Una famiglia perfetta [Un homme tragique]

Silvia Ricci Lempen

Cosa si cela dietro l'immagine di una famiglia apparentemente perfetta? Ce lo racconta Silvia Ricci Lempen in uno straordinario romanzo autobiografico, vincitore del prestigioso premio Michel-Dentan, che si trasforma in una riflessione sul complesso intreccio tra dinamiche familiari e sociali nel Novecento, il secolo che ha visto compiersi totalitarismi e rivoluzioni democratiche, oppressione e ricerca di libertà. Il racconto di Lempen è un vero e proprio urlo di ribellione contro un padre autoritario, un "uomo tragico" cresciuto all'epoca del Fascismo, che per amore avvelena la vita dei suoi cari. Un'opera che, partendo dalla figura del padre, analizza le violente dinamiche di potere tra generazioni, l'incerta linea che separa scelta individuale e destino collettivo.

La vita e la scrittura fra due lingue: Silvia Ricci Lempen e il dilemma dell'originale

di Roberta Deambrosi

Pubblicato il 12/11/2010

Silvia Ricci Lempen, lei è una scrittrice di origine italiana, cresciuta a Roma, dove ha frequentato le scuole francesi, da anni vive e lavora in Svizzera romanda come giornalista e docente universitaria e partecipa alla vita politico-culturale della regione. Ha pubblicato romanzi e racconti in francese. Una famiglia perfetta è il titolo del suo primo romanzo tradotto in italiano, scritto e pubblicato quasi vent'anni fa in francese con il titolo Un homme tragique. Dal punto di vista linguistico il libro testimonia di un percorso di scelta della lingua che può apparire intricato. Infatti lei narra fatti autobiografici situati in un contesto prevalentemente italiano, facendo però uso del francese. Per la versione in italiano ha invece scelto di ricorrere al lavoro di una traduttrice, Alessandra Quattrocchi. Ci può spiegare alcune delle ragioni di un percorso non comune, che a prima vista fa intuire una crescita, una personalissima appropriazione e elaborazione dell'uso di una lingua in quanto strumento letterario? Che ruolo ha avuto in tutto ciò la lunga “pausa” – i quasi vent'anni tra l'edizione francese e quella italiana – durante la quale ha affidato il suo scritto ad un'altra persona? Era un bisogno di presa di distanza dai fatti, dal libro, un modo per rileggere la sua storia, oppure un modo per riappropriarsi dell'italiano in quanto lingua del raccontare? O nulla di tutto ciò?

Avendo fatto il mio percorso scolastico in una scuola francese a Roma, sono cresciuta nel bilinguismo. Il francese è sempre stato per me la lingua del sapere, dell'intelletto, della socializzazione culturale. L'italiano, parlato in casa, era la lingua degli affetti, ma anche della sofferenza, vista la mia infanzia, come racconto appunto nel libro, non facile. Poi a 21 anni mi sono trasferita in Francia, a 24 mi sono stabilita nella Svizzera romanda, e dunque la mia vita d'adulta l'ho vissuta in ambiente francofono. Il mio tragitto letterario doveva cominciare con un libro su mio padre. Ho aspettato che lui morisse per cominciare a scriverlo. Quando mi ci sono trovata immersa, la questione linguistica non si è nemmeno posta: vivevo nel francese, la scelta era dunque ovvia. Però c'era anche un'altra ragione, all'inizio forse inconscia: l'uso del francese costituiva un primo e più immediato strumento per costruire la distanza letteraria. Contrariamente ad altri scrittori immigrati che “adottano” la lingua d'accoglienza, per me il francese era quasi come una prima lingua, quella nella quale riflettevo, scrivevo anche senza intento di pubblicazione. Una lingua dunque per me vecchissima, che padroneggiavo, e che si è rivelata in questo frangente strumento ideale per reinventare degli eventi che non avevo affatto vissuto in francese.
Forse nella sua domanda è sottinteso un altro quesito, e cioè: perché non l'ha tradotto lei questo libro? In realtà non era destinato alla traduzione, pensavo che la sostanza letteraria sarebbe andata persa. Non ci credevo, anche perché erano passati alcuni anni e avevo paura di cedere alla tentazione di riscriverlo. È stata la traduttrice Alessandra Quattrocchi che mi ha convinto della validità dell'operazione e si è presa dunque a carico un'operazione singolare: infatti se il testo originario a livello del vissuto è in italiano, l'originale dal punto di vista letterario è ovviamente quello in francese. Tutta la difficoltà per la traduttrice stava dunque nel tradurre un testo “guardata a vista” dall'autrice che conosce perfettamente anche l'altra lingua. Certo ci sono cose che mi sono permessa di correggere; ad esempio, e questo era dovuto al fatto che Alessandra Quattrocchi è di origini milanesi, alcune espressioni che dovevano suonare più “romane”. Per tutto il resto invece non ho voluto entrare nel merito delle sue scelte.

