Il silenzio degli operai

Massimo Daviddi

Ecco dunque la persistenza, ora inquietante ora rassicurante, degli oggetti e la loro singolare autonomia rispetto al nostro esserci e pensare, perché quelli «non sanno cosa sia l’obbligo della ragione»; la forte connotazione dello spazio fisico, spesso costrittivo, entro cui si stagliano i nostri gesti, e (coerentemente) la nostra parentela con la terra; la pregnanza di ciò che di primo acchito appare minuscolo, troppo elementare o superfluo, ma che a uno sguardo più attento si configura come denso cosmo; le virtualità celate in ogni particella del tempo («ogni giorno sembra avere una potenza») e la percezione, anche tormentosa, dell’hic et nunc; l’affiorare di parole che, pur nella loro casualità, ci rendono più vivi; la volontà strenua di rilevare, precisare, salvare quanto accade; le tracce della violenza urbana e il nostro costante – ma per lo più inconsapevole – correr pericolo («si vive così [...] sempre in agguato»).

Tiziano Rossi

5 domande a Massimo Daviddi

di Matteo Ferrari

Pubblicato il 04/06/2013

Massimo Daviddi (1954) è nato a Firenze e vive a Mendrisio. Nel 2012, con la raccolta di poesie Il silenzio degli operai (Milano, La Vita Felice), ha vinto il Premio federale di letteratura: è l’occasione per porgli alcune domande su questa raccolta e più in generale sulla sua concezione della poesia e dell’essere poeta.



Iniziamo dal titolo. Che significato possiamo o dobbiamo attribuire a questo Silenzio degli operai?

Il silenzio degli operai vuol dire in qualche modo soffermarsi sulla parte del testo che maggiormente alimenta un mio modo di sentire la vita, coniugandola al presente. Sono cresciuto in un cortile di Milano, circonvallazione anni ’60, un tempo unico, caotico, ricco di umanità e anche di piccole violenze, di stenti e generosità. Osservavo molto, dal mio balcone al settimo piano; ricordo le macchine in fila, dopo la partita a San Siro e lo stadio, dove andavo da piccolo per vedere l’Inter, con mio padre. Rivedo le tute bluastre degli operai che andavano nelle fabbriche con biciclette, vespe, lambrette; i muratori, poco prima di lavorare nel cantiere, al bar per un bicchiere di marsala, d’inverno. Gli inseguimenti tra un cortile e l’altro, i bambini veneti, siciliani; la lingua viva, popolare, un’arena di accenti, detti, null’altro che il pallone, i giochi come nascondino e bandiera, le urla delle madri per il rientro. Questo non esiste più; non esiste là, dov’era, e allo stesso tempo non esisto io, dov’ero: sono straniero in questa Milano che amo sempre, ma la reinvento o semplicemente scorro nelle vie, fermandomi nei pochi locali dove mi sento a casa. Oggi – ed è la coniugazione al tempo che viviamo – la società nega l’esistenza degli operai o quando ne parla, sono sempre visti come sopravvissuti in un mondo che non sa cosa farne. Fino alla tragedia della Thyssen, che ricordo nell’ultimo testo della sezione.



È una considerazione forse banale: quando si guarda, di uno scrittore, l’intera produzione, è più facile vederne gli scarti, i cambi di direzione. Ma sono spesso le analogie, la fedeltà a se stessi e alla propria voce, che contano per definirne il carattere, la poetica. Dalle sue tre raccolte mi pare che traspaia una chiara attenzione al genere umano, inteso come moltitudine, con un forte interesse però per il singolo, le sue particolarità e le sue tragedie. Concorda se definiamo la sua una “poesia civile” con vocazione all’universale?

A priori, non ho alcuna pretesa civile, ma la accolgo come lei fa, tra virgolette. Per me, civile è osservare due bambini soli che giocano in un luogo dove gli adulti sono presi dalle loro faccende, distratti, portando un po’ di umanità: anziani, riuniti in una stanza che sentono il desiderio di una fuga, di una possibile, ritrovata giovinezza. Una persona che non gira la testa dall’altra parte, se uno è in difficoltà. Ascoltare chi ti parla e spesso avviene con persone sconosciute: un viaggio in treno, l’invito improvviso per un caffè. Poi, non si sa. L’universale nasce da questo; dal chiedersi come piccole cose possano dare a noi che le osserviamo un sentire comune. Se penso alla civiltà, credo che sia anche una questione da mettere in discussione in ogni momento della vita: cosa intendiamo per civiltà?



Parliamo della struttura dei testi. Della sua prima raccolta (Zoo persone, Balerna, Ulivo, 2000) mi aveva colpito il flusso verbale. Nessun titolo, assente la punteggiatura. Il libro composto da una sequenza di frammenti uno di seguito all’altro che, in realtà, possono anche essere letti come un unico grande testo. Poi a partire dalla seconda raccolta (L’oblio sotto la pianta, Bellinzona, Casagrande, 2012) i componimenti ricevono dei titoli, vengono isolati sulla pagina e ordinati in sezioni. E penso per esempio al capitolo Il dolore, ne L’oblio sotto la pianta (un testo in ventun tempi nominati da «Primo» a «Ventunesimo»), o alla poesia che dà il titolo all’ultima raccolta, Il silenzio degli operai (componimento in dodici atti, da I a XII): penso alla forza e alla coesione di simili unità tematiche. Sotto questo punto di vista l’ultima raccolta rappresenta una sorta di consacrazione di tale struttura, che mi azzardo a definire “a poemetto” per l’insistere di più testi sullo stesso tema. Come mai questa scelta?


