Il ritorno [Accord]

Oscar Peer

Simon torna al paese dopo tre anni di prigione, scontati per una vicenda mai veramente chiarita. Non è più giovane e ha perso tutto quello che aveva: la moglie, il figlio, la casa. I compaesani lo accolgono con diffidenza e ostilità. Nella sfida per riappropriarsi dell'uomo che era, Simon può contare soltanto sull'amicizia di un bambino, Otto, e sulla solidarietà di una giovane donna straniera. Per riconquistare la propria dignità, il vecchio Simon accetta di intraprendere un'impresa titanica: il taglio del bosco nel luogo più impervio della valle. Nel suo rifugio, una capanna abbandonata, in una solitudine quasi assoluta, tornano i ricordi e insieme ai ricordi affiora la speranza di una felicità possibile. Ma le sue umane aspirazioni devono fare i conti con le asperità della montagna. Unico testimone della dura lotta di Simon con la natura e con un inverno implacabile, sarà un personaggio misterioso, figura muta e inquietante, che appare e scompare senza lasciare traccia di sé. Da dove viene? È un alleato o un avversario? Un angelo salvatore o un essere diabolico? Ma soprattutto, è un'ombra o una presenza fisica? Nel romanzo di Oscar Peer, scrittore di lingua romancia, si affrontano le forze del bene e le forze del male, la natura e la cultura, l'innocenza e la colpa, il destino e il desiderio di un riscatto. Il ritorno è un piccolo capolavoro che, come le migliori favole, mette in campo le domande primarie dell'uomo.

(Presentazione edizioni Casagrande)

Il ritorno di Oscar Peer, critica di Michele Fazioli, intervista alla traduttrice e al responsabile della Collana CH a cura di Manuela Camponovo

di Michele Fazioli i Manuela Camponovo

Pubblicato il 01/04/2006

Ecco un bel romanzo. Lo ha scritto nel 1978, quando aveva 50 anni, Oscar Peer, che oggi ne ha 78. Engadinese, Peer è uno dei maggiori scrittori della letteratura romancia: autore di una quindicina di romanzi e racconti, con Il ritorno aveva conosciuto il suo più solido successo di critica e di pubblico. Bene ha fatto dunque Casagrande a pubblicarlo in italiano (la traduzione è di Marcella Palmara-Pult), in una opportuna «alleanza» fra minoranze culturali svizzere, soprattutto perché il romanzo, giocato tutto nel piccolo cerchio della montagna grigionese che è il suo fondale, sa assumere respiro universale. Si tratta di un lungo racconto delicato e venato di tristezza ma anche di una affettività viscerale per le radici, il paesaggio, la montagna. È la storia di un reduce: un reduce dalla «sfortuna», dai rovesci della vita, da un destino avverso. Simon, che ormai ha passato la soglia dei 60 anni e dunque ha alle spalle gran parte della vita, da essa ha ricevuto amare lezioni. Gli è andata male, insomma. Cresciuto contadino in un villaggio dell'Engadina, sposato e padre di un figlio, di colpo vede franare attorno a sé sicurezze e certezze. Un incidente di caccia lo porta in prigione per tre anni. Quando torna (e siamo soltanto all'inizio del romanzo) la moglie è morta, il figlio ormai adulto se ne è andato in America senza più dar segno di vita, gli hanno portato via anche la casa. Eppure Simon ritorna, vuole abbarbicarsi alle radici che lo costituiscono, vuole risentire l'abbraccio fisico e quasi carnale della sua terra. Ma quella terra è moralmente infida per lui, la comunità lo guarda con gelida diffidenza o addirittura con ostilità, salvo pochissime eccezioni. Per fortuna c'è la bella complicità di un bambino, che è anche memoria e nostalgia del figlio perduto: l'innocenza non ha pregiudizi. E poi c'è la stima affettuosa di una donna straniera e bella, la nuova abitante della sua vecchia casa. Per il resto, qualche ruvido amico e il silenzio di molti nemici. Ma Simon resiste, vuole lavorare, vivere, faticare. Il suo è un ritorno di tristezza e di orgoglio, un desiderio di appartenenza. Sale in alto nel bosco a lavorare un lotto di taglio d'alberi e si strugge di fatica e di solitudine quieta. Rievoca i fatti che lo hanno rovinato, le persone perdute, i dolci ricordi dei lampi di felicità. Coltiva tenere nostalgie: «Se si potesse di nuovo ballare una notte intera come un tempo. Quante nottate di ballo una volta - gioventù! -. Si era come persi dietro alle ragazze, si ballava con l'amore e un briciolo di malinconia. Spesso si ballava fin quasi l'alba, la musica non smetteva di suonare. Si era come trascinati dalla dolce monotonia della notte…». La vita di Simon è solitaria e grama. Qualche volta non sa più se può ancora credere in Dio: «…Mah…ogni tanto sì, a volte però non sono sicuro se credo o no. Va a momenti, come il vento.» Nel ritmo pacato e minuzioso, asciutto e quasi neorealistico della narrazione si inserisce l'enigma di una presenza misteriosa: quella della strana figura di uno sconosciuto, ambiguo, silenzioso e ostile. Chi è? Reale o fantasma? È il destino, il male, un'ombra di morte? Ha scritto bene il critico Jean-Louis Kuffer: «La grandezza di questo breve romanzo sta contemporaneamente nella sua forte densità fisica e nella sua aura di mistero.» A me sono venute alla mente tracce di altri libri: certi racconti di Hemingway, come le storie del pescatore solitario di trote nei fiumi del Nord America (per le scene di meticolosa solitudine consolata dai piccoli gesti del mangiare e del lavorare); oppure Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern (un uomo, la montagna, il destino, in questo caso dentro la Storia) e anche l'indimenticabile Taglio del bosco di Cassola (un boscaiolo vedovo e il suo dolore privato nella fatica sulle alte radure della montagna toscana). Queste evocazioni quasi spontanee dicono molto sull'atmosfera indotta, sul contagio quasi di pelle, sui riverberi emotivi di un romanzo dove dentro i rovesci del dolore si annida nonostante tutto la traccia della bellezza.

