Ufficio proiezioni luminose

Matteo Terzaghi

Ogni giorno una moltitudine di immagini ci viene incontro e si perde alle nostre spalle. Ma tra le tante che sciamano via, alcune restano impigliate nella nostra immaginazione: una nuvola di vapore, un bolide in corsa, due ruote di bicicletta senza bicicletta, una donna con un sacchetto in testa, un masso erratico, il presidente americano che si scansa per non essere colpito da una scarpa. Queste e altre fotografie, rimaste impresse nella memoria dell’autore, portano con sé le storie che qui vengono raccontate. In modo sempre imprevedibile tutte illuminano il senso di un’esperienza o al contrario lo avvolgono definitivamente nel mistero.

(Quarta di copertina)

3 domande a Matteo Terzaghi

di Matteo Ferrari

Pubblicato il 22/12/2013

Autore pochi anni fa di un saggio di stampo filosofico (Il merito del linguaggio, Casagrande 2006) e curatore nel frattempo con Marco Zürcher di diverse pubblicazioni legate a mostre fotografiche (ricordiamo solo The Tower Bridge e altri racconti fotografici, Periferia, 2009), Matteo Terzaghi ha pubblicato quest’estate la sua nuova opera: Ufficio proiezioni luminose. Il tema del libro, affrontato attraverso 36 brevi capitoli, è quello delle immagini e del nostro rapporto con esse. Loro presenza e loro evanescenza, potremmo dire, o anche: immagine pura e racconto dell’immagine, dove non per forza il secondo è didascalia della prima. Difatti, se tutti i capitoletti dell’opera traggono spunto da un’immagine (fotografia), non in tutti i casi tale immagine è riprodotta nelle pagine.

Partiamo dunque dallo statuto dell’opera: raccolta di riflessioni, opera filosofica, ibrido artistico-letterario… Ufficio proiezioni luminose è un’opera difficile da definire. Anna Banfi ha parlato di «passeggiata (in senso walseriano) tra le immagini», Marco Belpoliti di «scrittura che, senza mai strafare, muove verso la filosofia, e tuttavia non abbandona mai la sponda della letteratura». E Matteo Terzaghi, come definirebbe il suo libro?

Appartiene all’antico genere dei “libri difficili da definire”, un genere che, tra l’altro, frequento molto anche da lettore. Di sicuro non è un’opera filosofica. In filosofia uno deve sforzarsi di sostenere quello che dice con dei buoni argomenti e questi a loro volta necessitano di un buon lavoro di analisi. Qui invece contano la lingua, il tono, le storie e le connessioni che affiorano dalla scrittura, l’intreccio dei temi che attraversano il libro. È vero però che alcuni di questi temi appartengono alla filosofia, ad esempio il rapporto tra vedere e immaginare.

Nella sua recensione Anna Banfi ricorda Robert Walser. Walser ha scritto centinaia di prose divaganti che cominciano come un racconto e finiscono come un saggio, o viceversa. Tra la narrazione e il ragionamento si aprono varie possibilità, tra cui la narrazione di un ragionamento o di uno scatto della percezione. Il primo libro di Walser è ispirato alla forma dei “temi in classe”. Per rimanere alla letteratura italiana, mi viene in mente Palomar di Italo Calvino, ma si potrebbe facilmente risalire a certe cose di Leopardi e anche più in su.

Possiamo dire che una delle ragioni della letteratura continua a risiedere proprio nell’interrogarsi di ognuno di noi sul proprio rapporto col mondo circostante, su quanto cioè vede e metabolizza ogni giorno?

Penso di sì, in modi sempre diversi. L’esperienza che faccio da lettore, quando leggo certi autori, è quella di un avvicinamento alla realtà, le cose acquistano presenza. Io abito a Bellinzona, e quando guardo le mura di Castelgrande, penso alla descrizione che ne ha dato Giorgio Orelli nel racconto Pomeriggio d’estate: “i merli del castello sono perfette cerniere di pietra e di cielo”. Una frase così non ha solo il merito di fissare con esattezza il dato percettivo; suggerisce qualcosa sulla condizione degli uomini, che non vivono nel buio della pietra e neanche nella luce del cielo, ma lungo il raccordo di queste due dimensioni.

L’espressione ‘procedere per immagini’ evoca istantaneità, allusività, ricamo. Quasi che l’immagine generi da sé il suo significato, che parli senza bisogno di parole. Descriverle impone dunque – oltre che una pausa di riflessione – anche un atto in controtendenza. Ha senso usare la lingua per descrivere delle immagini? Non si corre il rischio di perennemente rincorrere qualcosa che sfugge?

Dietro le immagini, o davanti, ci sono le immagini mentali: fantasie, ricordi, premonizioni, tutto quel “cinema naturale” in cui si consumano le nostre vite. A me sembra di sognare tutto il tempo, anche di giorno, quando sono sveglio e apparentemente lucido, sento che c’è una parte del mio cervello che continua a proiettare immagini. È una mia disfunzione? Devo preoccuparmi? No, non credo, penso che sia così per ciascuno di noi e che queste immagini ci aiutino a orientarci nella realtà e a vederla nella sua stratificazione e nella sua ricchezza.

Nel libro questi temi si presentano anche sotto forma di storielle, come quella di un mio amico che quando vede per la prima volta la sua compagna con il figlio attaccato al seno è assalito dal ricordo delle numerose raffigurazioni della Madonna viste e studiate negli anni precedenti o quella di quel tale che di fronte a una Madonna del Latte non riesce a vedere altro che una giovane mamma intenta ad allattare un bebè con uno strano cerchio dorato sospeso sopra la testa.

