Lo chalet e altri miti svizzeri

Oliver Scharpf

Un viaggio tra il serio e l'ironico attraverso miti e leggende della Svizzera. Dopo una sofferta e laboriosa scelta, l'autore propone i seguenti “miti”: L'Emmental(er) (XII secolo), Guglielmo Tell (1307), Gli orsi di Berna (1513), La neutralità (1674), Lo chalet (1761), L'assenzio (1798), Heidi (1880), La palma ticinese (1885 ca.), Il San Bernardo con il barilotto (1887), Il cervelat (1891), Il coltellino svizzero (1891), Il Birchermüesli (1900), L'Ovomaltina (1904), L'autopostale (1906), Il Toblerone (1908), Il Cenovis (1931), Il segreto bancario (1934), L'LSD (1943), L'orologio delle stazioni (1944), Il pelapatate Rex (1947), La Rivella (1952), L'Aromat (1953), L'Helvetica (1957), Ursula Andress che esce in bikini dal mare (1962), Il rifugio antiatomico (1963), Il Piz Gloria (1969), La M della Migros (fine anni '60), La mucca Milka (1972).

Intervista a Oliver Scharpf

di Roberta Deambrosi

Pubblicato il 19/12/2011

Lo chalet e altri miti svizzeri (pubblicato nel novembre 2010 e subito ristampato visto il successo di pubblico) si presenta come un'antologia di saggi brevi, in cui vengono presentati non senza ironia e sotto più punti di vista alcuni degli emblemi – materiali ed immateriali – elvetici più celebri. Celebrità che non rima sempre con conoscenza: ci si rende in fretta conto, leggendo questo divertente compendio, quanto poco si sappia in realtà dell'Ovomaltina o del Birchermüesli, del postmoderno Piz Gloria, o di come sia difficile separare mito da storia nel caso di un personaggio come Guglielmo Tell. Da dove sei partito? Come hai proceduto alla raccolta di tutte queste informazioni? Quali sono state le tue fonti privilegiate?

Il punto di partenza è stato proprio il Birchermüesli: perfetta corrispondenza per contrasto con il famoso Steak et frites francese neiMiti d’oggi di Roland Barthes dove assume lo statuto di piatto nazionale francese e partecipa della stessa mitologia sanguigna del vino. Il Birchermüesli invece è quasi un antisteakefrites. Pasto estremamente sano inventato dal dottor Bircher in origine come cura: è austero, quasi monacale. Dopo quest’assonanza antitetica, se c’era un piccolo paese pieno zeppo di miti nazionali, da Tell all’Ovomaltina, era proprio la Svizzera. Anzi, la schizofrenia della Svizzera a un certo punto, con i vari miti che s’intrecciavano tra di loro, mi sembrava tenuta assieme proprio da questi miti. Un bel puzzle-cementit.
E così mi sono imbarcato in questo tour mitologico, strutturando i 28 soggetti in ordine cronologico, inserendoli tra un preludio: Gli orologi a cucù di Orson Welles e un epilogo: Il reportage impossibile sul Cordon-bleu. Va detto poi che la mitizzazione svizzera s’impenna soprattutto dopo il 1848: creazione dello Stato federale.
Le informazioni: un po’ di google e i suoi labirinti, e-mail (ad esempio all’inventore della mucca Milka), biblioteche, libri trovati almarché aux puces, indagini sul campo come per Lo chalet (il pezzo a cui ho lavorato per mesi, scrivendolo e riscrivendolo, limandolo in modo maniacale, lasciando fuori tanto altro materiale); poi l’archivio mentale di ricordi, associazioni mentali, aneddoti sentiti nei tea-room, come per il finale del Rifugio antiatomico, lunghe passeggiate investigative. E, va detto, ho dovuto leggermi Heidi.

Le note a piè di pagina con cui hai arricchito i testi sono una miniera di informazioni supplementari, anch'esse contribuiscono a formare una rete di connessioni, un involucro che dà forma al libro. oltre a fornire documentazione aggiuntiva (come non invidiare chi poté consumare, negli anni Sessanta, il cioccolato Tobler ripieno al Gin Fizz?) rimandano a ulteriori o alternative chiavi di lettura ai vari miti. Come mai hai scelto di lasciare in nota questi suggerimenti che, a me pare, darebbero ancora più profondità al tuo già esteso lavoro di messa in prospettiva?

