titoli sono arrivati, talora faticosamente, a lavoro pressoché concluso: c’erano i testi, le poesie, c’era la sensazione che il percorso di scrittura si fosse ormai compiuto. E allora l’invenzione del titolo poteva significare la presa di coscienza appunto di quel percorso, che ora veniva riconosciuto e nominato. È andata così, tanti anni fa, con Concessione all’inverno, poi con quasi tutti i libri successivi, e ancora con Corpo stellare. L’unica eccezione era stata, finora, Bocksten, titolo più o meno chiaro già in corso d’opera. E ora, con Argéman, è successo di nuovo. L’incontro con questa parola, alcuni anni or sono, è stato particolarmente importante, per me; ne è nata, prima, una poesia, e poco dopo la convinzione che un giorno, se le cose che andavo scrivendo si fossero mai composte in libro, quello avrebbe potuto e dovuto essere il titolo giusto; perché in quella parola, nei suoi molteplici significati ma anche nelle sonorità che la compongono e nel suo aspetto “argenteo e misterioso”, per così dire, mi pareva di cogliere il coagulo dello stato d’animo contraddittorio con cui ho convissuto in questo periodo, e di cui il libro ora è espressione. Dico “stato d’animo”, e questo fa subito pensare a una questione privata e soggettiva; ma intendo anche dire “stato delle cose”, “stato del mondo”. L’essere nel mondo che questo libro prova ad esprimere mi pareva, e continua a parermi, esattamente pronunciato dalla parola argéman e nella sua contraddittoria significazione.

Mi sembra significativa questa tua ultima precisazione, e il timore (esagero un po’) che si possa limitare la tua considerazione a una «questione privata e soggettiva». Mi ricorda una parentesi in coda a un testo di Argéman: «No. No cari, / questa non è soltanto una faccenda privata». Vi leggo un invito a confrontarsi con la realtà e a prendersi le proprie responsabilità. E mi sembra un punto cruciale. Sei d’accordo?

Credo di sì. Quello che forse volevo esprimere, con quella chiusa piuttosto fortiniana, è che non credo di accontentarmi di un discorso privato e intimistico; certo, quello che scrivo nasce dall’esperienza concreta, e per forza di cose soggettiva, però di quell’esperienza concreta provo a scrivere soprattutto ciò che mi pare avere una valenza più ampia. In questo senso, lo “stato d’animo” non è affatto una questione privata, o non è soltanto questo; nelle nostre sensazioni, nelle nostre condizioni esistenziali e emotive si deposita lo stato del mondo, il modo di essere che ci è imposto o concesso o sottratto, e nel quale noi ci arrendiamo o ci ribelliamo.

Argéman è un libro imponente, di oltre 220 pagine. Mi sembra un dato interessante per una raccolta di poesie, senza dimenticare che pure Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010) è stato un libro corposo, oltre le duecento pagine. Questa volta, però, la costruzione e le sezioni sembrano meno bilanciate rispetto al passato, come se intervenissero altre (più urgenti?) forze, come se lo «stato delle cose» o «stato del mondo» di cui dicevi nella risposta precedente imponessero qualcosa di diverso: una presa di posizione più schietta, una diversa economia testuale. Soprattutto nella prima parte – ed è un aspetto che è stato sollevato in diverse recensioni, con giudizi curiosamente discordanti – convergono espressioni, sensazioni vicine all’insofferenza e forse risentimenti in assenza o quasi di mediazione (le Rappresentazioni del signor nessuno, l’«insegnante cattiva», gli «yacht lussuosi dei ladri»...). E ancora una «fiducia nell’assurdo» dichiarata sin dal primo testo della raccolta e talvolta febbrile (si moltiplicano i punti di domanda, retorici e non). Sempre in uno dei primi testi, del resto, si dichiara: «purtroppo io sono uno che annota / principalmente dei versi, / cose strane che incontro sul cammino, / affioramenti di voce che non so / quasi mai dove portino». Come ti spieghi, a diversi mesi dall’uscita del libro, questi aspetti o considerazioni?

