Un giorno della vita

Giorgio Orelli

Dass Giorgio Orelli auch Erzählungen geschrieben hat, wissen im deutschsprachigen Raum nur Eingeweihte, da er sich bis jetzt geweigert hat, sie für eine Neuauflage oder eine Übersetzung freizugeben. Sie liegen jetzt erstmals in deutscher Sprache vor, die zweisprachige Ausgabe macht zugleich das Original wieder zugänglich. Giorgio Orellis Prosa zeichnet vieles aus, was auch seine Poesie so bestechend macht. Kleine Szenen des Alltags leuchten in sinnlicher Sprache und gleichnishafter Tiefe, eine freundliche Ironie taucht sie in ein humanes Licht. Diese Erzählungen, die bis heute nichts von ihrer Frische verloren haben, spielen im dörflich-ländlichen Tessin und im Italien der Fünfzigerjahre. Meist sind junge Männer unterwegs, mit dem Auto, dem Fahrrad, zu Fuss. Sie sitzen am Fluss, gehen durch Quartiere, baden im See. Alte Frauen finden, sie sollten heiraten, und wissen manchmal bereits, wen. Sie aber fliehen mit ihrer Liebsten vor den Augen hinter den Fenstern.

(Buchpräsentation)

Intervista con Julia Dengg, traduttrice / Interview mit der Übersetzerin ins Deutsche, Julia Dengg

di Roberta Deambrosi e/und Matteo Ferrari

Pubblicato il 29/01/2015

* Die deutsche Version folgt dem italienischen Text *

 

Si può parlare di “novità letteraria” per un libro pubblicato all’inizio degli anni Sessanta? Sì, se il libro in questione è la raccolta di prose Un giorno della vita di Giorgio Orelli, uscita nel 1960 presso l’editore Lerici di Milano e non più ristampata fino al 2014. L’opera conta 13 racconti, caratterizzati da quella lingua attenta e musicale che valsero a Orelli l’appellativo – coniato dal critico italiano Gianfranco Contini – di «toscano del Ticino». Esaurito il libro, per decenni i lettori han potuto trovarlo solo nelle biblioteche, su una qualche bancarella o nel maremagnum di internet. Non senza fatica però, al punto che Orelli-narratore rimane ancora oggi sconosciuto ai più. Lo stesso pubblico italofono, che nei decenni ha imparato a conoscere Orelli-poeta, scoprirà con questi racconti un prosatore inedito, e tuttavia non diverso dal poeta, estremamente coerente anzi con quest’ultimo. Coesa come poche, la produzione complessiva di Giorgio Orelli, che tocca gli ambiti più disparati, non ha mai fatto distinzioni tra pratica in proprio della poesia e attenta auscultazione dei versi degli altri, tra prosa narrativa e critica letteraria. I suoi scritti sono come frammenti di uno stesso discorso, che si richiamano e illuminano uno con l’altro. Bene ha fatto dunque l’editore Limmat di Zurigo a riproporre i racconti, che di questa produzione sono il lato meno conosciuto. Lo ha fatto con un’inedita edizione testo a fronte che presenta – addirittura con corpi tipografici leggermente diversi – l’originale italiano a sinistra e la traduzione tedesca a destra. Autrice di quest’ultima, e anche di un’acuta postfazione, è la giovane traduttrice austriaca Julia Dengg, alla quale abbiamo posto alcune domande sul lavoro fatto.

La ritrosia di Orelli a ripubblicare (o semplicemente a pubblicare) i suoi testi è conosciuta. Prima di dare alle stampe un testo lo sottoponeva a un lavorio minuto e infinito, mai sazio, col risultato che molte pagine sono rimaste inedite. Così è stato anche per la ristampa di Un giorno della vita, alla quale Orelli diceva di voler lavorare ancora. Che rapporto intratteneva l’autore con un’opera scritta più di 50 anni fa e come si è riusciti a convincerlo della pubblicazione?