Le 126 note a piè di pagina in fondo sono forse la cosa di cui sono più contento. Sono state messe in disparte apposta, per alleggerire la lettura già piena di dati e date, non distrarre il lettore dal soggetto principale. Alcuni sono un po’ dei micromiti a sé: come il  Percorso Vita o i treni svizzeri all’interno dell’Orologio delle stazioni. Altre svolgono la funzione di contrappunto, per mantenere la struttura basata su un aplomb narrativo più oggettivo possibile fino al finale, dove entra in scena l’autore. Sono delle tracce discrete per lettori veri, che rimandano a ulteriori connessioni tra i vari miti come dici o ad altre ipotetiche storie, come la tavoletta estinta ripiena di Gin Fizz. 
Se da una parte sono fissato, nello scrivere, con la brevità, forse per paura di annoiare il lettore. D’altro canto ho anche voluto creare un secondo piano di lettura attraverso una specie di gioco di scatole cinesi o dell’oca. E in fondo, sotto sotto, ho giocato con una delle ossessioni elvetiche: la miniaturizzazione. Unendola alla passione tipica svizzera per il sotterraneo: tutte queste note formano forse un testo prospettico sotterraneo in miniatura. Del resto, il finale del libro è proprio una nota a piè pagina: ma chiave di lettura finale di tutto il viaggio.

Più volte, nel corso di questo viaggio attraverso non solo i miti, ma anche le ossessioni elvetiche, parli di sottotrame. Ne suggerisci una anche quando, parlando della neutralità, evochi la sua presenza – inquietante? – anche nel gusto forse un pò insipido della Rivella, oppure nelle superfici lisce dei rifugi antiatomici. Che cosa avevi scorto in questo fil rouge?

Una di queste sottotrame è questa, la neutralità come una falda freatica che segue e affiora nella trama della Svizzera, affluendo come sottotesto nella vita quotidiana elvetica. Neutralità come paesaggio di sfondo al pari del mito onnipresente delle Alpi. Anticipando il gusto della Rivella come citi bene, ma anche il carattere tipografico Helvetica, il tanto amato beton che porta alla superficie liscia dei rifugi antiatomici. 
E il rifugio antiatomico s’intreccia a un altro fil rouge, vero proprio filo rosso da labirinto: l’ossessione svizzera per le cavità, gli spazi vuoti sotterranei. Il leggendario caveau delle banche, messo in nota al segreto bancario è una tappa di questa sottotrama per eccellenza, forse anche l’ex fossa degli orsi di Berna, per non parlare dei tunnel che collegano il tutto. La Svizzera, sotto, è un grande Emmental(er). Dal mitico e controverso Réduit Alpin, bunker megalomane pianificato agli inizi degli anni Trenta nel cuore del San Gottardo e ouverture ideale alla corsa della difesa totale nel pieno della guerra fredda con il record del mondo di rifugi antiatomici, trovando l’apice futuro (2017 ca.) nell’Alptransit

Un altro aspetto che pare emergere dal paniere dei miti svizzeri è la loro estrema permeabilità al contributo esterno ed estero – che denota, in fondo, una relativa svizzeritudine? – la palma simbolo del Ticino, ad esempio, importata dal Giappone; lo chalet, modulo abitativo e non, subito ed estensivamente esportato in tutto il mondo; gli orsi di Berna, poco bernesi in fondo; il cervelat e il suo budello di zebù brasiliano. Quasi a dire che per esser tale un mito svizzero, deve appoggiarsi a contaminazioni di non poco conto?

