Come antiche astronavi

Claudia Quadri

Vilde, operaio di mezza età, va a trovare il padre che vive abusivamente in una proprietà del Comune di cui un tempo è stato il custode. Vuole convincerlo a cercarsi una nuova sistemazione prima dell'inizio dei lavori di risanamento. Ma tra le case fatiscenti della sua infanzia risuonano le voci: quella della madre che l'ha abbandonato da piccolo per unirsi ai moti degli anni '60 e '70 in giro per l'Europa, quelle di nonna April, della balia Marù, dell'amica d'infanzia e poi amante Marisa – voci che come le capre e i cocci antichi del borgo sprofondano e riaffiorano in una metropoli irrequieta come il mare, mentre l'arrivo delle ruspe si fa sempre più imminente. Alla fine sarà proprio il padre di Vilde a trovare l'idea che concederà a tutti loro un ultimo momento di sospensione.

(Dalla quarta di copertina)

«Quando scrivo, il mondo scende di qualche gradino nella mia direzione»

di Pierre Lepori

Pubblicato il 30/10/2008

Leggendo questo terzo romanzo di Claudia Quadri, viene voglia di tornare ai due precedenti, con una certa curiosità. Con un'impressione strana: quella di una voce perfettamente riconoscibile, ma ogni volta quasi totalmente nuova, come si trattasse ad ogni romanzo di un'opera prima. L'impressione, insomma, è che Claudia Quadri re-inventi perpetuamente il proprio stile, per adattarsi sottilmente, quasi fosse un vestito, ai suoi personaggi. Personaggi su cui la lingua ricama fremiti leggeri, personaggi teneramente attaccati all'esistenza ma ben più spesso lacerati, contusi, sbatacchiati.

Torniamo dunque a Lupe (2000), l'esordio narrativo di Quadri: una donna con figli adulti, dal matrimonio in sotterranea crisi, approfitta dell'assenza del facoltoso e colto marito (un editore) per svicolare dall'abitudine, compiere uno scarto di lato: “piccolo atto di ribellione”, “latitanza” dal quotidiano, in direzione di un ordinario leggermente discosto. Quello di un villaggio abbandonato da Dio e solcato da pochi uomini e donne in disuso: un oste ruvido e profondamente ferito – lo sapremo alla fine – da un senso di colpa occhiuto; una bottegaia obnubilata dalla perdita d'un pennuto; un vecchio col cane che un po' indovina e un po' straparla. Personaggi nella migliore tradizione narrativa ticinese degli esclusi dalla Storia, tra Martini e Poma, per intenderci. Al centro, la crisi esistenziale della donna, appiglio narrativo banale. Una specie di basso continuo, come direbbero i musicisti: la sismografia discreta di una vita comune e anche un po' ammaccata. Su cui però l'autrice innesta un'altra storia, più petrosa e dionisiaca, quella di una scultrice vissuta nel villaggio, che ha lasciato al borgo sospeso nel tempo le sue tracce di pietra fremente: madonne straziate, santi in posture inattese, angeli ritorti e un autoritratto in forma di fontana; con cui Vera – la protagonista – scopre una fraternità (dovremmo dire una sororità) misteriosa e allusiva. Non sembra esserci un atto violento di ribellione, ma quasi (gravida di leggerezza) una goccia di dubbio, quello di aver vissuto per troppo tempo “entro i perimetri del compromesso”. Lo stile è secco, preciso, ma il contraltare, la storia più arcigna della scultrice Lupe che arde silenziosa nel passato, offre al romanzo alcune pagine liriche, libere, in un continuo altalenare di atmosfere.

Il libro seguente – Lacrima, del 2003 – sembra portarci per tutt'altri territori: siamo in città (chi è del luogo può riconoscere Lugano, la cattedrale, un certo tea-room e una certa libreria), la narrazione non si costruisce più sul filo di un doppio destino, ma sulla polifonia delle voci, dei personaggi che gravitano intorno al Ricovero dei poeti (il bar) e al Malatempora (la libreria). Andirivieni e struttura quasi cinematografica (alla fine una pioggia rossa farà addirittura pensare a Magnolia di Thomas Anderson), con uno stile che anche in questo frangente si adatta ai personaggi. Meno sprazzi lirici, forse, ma il gusto di raccontare i dettagli che riassumono una vita, i tic, i veri terrori trasmutati in manie tenere o pazzesche. La barista tedesca con i suoi ricordi d'infanzia, il professore di liceo con la fissa della memoria, il giornalista fuori-uso che firma rubriche di consigli femminili, la ragazza anoressica, il libraio. Una folla d'esistenze avviticchiate che sono sempre meno “qualunque” di quanto possiamo immaginare, dal momento in cui vi puntiamo sopra la lente della scrittura. Quasi sempre, in questi romanzi (tutt'altro che ingenui), uno dei personaggi s'incarica di trasmetterci le regole del gioco: “La vita, pensa [Abel], è tutta un esercizio di associazioni. Ogni luogo ce ne ricorda un altro, di ogni persona cerchiamo la somiglianza con un'altra (…), un biglietto del treno ricorda un paesaggio o l'odore del buffet della stazione, delle briciole ricordano uno spuntino solitario, un francobollo una lettera arrivata da lontano”, eccetera. Anche in questo caso: basso continuo, resistenza a voltaggio moderato, eroismi del quotidiano guardati non senza ironia da un'autrice che si lascia quasi accompagnare dai suoi eroi minori. Dal punto di vista dello stile si può pensare a una comunanza con la X-Generation americana (niente di beat pop , niente di maledetto o ribelle) o ad alcuni autori della giovane letteratura italiana (Matteo B.Bianchi o Marco Mancassola, quindi in una linea post-tondelliana).