Vorrei poi aggiungere che le immagini fotografiche suggeriscono dei racconti non tanto per ciò che racchiudono, ma soprattutto per quello che tagliano fuori dall’inquadratura: il prima e il dopo, il soggetto che ha premuto il pulsante dell’otturatore, l’origine di un’ombra misteriosa... C’è un bambino che si rivolge a un pappagallo, probabilmente uno dei due sta dicendo qualcosa, ma la fotografia è muta, e già questo evoca una storia, per quanto minima. In altre parole, scrivere sulle immagini o a partire dalle immagini è un po’ come lavorare in una camera oscura attorno alla vaschetta dello sviluppo, l’acido risveglia l’immagine latente, e la scrittura – che però non deve mai essere acida! – funziona in modo analogo.

Nota critica

Con Ufficio proiezioni luminose Matteo Terzaghi prosegue la propria riflessione intorno al tema delle immagini, iniziata qualche anno fa con il libro d’arte The Tower Bridge e altri racconti fotografici (Periferia, 2009), pubblicato in collaborazione con l’artista Marco Zürcher. L’opera si compone di trentasei brevi capitoli, ispirati ognuno da un’immagine o da una fotografia. Il taglio descrittivo della prosa introduce con discrezione a ragionamenti più vasti, da cui traspaiono la sensibilità dell’autore e la sua personale vena filosofica. Il libro è stato insignito di uno dei Premi svizzeri di letteratura 2014. (mf)

Matteo Ferrari in «Viceversa letteratura» n. 8, 2014)

Rassegna stampa (selezione)

«Il fascino di un libro o di un’immagine aumenta esponenzialmente con il numero di strade che apre al fruitore: il punto di partenza è noto, ma il punto d’arrivo e il percorso che vi conduce sono ammantati di un’oscurità che si rischiara solo cammin facendo. Suggestiva, a questo proposito, l’immagine che di certi libri dà Matteo Terzaghi: “Sono come i massi erratici, li incontri durante una passeggiata e ti chiedi come hanno fatto a finire lì, su quella bancarella o nella bottega di quel rigattiere”. Massi erratici che sembrano precipitati per caso sul percorso di chi lascia che siano curiosità e fantasia a guidare i suoi passi: una fotografia di famiglia, un vecchio volume sepolto tra mille altri, un’immagine che se scrutata con attenzione non smette mai di rivelare qualcosa di nuovo: tanti tasselli, insomma, a comporre un atlante della memoria, fatto di immagini da contemplare, da interpretare e da collegare tra loro. Un atlante senza un apparente filo conduttore, il cui minimalismo si apre a riflessioni capitali sulla natura e sulla funzione delle immagini, tra Benjamin, Barthes e la memoria di Warburg, senza la pretesa di cercare risposte o definizioni, accogliendo semmai tutte le possibilità che questa passeggiata (in senso walseriano) tra le immagini offre, dalla nostalgia al divertissement, dall’iconologia all’iconoclastia» (Anna Banfi«L’Indice», n. 11, novembre 2013).

«L’autore, pur partendo dal suo vissuto e dalle sua esperienza, sa quand’è il momento di ritirarsi, con pudore, e lasciar parlare l’immagine. Ufficio proiezioni luminose non è dunque un libro di memorie o di aneddoti personali, ma piuttosto una raccolta di riflessioni, a metà strada tra arte e filosofia, tra immagine propriamente detta e pensiero. Anche la forma si colloca tra questi due poli, alternando la scrittura, intesa come descrizione (didascalia) dell’immagine ma anche come espressione di un pensiero (riflessione), all’immagine vera e propria, che pure a volte parla da sé» (Matteo Ferrari, «Giornale del Popolo», 14.09.2013).

«Sono prose che raccontano di fatti minimi, incontri, visioni, memorie, un esempio perfetto di scrittura che, senza mai strafare, muove verso la filosofia, e tuttavia non abbandona mai la sponda della letteratura. In ogni tassello narrativo c’è imprigionato un piccolo mistero, un pezzo di luce oscura, che neppure la tersa prosa di Terzaghi riesce, o vuole, illuminare, e quindi galleggia nella memoria del lettore a pagina chiusa, tanto da indurlo a guardare in modo differente le cose intorno, il mistero che ci circonda fatto di minuzie incomprensibili. Terzaghi abita in Canton Ticino, [...] appartiene perciò alla letteratura della Svizzera italiana che ha dato in questi ultimi decenni un contributo importante alla nostra cultura, elaborando una propria strategia narrativa e poetica solo in apparenza eccentrica» (Marco Belpoliti, «L’Espresso», 02.08.2013).

«Tra immagini di Hugo Ball in maschera cubista al Cabaret Voltaire, pulcini sperimentali, l’intuizione che le foto della morte di Clay Ragazzoni e di Robert Walser sono una il negativo dell’altra e la scoperta del “vero” finale dell’Avventura di un fotografo di Calvino, il libro di Terzaghi chiarisce due cose: la fotografia – l’insieme delle azioni concrete che la determinano – è un punto di vista sul mondo, un metodo per connettere percezione, tecnologia e pensiero (un chinarsi del capo affettuoso e attento); che ogni individuo è un proiettore naturale. L’“ufficio” – da intendere sia come luogo sia come compito – “proiezioni luminose” siamo noi» (Giorgio Vasta, «La Repubblica», 28.07.2013).