In realtà non l’ho convinto. Ero stata invitata a un laboratorio di traduzione [Moving Words di Pro Helvetia – N.d.T.] durante il quale si traducevano testi dall’italiano verso georgiano, tedesco, russo, francese, ungherese, inglese. Per l’occasione ho dovuto cercare il testo di un autore svizzero e alla Biblioteca nazionale di Vienna sono capitata su Un giorno della vita. Ho dunque tradotto un racconto di questa raccolta. Al laboratorio partecipava anche Christoph Ferber [traduttore in tedesco delle poesie di Orelli – N.d.T.], che mi ha proposto di tradurre l’intera raccolta e che è stato così gentile da mettermi in contatto con la casa editrice Limmat. Giorgio Orelli mi ha allora fatto sapere con un bigliettino di essere d’accordo. Non so perché.

Non so neanche quali rapporti intrattenesse Orelli con questi racconti, scritti parecchi anni fa. Forse – come ha dichiarato in diverse interviste – voleva modificarli, continuarne la stesura, e probabilmente l’idea di fissarli su carta in una forma non definitiva non gli piaceva. Anche qui, non so dare una risposta.

Ma si potrebbe forse porre in discussione l’impaginazione di cui parlate, questo confronto tra originale e traduzione praticato da quasi tutti gli editori. Secondo me una traduzione non è identica all’originale, non permette di leggere la stessa cosa sull’altra pagina, e non cerca né il confronto con il testo originale né un facile paragone. Sarebbe forse stato bello lasciar seguire la traduzione all’originale, in modo da realizzare sulla pagina questo raccontare in tedesco che ha inizio nelle ultime righe dell’originale [dove si accenna a «brevi storie» raccontate «nella lingua della Rosemarie» – N.d.T.]. O forse si sarebbe potuto lasciar correre l’originale e la traduzione uno incontro all’altro, così da farli incontrare in mezzo, nel punto di passaggio tra le lingue . O forse bisognava trovare altre possibilità ancora meno convenzionali, e riflettere di più sul rapporto tra originale e traduzione e sulla rappresentabilità di tale rapporto.

La postfazione che Lei ha scritto illustra molto bene il rapporto stretto che intercorre nei testi di Orelli tra parola e musica, o – per dirla altrimenti – la musicalità della parola orelliana, ribadendo al tempo stesso l’unità della sua produzione letteraria, dove i testi in prosa e le poesie si riferiscono costantemente l’uno all’altro. Come si è organizzata per tradurre questi racconti: ha tenuto conto delle traduzioni tedesche delle poesie di Orelli, oppure no, perché questo aspetto avrebbe inquinato il suo lavoro? Come ha cercato di rendere la musicalità italiana in tedesco?

Ho letto le traduzioni di Christoph Ferber. Chi traduce deve lasciarsi influenzare il più possibile (in senso positivo).

Mi sono organizzata con la matita. Ho cercato di cogliere la musica, i suoni e le lettere, e ho cercato di riprodurli, di modularli, di turbarli. In questo modo sono approdata a volte a una traduzione che non era fattibile. La maggior parte delle case editrici non è solita lasciare molto spazio all’occhio e all’orecchio; all’interno del mondo editoriale viene riservato poco posto all’aspetto non semantico di un testo. Si apre quindi una crepa tra le parole italiane e quelle tedesche, e ciò rende difficile che esse si chiamino da un versante all’altro. Una traduzione fedele all’aria – come proposto in uno dei racconti [Ampelio – N.d.T.] – al posto della solita fedeltà al significato, potrebbe forse riuscire meglio.

Credo che la traduzione abbia molto a che fare con l’ascolto. Più un testo è musicale, più è facile forse da tradurre. Musicale o materiale o letterale – a seconda di come lo si voglia chiamare. Nei racconti queste attività sono più discrete che non nelle poesie, si scovano soltanto con molta pazienza. E forse questa discrezione rende la traduzione della prosa più difficile rispetto alla traduzione della poesia.

Da un punto di vista tematico e stilistico, quali sono le costanti che più l’hanno colpita e che secondo Lei fanno l’unità del libro?