Non sono sicuro né di poter spiegare tutto, né di essere completamente d’accordo con ciò che questa domanda sembra suggerire. I testi della prima parte del libro sono, spesso, testi piuttosto aspri, che prendono di petto qualche frammento di realtà. Questo significa una «assenza o quasi di mediazione»? Se questa espressione indica il peso più aspro del reale, la sua incombenza minacciosa e a volte distruttiva (cioè uno dei due principali significati dell’argéman), va bene, è così; ed è così per precisa volontà compositiva, perché mi pareva necessario utilizzare in questa apertura dei toni più cupi e più stridenti, che meglio facessero poi risaltare il seguito, di natura diversa. Se invece vuole suggerire una specie di scrittura istintuale, uno sfogo emotivo o ideologico, non sono affatto d’accordo; queste poesie, anche quando lavorano con spezzoni di realtà bruta e/o sgradevole, sono nate lentamente, come tutte le altre; possono prendere le mosse dall’irritazione o dallo sdegno, ma successivamente le parole, le immagini e i ritmi sono passati al setaccio e ricomposti, in un linguaggio e in uno stile che ha determinate caratteristiche e genealogie (che ora non spiegherò, ma che chi si occupa di poesia potrà ritrovare senza troppe difficoltà. Per esempio, i versi che tu ricordi, con quell’idea di annotare «cose strane che incontro sul cammino» sono naturalmente un dialogo a distanza con un canto del Purgatorio di Dante di particolare importanza proprio in relaziona alla concezione della poesia). Certo, il linguaggio di alcune poesie si allontana volutamente dal registro “lirico” tradizionale e corrente. È esattamente ciò che volevo fare; e naturalmente non a tutti questo scarto è piaciuto, e qualche poesia ha persino provocato reazioni inviperite. È successo, per esempio, con A un’insegnante cattiva, che ha scatenato un’aspra e grottesca polemica nella scuola dove lavoro da tanti anni, addirittura con richieste (vane, almeno per ora) di misure disciplinari nei miei confronti; ed è successo, su un altro piano, con le Rappresentazioni del signor nessuno, di cui parleremo tra un istante. Mi hanno sorpreso, queste reazioni? Sì, parecchio; nel primo caso, per la loro rozzezza e malafede; ma soprattutto, in entrambe le situazioni, perché proprio non pensavo fosse più possibile che la poesia, e tanto meno quella che provo a scrivere io, potesse suscitare qualcosa del genere. Allora, se questo è capitato, vorrà dire che il linguaggio, il tono musicale di questa prima parte ha stupito, colpito, ferito, indignato; non voglio limitarmi a dire, retoricamente, che proprio questo mi pare un segnale interessante e positivo. Ma neppure posso evitare di riflettere su tutto ciò. E, visto che prima ho citato un mio libro giovanile, Bocksten, posso anche ricordare che già in quell’occasione, in modi e forme diverse, qualcosa del genere era capitato. Sarà una coincidenza?
Infine, la fiducia nell’assurdo e gli affioramenti di voce: non credo siano cose che appaiono qui per la prima volta. Tuttavia è vero che questi in questo periodo della mia vita le avverto con maggiore intensità; e torno a considerare con ammirazione le parole con cui Antonio Porta chiudeva la sua introduzione a una celebre antologia poetica da lui curata nel 1979: «Nei territori lasciati incolti da una ragione in crisi, dove “solo la follia cresce”, come ha detto Benjamin, occorre inoltrarsi con nuovi strumenti linguistici, e tra questi i più utili, i meno evasivi, sono anche quelli della poesia».

Mi permetto una domanda forse un po’ tendenziosa, che potrebbe però – credo – illuminare anche alcune parti di Argéman. La tua poesia ha sempre solcato sentieri “controvento”, con una preferenza per i luoghi e i soggetti esclusi, derelitti, corrotti. Essere oggi considerato – a giusto titolo e in modo praticamente unanime – come uno dei maggiori poeti di lingua italiana, festeggiato da premi e riconoscimenti, sollecitato da più parti e considerato dagli aspiranti scrittori come un modello, ebbene: in che modo influisce questa diversa e in parte nuova condizione sul tuo lavoro? Continuo a considerare centrale, per il disagio che attraversa il libro, un passaggio di Posto di frontiera: «Un tempo era tutto più difficile, / passare al primo colpo un miraggio [...] / Adesso forse mi vedono negli occhi / qualcosa di più riconoscibile: l’usura, o un’ombra dietro, / una stanchezza quasi comune, / un barlume d’armonia».

