Tre domande a Federico Hindermann (più due ad Alessandro Martini)

di Yari Bernasconi

Pubblicato il 16/02/2007

I) Tre domande (al telefono) a Federico Hindermann

Federico Hindermann, il suo ultimo libro di poesie, Girandola di farfalle, pubblicato lo scorso novembre 2006 nella collana Alea di Dadò, è una raccolta di stornelli (eccezion fatta per gli ultimi sei testi): tre versi, un quinario e due endecasillabi, con il primo e il terzo in rima; l'intermediario, secondo la tradizione, legato agli altri da assonanza o consonanza. Come sottolinea Alessandro Martini nella Premessa del libro, si tratta della «più breve forma poetica italiana», legata alla poesia popolare e ai fiori, che – generalmente – sono i veri e propri protagonisti dello stornello, i primi ad essere evocati. Ma non è una prima: «già i Fiori del 2000 (sempre in Poesie [si fa riferimento a Federico Hindermann, Poesie, 1978-2001 , Verona, Valdonega, 2002]) erano "mottetti alla maniera di stornelli", ossia mottetti ancora più brevi di quelli montaliani, perché costretti in tre versi» (sempre Martini). Cosa la lega a questo genere così leggero, così immediato e così vicino alla tradizione dell'improvvisazione?
Lo stornello è legato alla tradizione popolare, a differenza del mottetto, più legato a una tradizione chiesastica. Lo stornello, in particolare, ha una tradizione popolare soprattutto toscana: immagini il contadino che dal suo poggio alza gli occhi verso un altro poggio, dove una donna (perché con “fiore” s'indica proprio il sesso femminile) sta lavorando, e la omaggia con dei versi; l'altra, costretta a rispondere per le rime gli dirà “guarda che ho già un fidanzato”, oppure “grazie, cantamene ancora uno”. Entrambi, però, possono essere un condensato di arguzia e di saggezza. Ora, lei sa che invecchiando si risale all'infanzia e si tende a ridurre tutto all'osso: forse si possono spiegare così le mie poesie. Quanto alla leggerezza, è vero, ma c'è anche molta aria condensata: è tutto ristretto in tre versi!

Girandola di farfalle è un tripudio di Fiori e Farfalle , a loro volta sezioni del libro. Sarebbe interessante riflettere su queste immagini e sul loro significato all'interno dell'opera; prendiamo le "farfalle": se da una parte rappresentano il punto di partenza dell'esercizio poetico, portatrici «di valori morali» (Martini), emulate («Campa cavallo, / se l'erba cresce, vi trovo però fiori; / intanto spero, e così sfarfallo»), dall'altra si rivelano parzialmente distanti da chi scrive («Varia ventura: / effimere sfioriscon le farfalle; / longevi noi e chi di scorza dura») e perfino sbeffeggiate («Ali, vessilli, / Vanesse orifiamme variegate, / stecchite stanno ferme sugli spilli»)...
Io non sono entomologo, come Nabokov, però le farfalle sono animali affascinanti: non sono avvincenti solo per la bellezza, ma anche per la loro vita, così breve. E come gli angeli non si sa se siano eterne. E poi, come gli uccelli, sono libere e hanno pochi grammi di peso. Non sono come noi. Per i fiori, invece, devo ringraziare mia moglie: andavamo insieme a cercare funghi e fiori rari, e lei conosceva tutti i nomi. Io ho fatto le scuole elementari in Italia, quindi non ho mai avuto una particolare formazione in storia naturale; qui [ad Aarau, N.d.R.], nei Paesi dove si parla tedesco, ma anche in Inghilterra, c'è più amore per la natura: fin da bambini s'impara ad osservare (anche solo per il piacere dei colori).

La sua prima raccolta poetica è del 1978, Quanto silenzio (All'insegna del pesce d'oro, Milano, Scheiwiller). Nel 2002, invece, è uscito Poesie. 1978-2001, che raccoglie tutta la sua attività poetica. È soddisfatto del suo percorso? Che eredità pensa di aver lasciato? Riconosce, tra i giovani poeti, un suo potenziale erede?
A parte una pubblicazione in tedesco quando avevo 19 anni, ho pubblicato relativamente tardi, ho atteso. Ma non so e non posso giudicare me stesso. Non conosco neppure bene i giovani poeti: sono in contatto con Fabio Pusterla, col quale mi intendo molto bene (e a cui, tra l'altro, devo fare vivissimi complimenti per il Premio Gottfried Keller 2007 appena conseguito), altrimenti resto solo legato ai miei coetanei, come gli Orelli.