Il fatto che l’aspetto tematico e quello stilistico non siano così disgiunti l’uno dall’altro. E la capacità di guardare in questo libro. Vi si trovano sguardi capaci di cogliere gli oggetti nella lentezza, in cui il particolare su cui lo sguardo si posa evoca a sua volta ricordi microscopici e lascia che questi gli si accostino, in modo che un viaggiatore possa camminare a braccetto in questo territorio, tra le parole con cui si rivolge affettuosamente a chi gli sta accanto, raccontando e traducendo. Gli sguardi in questo libro possiedono la capacità di divagare e di distrarsi; seguono api, fiumi, lucine, discorsi, ombre, silenzi. Colgono paesi verticali e orizzontali, ripidi e lievi; paesi e altri oggetti che si trovano nel paesaggio. E li ascoltano; ascoltano i loro suoni, le loro fughe, le loro strettoie, il loro levarsi verso l’alto. Cercano le cose care, mimose e cipressi e alberi di pesco e pendii, per poi passare ad altro senza trovare un centro. Gli sguardi colgono anche la violenza delle cose, non selezionano e non si schierano tra l’ordinario e lo straordinario; in questo modo vedono anche le cose marginali e i piccoli movimenti che stanno dietro i sipari, i cespugli, negli incontri. Riescono così a creare questo costruire sul niente, di cui ha parlato Orelli in un’intervista. E la cosa bella di tutto ciò è che sono le parole stesse che invitano a tali sguardi. Anche le parole vogliono essere guardate in questo modo lento e attento.

Tutto ciò è una capacità che non invecchia, e sì, in questo senso penso si possa parlare di «novità», come da voi affermato all’inizio. (trad. mf)

 

***

 

Kann bei einem Buch, das Anfang der 60er-Jahre publiziert wurde, von einer „literarischen Neuheit“ gesprochen werden? Ja, wenn es sich dabei um die Prosasammlung von Giorgio Orelli handelt, Un giorno della vita, die 1960 im Verlag Lerici in Mailand erschien und bis 2014 nicht neu aufgelegt wurde. Das Werk enthält 13 Erzählungen, die sich durch jene aufmerksame und musikalische Sprache auszeichnen, die Orelli den Ruf als „Toskaner des Tessins“ – geprägt vom italienischen Kritiker Gianfranco Contini – einbrachte. Das Buch war lange Zeit vergriffen und die Leser und Leserinnen konnten es jahrzehntelang nur in Bibliotheken, auf manchen Bücherständen oder im Maremagnum des Internets finden. Doch nicht ohne Mühe, sodass der Erzähler Orelli auch heute noch den meisten unbekannt ist. Das italienische Lesepublikum, das über die Jahrzehnte den Dichter Orelli kennenlernte, wird mit diesen Erzählungen einen unveröffentlichten Prosaschriftsteller entdecken, der sich aber nicht unterscheidet vom Dichter Orelli, der sogar höchst kohärent ist mit letzterem. Das äußerst zusammenhängende Gesamtwerk Giorgio Orellis, das die unterschiedlichsten Gebiete berührt, differenzierte nie zwischen dem eigenen Dichten und dem aufmerksamen Anhören der Verse anderer, zwischen Erzählprosa und Literaturkritik. Seine Schriften sind wie Fragmente eines Gesprächs, die sich aufeinander beziehen und die einander erhellen. Der Verlag Limmat in Zürich hat also gut daran getan, die Erzählungen, jene weniger bekannte Seite von Orellis Schaffen, neu vorzuschlagen. Er tut dies mit einer unveröffentlichten zweisprachigen Ausgabe, die – sogar in leicht anderen Schrifttypen – das italienische Original links und die deutsche Übersetzung rechts präsentiert. Verfasserin der letzteren, und auch eines genauen Nachworts, ist die junge österreichische Übersetzerin Julia Dengg, der wir zu ihrer Arbeit einige Fragen stellten. (Übers. jd)

Orellis Zurückhaltung, seine Texte neu herauszugeben (oder überhaupt zu publizieren) ist bekannt. Bevor Orelli einen Text in Druck gab, unterzog er ihn, nie überdrüssig, einer minutiösen und endlosen Überarbeitung, mit dem Ergebnis, dass viele Seiten unveröffentlicht blieben. So war es auch mit dem Neudruck von Un giorno della vita, zu dem Orelli meinte, er wolle noch weiter daran arbeiten. Welche Beziehung hatte der Autor zu einem Werk, das er vor 50 Jahren schrieb, und wie ist es gelungen, ihn von der Herausgabe zu überzeugen?