Io non riesco proprio a sentirmi a mio agio nella definizione che tu proponi, e che leggo anch’io scritta ogni tanto. “Uno dei maggiori poeti di lingua italiana”: certo, non mi dispiace sentirlo, questo no. Ma qualunque cosa significhino queste parole, esse vanno subito controbilanciate con altre parole più antiche, quelle che una volta mi diceva un amico fraterno, Francesco Scarabicchi, anch’egli oggi considerato “uno dei maggiori poeti di lingua italiana” eccetera eccetera. Mi diceva Francesco, quando entrambi dubitavamo di riuscire ad ottenere un po’ di attenzione, e quando soprattutto dubitavamo di noi, del nostro lavoro e delle nostre capacità: «vedi, Fabio, noi stiamo aspettando che qualcuno ci dia la patente; ma nessuno ce la darà mai». Dico questo sorridendo, e con la massima umiltà: non sto facendo professione di modestia, sono grato ai critici che mi onorano della loro attenzione, ai riconoscimenti che mi sono stati attribuiti, ai giovani che mi manifestano il loro interesse. Capisco di non poter sfuggire alla mia storia, che comincia ad essere lunga e impegnativa, fatta di molti anni e di molti libri; sono lieto, e persino orgoglioso, di sentire che questa lunga storia ha prodotto qualche risultato non del tutto trascurabile. E ci sono anche dei momenti in cui riesco quasi a crederci. Ma più spesso dentro di me non riesco ad acquietarmi serenamente su questi veri o presunti allori; sento piuttosto, come fossero state pronunciate un attimo fa dal mio amico, quelle parole, quell’idea di “patente impossibile”. Allora, forse, le pronunciavamo con un sorta di disperazione, e certo con molto timore; oggi invece mi sembrano corrispondere bene a ciò che maggiormente mi attrae nella ricerca poetica: l’assenza di certezze, l’assenza di salvezza, l’assenza di piani di volo, e la conseguente necessità di convivere con l’inquietudine, il disorientamento e la costante ricerca di un nuovo orizzonte. Insomma, non ho l’impressione che premi e riconoscimenti abbiano toccato profondamente la realtà della scrittura: l’hanno incoraggiata e sorretta, non addomesticata. Continua invece a sembrarmi fondamentale un’altra cosa, e cioè la necessità di non fare il verso a se stessi, di non riscrivere lo stesso libro, insomma di rimanere vivi, finché è possibile. Ricordo con commozione profonda l’ultimo biglietto di Giorgio Orelli, che devo aver ricevuto poco prima della sua scomparsa, e che terminava così: «Che cosa posso dirti? Vivi, scrivi». Penso sia a partire da qui che provo a tener accesi la curiosità e il desiderio di battere nuove strade. Poi, certo, ho 58 anni; vuol dire che non sono più giovane da un pezzo, che certe cose sono cambiate, e che sento in me ogni tanto un po’ più di fatica, e forse soprattutto un po’ più di insofferenza. Ma questo è un altro discorso.

Non manca neppure mai la speranza, però, nei tuoi testi. Poco importa che sia paradossale o astratta, che sia – come citato sopra – «fiducia nell’assurdo». Vorrei chiederti perché, ma la risposta è già nel testo d’apertura: «Perché no? / [...] È una stagione strana, / imprevedibile». E poi, «se la luce torna, è più abbagliante», e i profumi sono «ancora possibili sperabili / persino nell’asfalto». Il tema della speranza è profondamente radicato nella tua poesia, e anche – mi pare – complesso, non di rado accompagnato dall’intangibile, da istinti misteriosi. Eppure luminoso, a modo suo, anche solo nella sua “possibilità di luce”. Come consideri questo tuo rapporto con la speranza? E che tipo di evoluzione ha vissuto, negli anni?