II) Due domande ad Alessandro Martini (professore ordinario della cattedra d'italianistica dell'Università di Friburgo)

Professor Alessandro Martini, leggendo la raccolta di stornelli Girandola di farfalle di Federico Hindermann si può avere l'impressione di una poesia “vecchia”, soprattutto per il ricorso sistematico a un genere metrico. In Svizzera, una poesia apparentemente lontana dalle nuove generazioni di poeti (da Fabio Pusterla e Aurelio Buletti a Pierre Lepori) e legata perlopiù alla generazione di Giovanni Orelli e Remo Fasani (sarebbe forse sbagliato, qui, evocare Giorgio Orelli, che fa storia a sé). Nella Premessa, però, lei afferma – parlando in generale dell'opera dell'autore – che si tratta di «poesia vecchia perché ancora un poco novecentesca e nuovissima perché ancorata alla tradizione più illustre». Mi sembra un aspetto cruciale: potrebbe approfondire?
Hindermann appartiene in effetti alla generazione di Giorgio Orelli e Remo Fasani, rispetto ai quali gli altri poeti che lei ricorda sono figli e a volte quasi nipoti. Nei riguardi della tradizione più illustre che io ricordavo, alquanto provocatoriamente, come approdo di una possibile poesia davvero nuova, il discorso dei tre nominati non muta molto, anche se andrebbe di volta in volta precisato. Direi, molto all'ingrosso, che se la tradizione più salda può essere ben presente, specie in Orelli, come costante sinopia (per usare una parola ben sua) del proprio operare poetico, nel Novecento è più raro vedere assumere una forma chiusa, illustre o meno, come guida del proprio operare, al di là di approdi brillanti ma consapevolmente manieristici (penso all'ipersonetto di Zanzotto, al più recente Sanguineti). Lo stornello fatto mottetto da Hindermann, con l'umiltà che implica il primo termine e l'altezza raggiunta dal secondo, è una proposta nuova, a suo modo ardua, ma si iscrive in questi tentativi di alcuni maturi poeti. La mia battuta più che altro e più in generale esprimeva il mio personale fastidio per quell'eredità novecentesca, quella koinè altamente ermetica che mai si piega con qualche rigore a una forma e a una precisa legge metrica (nonostante l'esempio del miglior Montale, poeta dalle forme sempre più ferme di quelle che si riscontrano nella maggioranza dei suoi seguaci). All'indeterminatezza della forma corrisponde un alto tasso di ermetismo linguistico e semantico, nascondendo le occasioni che spingono al poetare (ancora sull'esempio di Montale), dispensandosi dal discorso razionale e dal suo disteso sviluppo, contrariamente alla limpida, per quanto linguisticamente eletta, comunicatività della nostra maggiore tradizione, da Dante a D'Annunzio. La vaghezza simbolica fin de siècle e la sua probabile forte eredità ermetica è durata insomma troppo tempo, più di un secolo, e non sembra mai morire. Visto che non sono letti, farsi leggere sembra l'ultimo pensiero dei poeti, attenti semmai oggi a farsi ascoltare.

La quasi trentennale attività poetica di Federico Hindermann, l'ha portato, dopo diverse pubblicazioni nella prestigiosa “All'insegna del pesce d'oro” di Vanni Scheiwiller (Quanto silenzio, 1978, Docile contro, 1980, Trottola, 1983, Baratti, 1984, Ai ferri corti, 1985, Quest'episodio, 1986), al traguardo simbolico dell'edizione delle Poesie. 1978-2001 (Verona, Valdonega, 2002). Come giudica, fino a qui, l'opera dell'autore nato a Biella? Che spazio può esserle ritagliato all'interno della tradizione poetica italiana, dove andrebbe situata?
Non la giudico. L'ho scoperta con sorpresa al traguardo che lei dice, quindi tardi, come un voce difficile da intendere, quindi ben novecentesca, ma che merita di essere ascoltata, per i suoi ricchi umori culturali, come racconto di una vita filtrata da molti libri, di tempi e di spazi molto diversi. Gli studi in lingue e letterature neolatine, il fondamentale bilinguismo di Hindermann, non a caso traduttore in più direzioni, sono la sua forza prima. L'aver operato fuori d'Italia, nella Svizzera plurilingue, decentrato persino rispetto alle regioni italofone della Svizzera, l'ha posto al centro di altre esperienze europee, ignaro di effimere avanguardie, ma, mi pare, intimamente sperimentale. Lo studio di questa esperienza deve ancora cominciare ed è indispensabile per tentare una risposta alla sua domanda, in prima istanza non già per ritagliargli uno spazio e situarlo, ma per capirlo. Anche perché se da un parte un poeta vero si misura ogni giorno felicemente con la tradizione, dall'altra, quando fatalmente si avverte ascritto a qualche tendenza, non può che sentirne fastidio: sentirsi epigono, sentire la fine.

Rassegna stampa (selezione)

«Non so inventare (= trovare) modo migliore per inaugurare (in-augurare) un decente 2007 (non infame come il 2006) ai lettori di "Azione" che prendere questo stornello [...] di Federico Hindermann [...]. Eccolo, ma tutti sono da leggere: "Fior in esilio, / che vento qui ti porta nell'altrove, / e pure noi si va in visibilio?". Una noticina rimanda al Credo, al "visibilium et invisibilium" e alla diffusione dei semi, che non avviene solo per virtù di vento o animali... E la diffusione della poesia come avviene? Avviene ad opera di inseminatori come Federico Hindermann. Al quale l'augurio, con un grazie, che continui a inseminare come fa al di là dei suoi 86 anni» (Giovanni Orelli«Azione», 16.01.2007).