Ich habe ihn nicht überzeugt, eigentlich. Ich wurde zu einer Übersetzerwerkstatt eingeladen, bei der aus dem Italienischen in andere Sprachen übersetzt wurde, ins Georgische, Deutsche, Russische, Französische, Ungarische, Englische. Dazu sollte ich den Text eines Schweizer Autors suchen und bin in der Nationalbibliothek in Wien auf Un giorno della vita gestoßen. So habe ich für die Werkstatt eine Erzählung daraus übersetzt. Auf der Werkstatt war dann Christoph Ferber, der meinte, ich solle das ganze Buch übersetzen und der dankenswerterweise den Kontakt zum Limmat Verlag hergestellt hat. Auf einem Briefkärtchen schrieb Giorgio Orelli mir, er sei einverstanden. Warum, weiß ich nicht.

Auch welche Beziehung Giorgio Orelli zu den vor langer Zeit geschriebenen Erzählungen hatte, weiß ich nicht. Er wollte sie wohl ändern und weiterführen, wie er in mehreren Interviews meinte, und die Vorstellung, sie so unüberarbeitet festzuhalten, missfiel ihm vielleicht. Das kann ich nicht beantworten.

Dafür könnte man das Rechts-Links, von dem Sie sprechen, vielleicht in Frage stellen, diese Gegenüberstellung von Original und Übersetzung, die fast alle Verlage pflegen. Eine Übersetzung ist, denke ich, weder adäquat, als dass sie dasselbe auf der anderen Seite lesbar machen könnte, noch sucht sie eine Konfrontation mit dem Original, auch keine leichte Vergleichbarkeit. Vielleicht wäre es schön gewesen, die Übersetzung an das Original anschließen zu lassen. Damit das beginnende Erzählen auf Deutsch, zu dem es am Ende der letzten Erzählung kommt, stattfinden kann. Oder vielleicht hätte man Original und Übersetzung aufeinander zulaufen lassen können. Damit sie sich an diesem Übergang treffen. Oder vielleicht sollte man noch unkonventionellere Möglichkeiten finden und mehr über das Verhältnis zwischen Original und Übersetzung nachdenken, und über die Darstellbarkeit dieses Verhältnisses.

Das Nachwort, das Sie geschrieben haben, zeigt sehr gut die enge Verbindung zwischen Wort und Musik in den Texten Orellis, oder – um es anders zu sagen – die Musikalität von Orellis Worten, und betont zugleich die Einheit seiner literarischen Produktion, in der sich die Prosatexte und Gedichte konstant aufeinander beziehen. Wie sind Sie beim Übersetzen dieser Erzählungen vorgegangen: Haben Sie die deutschen Übersetzungen von Orellis Gedichten berücksichtigt, oder nicht, warum hätte dieser Aspekt Ihre Arbeit beeinträchtigt? Wie haben Sie versucht, die italienische Musikalität auf Deutsch wiederzugeben?

Die Übersetzungen von Christoph Ferber habe ich gelesen. Das Übersetzen sollte ja so viel wie möglich beeinflusst werden, in einem positiven Sinn.