Ah, questa è una domanda difficile. È un argomento difficile, quello della speranza. Naturalmente, in principio c’è Leopardi, rispetto al quale è davvero difficile aggiungere qualcosa. Eppure: la ginestra del Vesuvio non contiene in sé, nel suo fiorire controcorrente, il principio speranza di Ernst Bloch? Quella ginestra, che appare là dove la vita sembrerebbe più improbabile, ci ricorda qualcosa, ci richiama a un dovere, ci suggerisce una possibilità: non di salvezza indivuale, ma di sorte collettiva. Recentemente ho riletto, dopo vent’anni, uno splendido saggio di Michael Walzer, Esodo e rivoluzione. Walzer indica nel racconto biblico dell’Esodo una sorta di archetipo di molti discorsi politici, di molti ideali politici, di molte prassi politiche. Ma osserva ad un certo punto che l’esodo, cioè il progetto di trasformazione della realtà, è possibile solo grazie ad una promessa iniziale: “l’Egitto non è tutto il mondo”. Vale a dire che siamo in grado di immaginare o di sperare un’altra forma di vita associata. Oggi, forse in modo più marcato rispetto a qualche decennio fa, sembra difficile dire che “l’Egitto non è tutto il mondo”; anzi, spesso temiamo di doverci arrendere di fronte alla dimensione unica e globale della realtà, di dover riconoscere a denti stretti che “l’Egitto è ovunque” e ci schiaccia. Eppure c’è la ginestra, il fulgore della ginestra. E siccome so bene che questa sembra un’immagine retorica un po’ troppo facile, provo a concretizzarla in qualcosa di diverso. La ginestra di Leopardi, come sappiamo, cresce sulle pendici del Vesuvio. Un po’ più a nord, nel Casertano, dove oggi si apre il triangolo mortale della Terra dei Fuochi (un testo di Argéman è ambientato proprio lì, dove mi hanno guidato alcuni amici, disperati e pieni di disperata speranza; e si intitola Terra di lavoro), nell’autunno del 1943 è passato Francesco Flora, un grande letterato italiano, in fuga dalla Roma di lì a poco occupata dai nazisti dopo l’8 settembre. Flora aveva già rifiutato una cattedra universitaria, per non doversi iscrivere all’aborrito Partito Fascista; ora era sceso fino al Casertano con mezzi di fortuna, treni sovraffollati e rischiosi, perquisizioni e controlli. E in una pausa, quando Napoli, la meta ultima del viaggio, sembra tanto vicina quanto distante e irraggiungibile, annota (lo si può leggere nel suo Viaggio di fortuna, apparso nel 1945, ristampato cinquant’anni dopo e oggi introvabile): «Ma io guardando un soldato tedesco dal volto accorato, penso che anche nella sua mente passi un pensiero che è nella mia: possibile che l’eredità di Caino, nella più stupida e più vile delle azioni, la guerra, debba per sempre durare come gli uomini? Fino a quando un gruppo di bruti, ai quali per umiliazione dell’umana superbia fu data la parola, predicherà la guerra e la provocherà contando che l’insidia trionfi in vittoria-lampo, la guerra sarà inevitabile tra gli uomini per difendere proprio quell’umano che i bruti vorrebbero spegnere. Ma i popoli sono pur passati dal cannibalismo ad altre men tragiche forme di cibo: così un giorno passeranno dalla guerra ad altra gara. So che i puri politici a queste speranze sorridono e forse commiserano la nostra ingenuità: se fosse stato per uomini della loro specie il mondo sarebbe ancora allo stadio dell’antropofagia».
Non è speranza questa? Speranza concreta, insieme soggettiva, disperatamente soggettiva, e collettiva, appassionatamente collettiva. Di nuovo, è evidente: nessuna salvezza. Ma neppure nessun cedimento, nessun compiacimento. Affermazione della coscienza, invece. Stiamo dentro un divenire, che è antropologico e politico, e salda l’io al noi. E poi: gli armadilli camminano, le libellule volano. E noi, cosa siamo capaci di fare, nei nostri giorni? 