In Zoo Persone, c’era un’idea di libertà, esplosiva, torrenziale; scrivevo dopo un anno di sospensione perché quanto fatto prima, seppur con qualche buon giudizio, non mi convinceva del tutto e non convinceva altri, pienamente. Ricordo a proposito una bella lettera di Francesco Leonetti, che conservo, a inizio anni ’90, dove segnalava nei primi manoscritti «luci e ombre». Potrebbe essere che dopo l’interruzione sia prevalso un sentimento opposto, andare avanti senza punteggiatura, quasi come si fa con la bici in una discesa. A partire da L’oblio sotto la pianta, quello che lei dice, “poemetti”, penso sia invece l’esigenza consapevole di percorrere uno spazio – tempo di scrittura all’interno di un’idea, immagine, argomento, che sento forte e ineludibile. Che si annuncia e determina la possibilità di scrivere o meno. Un ordine, che precede quanto poi si andrà a fare; tentare di fare. Senza questo, preferisco stare nel silenzio della pagina, approfondire altri autori, rileggerli; insomma, occorre un’etica che chiamerei intervallo, parola che stiamo perdendo, purtroppo.



Nelle sue raccolte convivono, a fianco dei versi, brevi testi in prosa. Il silenzio degli operai rimane fedele a tale mescolanza, a quest’agilità di stili. Com’è maturata la decisione di una simile forma ibrida?

Non saprei; come ho detto in una recente presentazione a ChiassoLetteraria, dove ho letto con piacere insieme a Vanni Bianconi, è piuttosto la “materia” che entra a determinare l’uno o l’altro stile, potendoli mettere in moto entrambi, senza particolari difficoltà o criteri fermi, di scelta. Decido, seguendo un piano interno; allora, vale l’endecasillabo, come la poesia in prosa. Quest’ultima, resta fortemente presente in me perché si lega al tema della visività, alla possibilità di entrare maggiormente in qualcosa che lo sguardo coglie e che produce diversi piani di lettura. Credo che il ritmo dei testi, in questo caso, sia influenzato dalla fisicità dell’ambiente, per me determinante e dalle correlazioni con semplici fatti quotidiani, le cose che avvengono vicino a dove vivi.



Le sezioni delle sue raccolte portano spesso, in esergo, una citazione. Sfoglio Il silenzio degli operai e trovo parole di Giampiero Neri, Giovanni Orelli, Tiziano Rossi, Maurizio Cucchi, Francesco Biamonti. Li immagino amici, compagni di strada, maestri. Sono in qualche sorta gli autori della sua biblioteca, quelli a lei più cari?

Conservo e pratico da anni rapporti di amicizia e affetto con Giampiero Neri, Giovanni Orelli, Tiziano Rossi. Aggiungo, Fabio Pusterla, cui devo molto, perché è stato il primo a leggere con interesse le cose che scrivevo e a sostenermi: sua l’introduzione a Zoo Persone, del 2000. Oltre l’attenzione per i loro lavori, la frequentazione con questi scrittori è attraversata – per fortuna – da tante altre cose: semplici passeggiate, trattorie, riflessioni sulla politica e sulla società. E le passioni; il cinema, il calcio. Di Biamonti, apprezzo le descrizioni del paesaggio ligure e  la correlazione con uomini duri, sconfitti, isolati dal corso della vita. La Liguria aspra di ponente a due passi dalla Francia raccontata nei suoi romanzi è un affresco tragico, l’ossessione vissuta per mondi che non comunicano. Lembi estremi che si cercano, anche per una notte. Citare, è tenere una tensione verso chi conosci, leggi, frequenti.

Rassegna stampa (selezione)

«Il silenzio degli operai è un libro fitto di oggetti: quasi tutti sono di piccole dimensioni, appartengono al mondo sommerso del quotidiano, e spesso patiscono uno stato di degrado, come fossero relitti scampati a una catastrofe. Dimessi e minuscoli allo stesso modo sono gli spazi: a parte qualche prato (di periferia, però) e qualche strada (laterale, non principale), essi sono perlopiù interni, di case così come di officine. Gusto crepuscolare, dunque? No, si direbbe anzi che la poetica di Daviddi sia l’opposto: nobilitare le piccole cose, evitando di compiacersi per la loro insignificanza. […] Forzando un po’, in Daviddi la poesia svolge quella funzione che già i classici le attribuivano: essere eternatrice, recuperare quel che l’incuria perde o lascia sommergere.» (Flavio Medici, «L’Informatore», 29.03.2013).

«“Forse, ogni cosa si unisce e si separa prima, / ogni cosa va autonomamente verso una fine / e noi non conosciamo cosa succede e dove; / pensiamo a vivere, a parlare come ogni giorno, / questo è il nostro compito”. Massimo Daviddi ne è cosciente, ma non rinuncia a interrogarsi e a darne testimonianza. Il suo discorso si oppone così al silenzio che è nel titolo, all’assenza di voci e di vita. È un discorso, in questo, intriso di speranza. Basta leggere gli ultimi tre versi della raccolta per rendersene conto: “Viene il bambino, spezza una catena di silenzio, / gioca a pallone contro il muro, destro e sinistro, / stop, rilancio”» (Matteo Ferrari, «Giornale del Popolo», 04.05.2013)