Eccoci a Come antiche astronavi (2008): ancora una volta si tacciono i luoghi, che sono al contempo quasi familiari e lontani (una Bellinzona rivisitata dal realismo magico o una Genova senza il mare). Il timbro,qui, sembra quello della favola, si riconosce una certa comunanza con il migliore (il primissimo) Baricco, o con qualche apologo calviniano. L'atmosfera è sospesa, sognante. Le voci, tante, s'incrociano (ogni capitolo mobilita la prima persona d'un singolo personaggio), talvolta avanzano tentennando, su una pagina sempre più attenta all'evocazione lirica, pur nella costanza di una scrittura in minore, micro-narrativa. Ritorna l'alternarsi tra voce sommessa (infiniti dettagli, piccoli riti quotidiani) e picchi lirici: il protagonista, talvolta, ferma il racconto per una “nota poetica”. E ritorna, preponderante, il gioco delle generazioni. La trama si potrebbe riassumere nella storia di una famiglia, quella del protagonista Vilde, ma il racconto si fa per salti temporali e voci contrapposte (come un “gioco dell'oca” dice il protagonista, e potremmo pensare a un vago riferimento sanguinetiano), tantoché il lettore capisce solo poco a poco i legami che rintrecciano April (la nonna), strana marchesa anglofona e solitaria, June (la madre), bambina reclusa che fugge e si strugge, il postino (padre putativo di Vilde). La girandola di voci è più complessa, perché è ancora più marcato il saliscendi temporale. Per la terza volta è il luogo - una topografia di 200-300 metri quadri (!) - a unificare destini e ricordi, sogni e disfatte, sempre periferici e sempre centrali. Vilde sale allaFortezza , dove s'erge la casa del padre, la villa coi cocci di bottiglia, la chiesetta. I ricordi. Sui suoi passi pediniamo (zavattinianamente) le ramificazioni del racconto.

Come si vede, siamo partiti da un'ipotesi (in gran parte falsa) di uno stile non chiaramente riconoscibile nel lavoro di Claudia Quadri, e ci ritroviamo con alcune costanti: questi romanzi si costruiscono su poche coordinate essenziali. Personaggi, oggetti, luoghi. Sembra una costatazione banale, eppure sono i dettagli a guidare la penna della scrittrice. Come se ogni angolo, ogni muro (e di muri è spesso questione nell'ultimo romanzo; le esclusioni, i dolori, i sogni attecchiscono sulla pietra) conducesse a una via, una storia: “Lassù il tempo fa il comodo suo, si incanta, impazzisce come la mayonnaise, si prende gioco di noi. Voci raccontano storie. Ascoltate”. L'attenzione intenerita e appassionata ai protagonisti, voci minime ma mai sprovviste di eroismo e resistenza, modella l'incedere narrativo. Sembra palese che un'etica della quotidianità – pur filtrata spesso dall'echeggiare leggendario – conduce la voce sulla pagina, smussando i contraccolpi della violenza, come se alla lama di coltello si preferisse sempre la carezza di un pennello (nonostante le storie in sé siano tutt'altro che buoniste). Quadri rifugge i toni gridati e le ambizioni da scrittore-demiurgo; non ambisce a comporre grandi pagine metafisiche, romanzi di caratura filosofica o affreschi sociali (“il mondo si rivelava con le parole che lo descrivevano (…) andiamo fin dove le parole finiscono”); vuole spigolare, indugiare, grattare la patina del reale per scoprirvi un po' di magia, non sempre consolante (“ma naturalmente ci sono anche le persone felici”…); accompagnare sottobraccio il lettore in un mondo al contempo realistico e sognato, sorta di calco dolce del nostro quotidiano: “cosa possiamo fare se non cercare il nostro modo di stare al mondo, o di non starci?”. Alla lunga, forse, quest'incedere in minore potrebbe condurre la narratrice ad un'impasse, al procedimento un po' automatico di racimolatura del comune (che sospende il discorso sulla comunità, ma abbraccia i singoli in un'unica pietas), ma a dar stoffa narrativa a questo lavoro paziente e quasi meticoloso resterà sempre la persistenza cocciuta degli oggetti, veri e propri marcatori di un destino più grande: “Sistemo gli oggetti, li sposto, aggiungo, tolgo”, afferma Vilde in Come antiche astronavi , “Un giorno avrò trovato la combinazione giusta, per una attimo mi sentirò in pace, attraversato da parte a parte da un raggio di consapevolezza. E' questo il codice segreto del cosmo? L'alfabeto morse del creato?”.