Una delle parti della raccolta che più ha sorpreso il pubblico (soprattutto per lo scarto stilistico) sono i ventuno testi delle Rappresentazioni del signor nessuno. Spiega la nota in coda al libro: «apparse, anonime, sulla rivista “Ground Zero”, sono voci raccolte negli anni, di origine variegata, per lo più riferite a chi scrive». In particolare, il volume della rivista ticinese (uscito nel 2011) s’intitolava Persone e voleva considerarsi opera collettiva: per questo, i testi pubblicati non erano accompagnati dal nome del loro autore. Il tuo gesto, ora, è ancora più forte: cosa ti ha spinto a ripubblicare queste Rappresentazioni in Argéman?

In un certo senso ho forse già risposto a questa domanda. Le Rappresentazioni del signor nessuno rappresentano, lo so benissimo, un esito estremo di questa raccolta, il punto in cui l’asprezza di cui parlavo prima, il peso della realtà, persino la violenza verbale, si concentrano maggiormente, e sono in un certo senso abbandonati a se stessi, non inseriti in un discorso o in una rappresentazione, tanto meno sollevati verso un improbabile ideale. «Soltanto quel che è», scriveva cent’anni fa Camillo Sbarbaro in una poesia memorabile: proprio così. E appunto per questo, per il rischio che queste nude schegge verbali si assumono, ho pensato di inserirle in Argéman, già immaginando che non tutti avrebbero apprezzato questa apertura all’orrore quotidiano, alla mediocrità, persino al banale. Nella polemica che ha fatto seguito alla pubblicazione di questo testo su un blog, ho letto cose di ogni tipo, alcune entusiastiche, altre invece rabbiose e molto negative. Vorrei essere chiaro, su questo punto: proprio il costante dubbio di cui ragionavo poco fa mi spinge a considerare sempre seriamente le critiche; la critica, l’obiezione, la stroncatura, non sono cose che fanno piacere, naturalmente; ma, vinta la prima reazione infantile, un autore dovrebbe essere in grado di assumerle e considerarle con attenzione, e questo appunto provo di solito a fare. E dunque, se qualcuno ritiene, come tu suggerisci, che non tutte le componenti di Argèman siano ben bilanciate, io ci penso su. Ma in questo caso non si è trattato propriamente di una critica; piuttosto di una serie di reazioni irose e quasi isteriche, che si riassumono in fondo in una formula che davvero qualcuno ha usato: “non sarà mica poesia, questa qui!”. Ora, quando qualcuno sbotta in un’affermazione del genere, vuol dire che l’oggetto in questione, cioè l’oggetto artistico (posto che il suo autore goda di una ragionevole dose di credibilità, e non possa semplicemente essere considerato un velleitario imbecille), sta provocando, sta forzando delle regole d’uso, sta minacciando le abitudini e le convenzioni del linguaggio letterario usato nei salotti buoni. E che questo avvenga oggi, dopo almeno un secolo di sperimentazioni linguistiche d’ogni tipo, mi pare curioso; chissà, forse qualche lettore di poesia si è un po’ troppo serenamente convinto di certe cose, di un certo tipo di linguaggio inoffensivo, dimenticandosi di parecchie altre esperienze. Sì, io credo che anche la Rappresentazioni, come A un’insegnante cattiva, possano essere considerate un testo poetico; e se qualcuno si arrabbia per questo, e si chiede se una robaccia del genere è davvero poesia, per una volta io sono portato a sentirmi piuttosto contento di questa reazione negativa. E persino – magari ciò che sto per dire avrà qualche relazione con una delle domande precedenti – quasi sollevato. Finalmente, forse penso: finalmente qualcuno si arrabbia; perché ciò che le Rappresentazioni mettono a nudo a me pare di averlo già espresso altre volte, forse in forme meno estreme, più dissimulate. Ecco, adesso mi avete scoperto; o meglio, avete scoperto ciò che non volevate scoprire durante le vostre belle, appassionate letture. Sto esagerando con il sarcasmo? Un po’.