(Michele Fazioli, Giornale del Popolo, 01.04.2006)

Alla traduttrice, Marcella Palmara Pult chiediamo se è la prima volta che un romanzo di Peer viene tradotto in italiano: come si colloca questa scelta nell'ambito della letteratura romancia e, in particolare, in quella della produzione di questo scrittore?

Sicuramente Oscar Peer è uno degli autori romanci viventi più letti; altri suoi libri sono stati tradotti in tedesco con successo. È un autore dalla produzione abbastanza variata; ha scritto numerosi romanzi e questo, certamente, è uno dei più famosi, molto popolare anche tra i romanci.

Quali problemi di traduzione ha incontrato?

La lingua usata in questo libro è molto semplice, familiare, a volte persino un po' rozza, voglio dire non letteraria, tale del resto da rispecchiare l'ambiente del racconto. La difficoltà di tradurre dal romancio in italiano deriva dal fatto che sono due lingue molto simili e a volte proprio un'eccessiva affinità può trarre in inganno; inoltre, non esistendo dizionari dall'italiano al romancio e viceversa, spesso non è così facile cercare il corrispondente in italiano. Troviamo qui anche termini tecnici, che non fanno parte del mio lessico quotidiano, per i quali ho dovuto chiedere a gente del mestiere, ad un forestale di Poschiavo ad esempio.

Se lei potesse scegliere un altro autore o libro romancio per farlo conoscere al lettore italofono...?

Penserei a Cla Biert (di cui, sempre da Casagrande, è uscito nel 1981 L'erede, ndr.): di un certo spessore è il suo La Müdada, il cambiamento, la svolta; mentre, ancora di Oscar Peer, sarebbe da tradurre Viadi sur cunfin.

A Chasper Pult, responsabile della Collana CH che propone agli editori i libri da tradurre, chiediamo: come è avvenuta la scelta del Ritorno di Oscar Peer?

Le proposte della collana CH sono limitate. Considerando questa l'opera migliore di Peer, I'avevo messa già da tempo sulla lista, ma il suo destino è stato curioso. Uscita nel '78 in romancio, fu accolta bene, ma non fu tradotta, neppure in tedesco; anni dopo, nel 1986, c'è stata una versione televisiva, anche in italiano, ma solo nel '99 è stata tradotta in francese con immenso successo di pubblico e di critica.

È da più di vent'anni che non si traducono autori romanci in italiano. Come mai questa sporadicità?

Il problema per il romancio è anche trovare dei traduttori. E forse finora era considerata una lingua troppo esotica. C'era abbastanza reticenza nel tradurla in italiano. Però, quando si è visto il successo ottenuto dalle versioni in francese e in tedesco, si è preso coraggio. Secondo me, si vuole continuare in questa direzione, perché si è capito che la letteratura romancia può essere interessante anche per il lettore italofono. Penso che si potrebbe proseguire con Rut Plouda, Leo Tuor, Jon Semadeni. Peer è un buon punto di partenza.

