L’oro di Podirago

Franca Primavesi

È una storia di amori, di amicizie, di avvenimenti vissuti dai personaggi d'una provincia alto lombarda dapprima nella povertà, poi nel miraggio della ricchezza sempre contrastata dai malvagi, in un contesto in cui prevalgono l'ironia e il senso del relativo. La vicenda si dipana nel confronto tra il pubblico e il privato, il diritto e l'illecito, la politica e la finanza. Quando i personaggi devono affrontare l'ultima avversità, ecco l'aiuto insperato: un uomo misterioso venuto da lontano.

L'oro dei tempi andati

di Pierre Lepori

Pubblicato il 01/03/2004

L'oro di Podirago - cronaca corale di un villaggio alle difficili prese con la modernità - potrebbe apparire un deciso passo indietro in una tradizione di letteratura dei tempi andati, squisitamente ticinese. Ma è proprio così? A leggerlo bene, lo scorrevole e spesso divertente romanzo di Franca Primavesi ha il merito piacevole di un romanzo popolare: non soltanto nel senso della scelta di personaggi e luoghi - raccontando un popolo ancora per poco preservato dal progresso, in un'alta Lombardia dei primi anni cinquanta - ma di una precisa opzione linguistica e narrativa.

Partiamo di qui: la lingua. Franca Primavesi è stata per molti anni attrice radiofonica: la dizione nitida è dunque la principale caratteristica del suo narrare, che, nonostante la coralità della vicenda, opta per un ricercato italiano letterario (con un lessico forse a volte superato: "periglioso", "alacre", "il desinare", ecc.), volentieri paratattico e ritmato da frasi concise e senza fronzoli. Una narrazione in terza persona, al passato remoto, che manzonianamente accetta tuttavia gli usi lombardi più confermati, come l'articolo posto davanti al nome di persona. Si prenda, in apertura del romanzo, la descrizione del Casimiro: "Scapolo, comunicativo come richiedeva la sua professione di barbiere, il Casimiro con l'età giusta per fare la corte alla Violetta era poi convolato a nozze. Aveva fatto breccia quel suo modo di prendere in giro, quel suo dire ad alta voce ciò che gli altri tacevano ma pensavano. Furbo, con l'intelletto adeguato alla sua mente, il Casimiro aveva intuito il ruolo da assumere: diventare l'interprete dell'opinione dei paesani e magari, chissà, il cantore. A beneficio dell'osteria, s'intende!".

La formula finale - s'intende! - pur presente in Manzoni ("amico, al modo ti tutti gli altri, s'intende" sull'amicizia tra Don Rodrigo e l'Innominato) ci mette sulle tracce della prosa pirandelliana (dove la ritroviamo soprattutto nelle novelle e nei romanzi): non a caso la parola "sbalzelloni", con cui Pirandello soleva definire la sua prosa, fa capolino nel romanzo della Primavesi, letterario sì, ma percorso dalle folate dell'oralità (pur non tentandone minimamente un calco).

Questo linguaggio viene allora lardellato di frasi dialettali: espediente naturalistico, poiché il dialetto viene adoperato per il discorso diretto, ma ancor più elemento straniante. Anziché impastare i due livelli linguistici (con formule espressioniste che da Gadda porterebbe, alle nostre latitudini, all'italiano di Orelli e ancor più baroccamente di Maccagno), Primavesi mantiene isolati, brevi, incisivi gli interventi nella "lingua dei padri", che il più delle volte sono piuttosto apoftegmi o detti memorabili ("poca bèla la vö vess!", "Tegnìm, tegnìm, che mi 'l còpi!", ecc. con traduzione in nota a fondo pagina), quasi che il dialetto fosse una sorta di repertorio di frasi fatte immutabili da sempre.

Ed è proprio questa l'abilità dell'autrice: per immergere il suo lettore in un "piccolo mondo" osservato con bontà ma senza ammirazione, L'oro di Podirago si propone come una sorta di storia già sentita e già masticata. Prova ne sia che la trama - la scoperta dell'oro da parte dello spazzino comunale di un villaggio di trecento anime e le conseguenze "avventure dell'arricchimento" - è una sorta di novelisation di uno sceneggiato televisivo dialettale, scritto da Francis Borghi (marito della Primavesi) e diretto da Vittorio Barino, tra il 1981 e il 1987, il cui titoloLa röda la gira, è citato nel romanzo. (Anche se, malgrado la cronologia delle opere, può rimanere il dubbio se il romanzo è nato prima o dopo lo sceneggiato.)

Ha ragione in questo senso - per quanto possa apparire paradossale - Franco Lanza, nell'introduzione, a far notare che questo primo romanzo di Franca Primavesi è soprattutto un'operazione postmoderna - e ha un importanza solo relativa sapere se questa postmodernità sia stata calcolata e voluta dalla scrittrice o meno. Gli echi di una letteratura del territorio - non più aspramente problematica come in Martini, o metafisica come in Filippini o Poma - sono il cardine di questo ritorno a un romanesco a-problematico, che si può forse dire post-moderno poiché vive nel regno del già-detto, ma che non conosce sostanzialmente il clangore del metadiscorso. La vicenda raccontata, alla fine, volge all'avventura, per assumere le tinte di un poliziesco nostrano, in una sorta di accumulazione sensazionalistica in cui trova posto, volta volta, il sentimentalismo, la nostalgia pei "tempi andati" e la fiducia nel medicamento del tempo. Ma si badi: gli elementi tradizionali sono come filtrati, attutiti, canterellati, e ricoperti da una patina di bonaria lontananza. Una corrente di ironia sottile (non estranea a una certa tradizione giocosa ticinese) percorre allora le pagine del libro: si pensi solo al nome della ditta creata per la gestione delle miniere d'oro del villaggio: PODIRAGOR.SA. O ai molti momenti in cui la Vox populi si trastulla in pettegolezzi e supposizioni.

Se il romanzo si legge allora d'un fiato, torna alla mente il talento popolare di Carolina Invernizio, autrice non a caso lodata da Antonio Gramsci, ripetitiva forse, ma nel solco tracciato di un narrare per luoghi comuni, molto più vicina al vissuto "narrativo" delle masse. Ed è per questo che L'oro di Podirago è interessante: l'immaginario ticinese si è nutrito per decenni di una produzione culturale di questo genere (sia detto senz'ombra di moralismo), soprattutto attraverso le commedie dialettali radio-televisive: il romanzo di Franca Primavesi torna a ricordarcelo, con la leggerezza e il candore necessari a non farci sentire come un peso l'assunzione di una parte della nostra tradizione culturale.