L’animale-simbolo di questa raccolta, dopo l’armadillo di Corpo stellare, è la libellula, a cui si rivolge una sorta di preghiera (all’interno di una sezione, Il volo della libellula, che è l’ultima del libro e forse la più pregnante): «Libellula gentile / vola / fatti veloce / lieve traversa i nembi / di chi più si dispera / e non ha voce, / portati svelta in vista, / azzurra chiama gli occhi / e gli stupori. / Giù nelle vite perse / nei solchi profondissimi di nero / tessi la tua conocchia luminosa, / deponi lo smeraldo di un’ipotesi, / di un’ala». Dove risuona Corpo stellare: «Precipita / tutte le volte che devi. Difendi le ali». Cosa avvicina la tua poesia – il cui bestiario, armadillo e libellula a parte, è densissimo – al mondo animale? Cosa nutre questo rapporto privilegiato?

La libellula, sì: il polo esattamente opposto al precedente, credo. Nella libellula, come già nell’armadillo, credo di vedere la leggerezza, l’allegria, la speranza, quel tanto di speranza che possiamo ancora preservare. E l’idea del volo, naturalmente, di questo volo strano e frenetico che è della libellula ma forse anche nostro, tra ascensioni e cadute, astri e precipizi. Come l’armadillo, anche la libellula è un animale reale, cioè nasce da una precisa relazione tra il mio sguardo e la realtà; ho visto, o meglio ho guardato davvero, forse per la prima volta, alcune libellule; ho sentito che tra il loro modo di volare, splendere, fermarsi a bruciapelo nell’aria, scomparire, e me stesso si stava creando, senza che l’avessi potuto volere o prevedere, una relazione, una forma di alleanza, un dialogo che mi portava un po’ più in là; e da tutto questo è nata poi la scrittura. Sicché, come in parecchi altri casi, la libellula è in bilico tra due diverse identità. Da una parte è davvero un animale, cioè un essere che io posso vedere e ammirare, ma di cui ignoro tutto: ignoro la sua percezione del mondo, ignoro la forma e la sostanza del suo guardare verso di me, ignoro, posto che esista, la vibrazione del suo pensiero. L’animale è, in questo senso, insieme prossimo e distante: anche l’animale più domestico e più vicino a noi, più dolce e inoffensivo, porta negli occhi questa duplice verità, di esistenza il cui spettacolo ci è offerto, e di essenza la cui conoscenza profonda ci è negata; e penso sia per questo che la figura animale ci attira e ci inquieta, ci chiama e ci respinge, rappresentando per noi esseri umani la più radicale figurazione dell’altro da noi. Questo spiega, credo, l’alta frequenza degli animali nella mia scrittura; è che, come penso facciano molti, li guardo sempre con estrema curiosità, ma anche con una sorta di lacerante nostalgia. D’altra parte, però, alcune di queste figure animali, come appunto la libellula, tendono anche a diventare un’altra cosa, dentro le maglie della scrittura: un emblema, una guida, un’allegoria di noi stessi. In questo senso, la libellula non è soltanto un animale, ma anche una figura del pensiero, che tenta di salire verso la luce, partendo dalla palude, dai detriti, cioè dall’asprezza di cui abbiamo detto prima. «La poesia e la fogna, due problemi / non disgiunti”: così Montale, in una bellissima poesia di Satura, il suo quarto libro.

Rassegna stampa (selezione)

«Per il poeta ticinese […] una parola così novecentesca come “resistenza” possiede ancora un significato molto importante. Al tema della sopravvivenza, della durata, della permanenza della vita e della dignità umana di contro a una storia ostile e oltremodo ingiusta, si lega non a caso l’eredità letteraria di cui fin dai suoi esordi Pusterla ha voluto farsi carico: Montale, Sereni, Zanzotto, Orelli, ossia i poeti capaci non solo di parlare ma di dire tutto con e attraverso il paesaggio […]. Anche in questo libro compaiono certi paesaggi allegorici, certe composizioni o sequenze emblematiche molto riuscite. La novità, anche solo parziale, sta nel fatto che la rappresentazione viene declinata ormai non in un senso assoluto o metafisico, ma completamente storico e umano. A questo riguardo, Pusterla non è un poeta leopardiano. Il male, la colpa, non è nella natura o nelle cose, ma, se c’è (e purtroppo c’è), si trova nell’uomo e nelle sue scelte» (Roberto Galaverni, «Corriere della Sera», 05.10.2014).