(Manuela Camponovo, Giornale del Popolo, 01.04.2006)

Rassegna stampa (selezione)

««Le vieil homme et la forêt», tel pourrait être le sous-titre de Coupe sombre (Accord) d'Oscar Peer tant le combat du héros contre l'hostilité de la société et de la nature ressemble à celui du célèbre pêcheur de Hemingway. Cette histoire dépouillée a su séduire les jurés du Prix des auditeurs de la Radio suisse romande, après ceux du Prix Lipp Zurich. On les comprend: ce récit paru en romanche en 1978 a la force d'une tragédie. Après trois ans de prison, un homme rentre au village. Meurtrier par accident, il n'a pas fini de payer: sa femme l'a quitté, il a perdu son emploi et le village l'ostracise. Pour conjurer le sort, il accepte, à 65 ans, un travail de bûcheron très dangereux. Il viendra à bout de la tâche mais ce sera au prix de sa vie. L'amitié d'une femme et d'un enfant, tous les deux en marge du village, éclairera cette Coupe sombre. […]» (Isabelle Rüf, Le Temps, 04.05.2000)

«Simon est le type du «vieux Suisse» rebelle, plus soucieux de justice tacite que d'observance des lois écrites. Ainsi s'est-il aliéné le soutien des «grandes gueules» du village en osant défendre un berger malchanceux. Lui-même en proie à la guigne, qui lui a valu de tirer accidentellement sur un compère de chasse, il va payer le prix fort (trois ans de prison) avant de se retrouver à l'écart de sa communauté, paria logeant dans un abri de fortune, avec une étrangère compatissante et un enfant pour seuls amis. Simon n'est pas, cependant, de ceux qu'on dompte si facilement. Malgré ses mains vides et le poids de ses soixante-cinq ans, il va relever le défi le plus difficile en sorte de se prouver à lui-même, et aux autres aussi, qu'il vaut mieux que ce que dit la rumeur. Au moment de l'attribution des forfaits d'abattage du bois, Simon réclamera le plus pénible et le plus dangereux, et c'est en forcené solitaire qu'il accomplira sa tâche surhumaine, jusqu'à l'accident, nouveaux stigmates de la poisse, mais au seuil d'une ultime rédemption. Le titre original du livre, Accord, trouve sa pleine justification dans le dénouement de ce livre marqué au sceau de l'authenticité. La grandeur de Coupe sombre tient à la fois à sa forte densité «physique» et à son aura de mystère, à son empathie humaine et à sa justesse de ton, chaque mot sonnant clair et vrai.» (J.-L. K., 24 heures, 29.06.1999)

««Wir sind es ja gewohnt, helvetisch human behandelt zu werden», flachste der Bündner Oscar Peer in seiner Dankesrede an der Verleihung des Prix Littéraire Lipp Zürich 2000 am Dienstag in der Brasserie Lipp. Erst allmählich habe man ihn überzeugt: Es sei tatsächlich nicht um den mitleiderregenden Patienten Rätoromanisch gegangen, sondern um seine - Peers - kleine Erzählung «Accord» aus dem Jahr 1978. Sie ist 1999 unter dem assoziationsreichen Titel «Coupe Sombre» bei den Editions Zoé in französischer Übersetzung erschienen. Ernst Nef, Mitglied der Lipp-Jury, die den mit 10 000 Franken dotierten Preis nun zum erstenmal einem auf rätoromanisch schreibenden Schriftsteller verliehen hat, unterstrich denn auch in seiner Laudatio: «Dass es sich um eine Übersetzung aus dem Romanischen handelt, hat die Jury erst gleichsam post festum zur Kenntnis genommen. Allerdings mit grosser Genugtuung.» Denn im Gegensatz zum Prix Littéraire Lipp Genève, mit dem seit 1988 ausschliesslich Werke von Westschweizer Autoren ausgezeichnet werden, ist die 1995 eingeführte Zürcher Variante des Preises als «Brückenschlag zwischen den Schweizer Sprachregionen» gedacht, wie Nicolas Kern, der neue Tenancier der Brasserie Lipp Zürich, zur Begrüssung der zahlreichen Gäste in Erinnerung rief. So wird mit dem Prix Littéraire Lipp Zürich nicht nur der Autor, sondern auch der Übersetzer ausgezeichnet, der mit seiner Arbeit die Rezeption des Werkes im französischen Sprachraum überhaupt erst ermöglicht. Heuer handelt es sich dabei um die waschechte Romande Marie Christine Gateau-Brachard. [...].» (Alexandra M. Kedves, Neue Zürcher Zeitung, 06.04.2000)