Vorgegangen bin ich mit dem Bleistift. Ich habe versucht, die Musik, die Klänge und Buchstaben, aufzuspüren, und versucht, sie nachzubilden, zu modulieren, zu stören. Da bin ich dann manchmal zu einer Übersetzung gekommen, die nicht zulässig war. Die Praxis der meisten Verlage lässt nicht viel Raum für das Hören und Sehen, dem Nichtsemantischen wird wenig Platz gelassen in der Verlagslandschaft. Da tut sich dann ein Schrund auf zwischen den italienischen und den deutschen Wörtern, der das Verknüpfen schwer macht. Ein lufttreues Übersetzen, wie das eine der Erzählungen vorschlägt, statt des gängigen bedeutungstreuen, könnte vielleicht besser gelingen.

Übersetzen hat, glaube ich, viel mit Hören zu tun. Je musikalischer ein Text ist, desto leichter ist er vielleicht zu übersetzen. Musikalischer oder materieller oder buchstäblicher, wie man es nennen will. In Erzählungen sind solche Aktivitäten unauffälliger als in Gedichten. Man findet sie nur mit viel Geduld. Und vielleicht macht diese Unauffälligkeit das Übersetzen von Prosa schwieriger als das Übersetzen von Poesie.

Was sind, aus thematischer und stilistischer Sicht, die Konstanten, die Sie am meisten beeindruckt haben und die Ihrer Meinung nach die Einheit des Buches bilden?

Dass das Thematische und das Stilistische gar nicht so sehr getrennt ist. Und die schöne Fähigkeit der Blicke in diesem Buch. Man findet darin Blicke, die die Dinge in eine Langsamkeit holen, wo das Gesehene winzige Erinnerungen in den Sinn ruft und alles nebeneinander treten lässt, so dass ein Reisender dann Arm in Arm über dieses Land gehen kann, in Sätzen, in denen er sich dem Daneben liebevoll zuwendet, ihm erzählt über und übersetzt. Die Blicke, die es in dem Buch gibt, haben die Fähigkeit, abzuschweifen und sich zu zerstreuen. Sie folgen Bienen, Flüssen, Lichtern, Gesprächen, Schatten, Schweigen. Sie lesen Dörfer auf, vertikale und horizontale, schroffe und sanfte, Dörfer und anderes, das in der Landschaft liegt. Und sie hören den Dörfern zu, ihren Klängen, Fugen, Engführungen, ihrem Hochschwingen. Sie suchen Liebgewordenes, Mimosen und Zypressen und Pfirsichbäume und Abhänge, um dann wieder weiterzuwandern, kein Zentrum zu finden. Auch Gewaltsames sehen die Blicke, sie selektieren nicht und unterscheiden nicht zwischen Gewöhnlichem und Außergewöhnlichem. So sehen sie auch die Nebensächlichkeiten und kleinen Regungen, hinter Vorhängen, Büschen, in Begegnungen. Sie schaffen dieses „Bauen auf dem Nichts“, von dem Giorgio Orelli in einem Interview spricht. Und das Schöne dabei ist, dass auch die Wörter des Buches zu solchen Blicken einladen. Sie ermöglichen selbst ein langes, suchendes Anschauen.

Das ist etwas, eine Fähigkeit, die nicht veralten kann – und ja, darum kann man, denke ich, von einer „Neuheit“ sprechen, wie Sie das anfangs fragen.

Rassegna stampa (selezione)

«Aber es ist in jedem Fall eine verdienstvolle Leistung, die erstaunlichen Texte von Orelli auch einem deutschsprachigen Publikum zugänglich gemacht zu haben. Die zweisprachige Präsentation, die man sonst eher von Lyrikbänden gewohnt ist, deutet dabei bereits an, dass diese kurzen Erzählungen in ihrer Sprunghaftigkeit und ihrem Klangreichtum, die Dengg in ihrem Nachwort hervorhebt, auch als Prosagedichte aufgefasst werden könnten. Für den Ausdruck der Gleichzeitigkeit von scheinbar unbeschwerten Momenten und bedrohlichen Details, die die Brüchigkeit der idyllisch anmutenden Naturszenen und der in sie eingelassenen Zivilisation in Erinnerung rufen, ist Orellis Sprache jedenfalls bestens geeignet» (Olaf Müllerwww.literaturkritik.de, 10.06.2014)