«Argéman è una raccolta di poesie. Ma non vorrei che il lettore occasionale, se ne ho una mezza dozzina, si spaventasse, come un poco è capitato a me, ma per pochissimo tempo, per questo titolo: Argéman . Mai sentita questa parola, più ermetica di così! E invece è tutto il contrario. È difficile trovare, oggi come oggi, un libro di poesia leggibile e comprensibile anche da un adolescente, non dico ragazzino, che teme i testi letterari scritti spesso per i sacerdoti di testi iper-raffinati (nelle intenzioni), fatti per gli iniziati. Pusterla cerca (e ci riesce) di star via dalla iper-raffinatezza e (qui è il non facile) dalla banalità» (Giovanni Orelli«Azione», 06.10.2014).

«Nella sua poesia c’è un gioco continuo tra il verticale e l’orizzontale. Dal magma incandescente schizza fuori ogni tanto un’eruzione e questo è il verticale; ma l’orizzontale è la parola che trascina altre parole, immagine che produce immagini. Fino a che punto? "In passato ho spesso pensato – e mi sbagliavo – che il verticale, cioè questo carotaggio continuo fosse la caratteristica del linguaggio poetico, mentre l’orizzontale pertenesse al romanzo. Ora penso che nella mia poesia più recente, e in generale del secondo Novecento, anche la dimensione narrativa orizzontale è importante: la tentazione della prosa, come è stata chiamata. Si può manifestare in duplice forma, o di racconto vero e proprio, o come serialità di testi che riprendono lo stesso tema"» (Mariella Delfanti intervista Fabio Pusterla, «Corriere del Ticino», 16.10.2014).

«La sensazione più netta [...] è che Pusterla voglia soprattutto mostrarci la via di un accoglimento del poco e del buono. [...] Ma via via, sempre avendo l'aria di additare la poesia come pratica compassionevole di un Io concavo, Pusterla prende a fronteggiare degli ambienti più nudi e inafferrabili, come gli argéman, le lingue di neve intrappolate negli anfratti montani che danno il titolo al libro. Qui matura la svolta del libro: perché rispetto a ciò che accade per via o sulle pagine dei giornali, l'eternità minacciata e minacciosa dei suoi prediletti paesaggi alpestri pretende dal poeta tempi di osservazione più estesi, memorie più inquiete. Questa maggiore austerità e quasi renitenza del reale, gli fornisce allora l'energia uguale e contraria per annidarsi in una forma strutturante, tesa dall'interno, in cui le immagini ridiscutono la morale corrente e affondano nell'arido vero. Liberatosi dai partiti presi, Pusterla torna presto a proporci alcune delle grandi canzoni possibili del nostro tempo» (Paolo Febbraro, «Il Sole 24 ore», 02.11.2014).

«[...] la poesia di Pusterla, in Argéman forse più che in altri suoi libri, è capace di includere contenuti e posture  eterogenei e spesso quasi incomponibili: la prima sezione di questo libro, d’altronde, si intitola Opposizioni, sovrapposizioni, e forse non sarà inutile specificare che questa capacità e inclusività di sguardo e di parola, quando schiva la tentazione di una poesia troppo dichiarativa o ante rem, rappresenta per me uno degli indiscutibili punti di forza dell’opera di Pusterla (e della migliore poesia contemporanea in genere)» (Massimo Gezzi, doppiozero.com, 27.02.2015).

«Pusterla pratica, per via omonimica, una specie di tout se tient legato alla visione del mondo coltivata lungo le sue raccolte. Se non si proponesse in modo laico e decisamente antimetafisico, potremmo dire che l’autore verifica i suoi dogmi: la tenace e improbabile resistenza della vita, l’amore per le creature marginali, la vena civile, il naturalismo etico, la pedagogia del dubbio.» (Lorenzo Cardilli, «La Balena Bianca», 13.07.2015)