La contaminazione che partecipa a un mito svizzero non è una regola, ma c’è, eccome. Dopo aver scritto questo libro, sono misteriosamente un po’ più contento di essere svizzero, ma sono perfettamente apolide, contro il concetto di nazioni. Perciò palma di origine giapponese, cervelat con budello carioca e origine nella cervellata milanese poi tradotta da Rabelais nel 1552 con il nome attuale, certo: è la loro mitizzazione a essere svizzera. 
Eppure per gli orsi è un po’ diverso. Se Pedro (1981-2009): ultimo orso dell’ex fossa, era di Barcellona, Berna è radicata nell’orso, conservandone l’impronta nel nome e nel profilo del suo stemma. La leggenda vuole che nel 1191 un certo Berthold V Von Zähringen uccida un orso all’altezza del gomito dell’Aar dove verrà fondata la città, battezzandola appunto con la contrazione di orsi in tedesco: da Bären a Bern. 
Altro esempio di quello che dici: la mucca Milka. Se la prima interprete, Adelaide, viene dall’Oberland bernese,  apparendo per la prima volta in uno spot televisivo in un paesaggio ipervizzero, è stata inventata da un grafico ungherese, in Germania, per la prestigiosa agenzia pubblicitaria americana Young & Rubicam. Lo chalet è una lunga storia, parte dalla Nouvelle Heloïse di Rousseau, passa per Parigi, flashback in Tibet, ma tocca l’apice a Ginevra: Esposizione nazionale, 1896. Del resto, le frites di Roland Barthes nelle sue mitologie francesi, benché chiamate dagli americani french fries: sono un’invenzione belga.

Sono quasi una trentina i miti raccolti nel volume, un insieme variegato, ma, abbiamo detto, anche tenuto insieme da sottili trame. In quarta di copertina menzioni la «sofferta e laboriosa scelta», che sta dietro a quest'antologia. Quali criteri hanno diretto la tua scelta? C'è una voce – o ce n'è più d'una – che più delle altre non meritava di star fuori? Immagini di recuperarle un giorno, e, ad esempio, farne un secondo volume?

9 mete di questo viaggio sono miti alimentari, perciò su questo curioso versante culinario ho dovuto essere esclusivo, lasciando a casa le mitiche Sugus (1931) ad esempio. In panchina anche il mito di plastica degli Swatch (1983) che ha avuto il suo picco di popolarità al limite dell’isteria collettiva o di comportamenti compulsivi nei primissimi anni Novanta, ma planato poi nella normalità. Per di più c’era già L’orologio delle stazioni, e due orologi avrebbero alimentato troppo il cliché Svizzera-orologi. Mentre a proposito della puntualità, inventata nel 1541 a Ginevra da Calvino, l’ho inserita proprio nel capitolo dell’orologio ferroviario, assieme a una nota sulla mitologia dei treni svizzeri. Anche la nostalgia (1688) intesa come Heimweh, non sono un mitomane, ma è un mito svizzero e fa parte dell’introduzione del libro oltre a essere il turning point della trama di Heidi.
Ma ci sarebbero altre voci che si trovano sparse con degli accenni tra le pagine di questo libro che avrebbero potuto essere interi capitoli. Alcune di questi soggetti, come Il catenaccioLe Sugus, o Il Percorso-vita le sto scrivendo in forma di pezzi radiofonici di tre minuti ca. per Svizzera che vai della Rete uno, a cura di Rolf Schürch. Una specie di serie di bonus-track di questa piccola mitologia elvetica. Ma Miti svizzeri 2, anche no. 
L’unico rimpianto, forse, il mitico Brissago, sigaro in bocca del sergente Studer creato dal grande Glauser.

Rassegna stampa (selezione)

«Lo scrittore svizzero-italiano Oliver Scharpf, già noto come poeta, firma un brillante saggio, tra il serio e il faceto (divertente il tono, ma accuratissima la documentazione), su alcuni dei "miti svizzeri" più forti nell’immaginario collettivo» (Roberto Carnero, «L’Unità», 05.12.2010).

«Lo chalet e altri miti svizzeri è un’opera per tutti: patrioti, disillusi, professori, studenti, bambini e aspiranti svizzeri. Ed è uno di quei libri che – mettiamo – se ricevuti in regalo a Natale, è difficile che entrino nell’anno nuovo senza essere stati letti e consumati» (Camilla Jolli, «La Regione», 15.12.2010).

«In alcuni dei 28 capitoli si parla di alcune scoperte di appannaggio elvetico. Quanti di noi sanno che il Velcro appartiene ad un inventore svizzero, come anche l’LSD e pure il DDT? Scorrendo le pagine si scoprono verità, curiosità e miti che rafforzano l’immagine della grande intraprendenza dell’industria elvetica e raccontano una fetta di storia intelligente del nostro Paese». (Donatella Révay, «TM DONNA», giugno 2011)