Sempre a proposito di questo percorso, c'è un dettaglio che colpisce sin dal titolo: in francese Un homme tragique suona come “in minore” e denota subito una situazione che a priori non annuncia nulla di allegro. Il titolo in italiano, Una famiglia perfetta,invece sembra alludere ad un'immagine più positiva. Certo, si scoprirà leggendo che il titolo descrive invece bene il paradosso tragico incarnato dal protagonista, un padre ferito, sofferente, abitato da un'immagine impossibile di felicità e perfezione familiare. Eppure, a prima vista, salta all'occhio la positivizzazione del titolo, nella traduzione. È voluta? Rispecchia un cambiamento, magari avvenuto attraverso l'esperienza della traduzione?

Il titolo è una proposta della traduttrice, adottato anche dall'editore. Un traduzione letterale della parola “tragique” suona diversamente in italiano, non ha la portata seria, grave che ha in francese. Nell'italiano colloquiale c'è una sfumatura più leggera che non era accettabile nel caso del libro. La vicenda del titolo mi ha confermato in un mio saldo convincimento, cioè che non si possono dire le stesse cose in due lingue diverse. Bisogna adattarsi al genio della lingua non solo per quanto riguarda la forma ma anche per il contenuto, non c'è via di scampo! Il contenuto e la lingua si accapigliano in continuazione e la lingua deve sempre uscirne vincitrice, altrimenti il senso ne rimane rovinato.
Nel caso del titolo del mio libro, Una famiglia perfetta sposta la tematica del libro dalla vicenda individuale a quella del nucleo familiare. Certo, da un punto di vista sociologico, si tratta di una famiglia prettamente italiana degli anni sessanta, e in quanto tale può parlare di più a un pubblico italiano che non francofono. Il titolo forse è anche più commerciale, ma sono sicura che non è stata questa la motivazione principale, ma piuttosto l'esigenza di avere un titolo che suonasse italiano. In un primo tempo ero perplessa, perché la mia intenzione era di raccontare la figura di mio padre. Poi però leggendo si capisce che la famiglia è una creazione mostruosa di quest'uomo: la tematica non è ribaltata ma forse leggermente spostata.

In generale, sia osservando la vicenda della pubblicazione del libro, sia per i contenuti che per lo stile, così come per l'impianto strutturale del romanzo (suddiviso in due parti, ciascuna di dodici capitoli, separate da un capitolo che da fa intermezzo), Una famiglia perfetta evoca spesso il dualismo che regge il pensiero e l'esistenza, e mostra bene come questi poli contrastanti si barcamenino costantemente alla ricerca di un equilibrio; ne è un esempio, come ben evidenzia Laura Rorato nella prefazione, la coesistenza nel libro di un discorso razionale e di un'espressione più intima, dettata da esigenze profonde e quindi meno canalizzabili. Penso però anche al rapporto fra due altri punti di vista allo stesso tempo diversi ed indivisibili: la vicenda individuale, privata e il contesto storico e sociale collettivo. A questo proposito, mi sembra che il titolo italiano è più immediato: non si tratta solo di scavare nel complesso rapporto con un padre che fa del ricatto affettivo un'arma letale, ma si tratta anche, anzi forse in special modo, di tratteggiare un ritratto esemplare e storicamente preciso di una cellula minima della società, la famiglia, che porta su di sé e proietta una serie di sofferenze e di aspirazioni al riscatto che ben sintetizzano le contraddizioni che attraversarono le relazioni fra la generazione che ha vissuto la guerra e quella che “da essa” è nata. È molto interessante questo passaggio tra individuale e privato operato attraverso il racconto di famiglia: in questo senso, si è ispirata a modelli letterari oppure si è trattato di un'esigenza che si è imposta da sé?

Questa domanda coglie perfettamente il senso della mia ricerca letteraria. Io ho una doppia ambizione quando scrivo, la prima è di mostrare che le idee e l'intimità del vissuto sono profondamente radicate l'una nell'altra, la seconda è di mostrare la permeabilità tra la sfera privata e la sfera collettiva, politica. Sembra una banalità dirlo così, in fondo è il progetto che anima tutti i grandi scrittori: cercare di mostrare l'unità dell'individuo che viva la sua storia nella storia con la S maiuscola. A me piacerebbe veicolare questo messaggio: l'individuo, anche se è più portato a concentrarsi sul suo vissuto, anche nei suoi problemi e aspetti più triviali, che non sulla grande storia, è determinato dalle ideologie del tempo, dalle grandi tematiche che sono al centro della filosofia mondiale da sempre anche se non in maniera sempre cosciente. È dunque indispensabile gettare continuamente un ponte tra individualità e universalità, tra destini individuali e trama della storia, così come lo fecero i grandi classici, così come riesce magistralmente a farlo un'autrice che amo particolarmente, Antonia Byatt.
È un progetto sul quale io insisto, poiché credo che diventi sempre più difficile portarlo avanti nel nostro contesto storico postmoderno. Ciò che i francesi chiamano “le grand récit” interessa meno, e la connessione con l'universale diventa più aleatoria oggi. È importante quindi trovare forme nuove che riescano a rinnovare questo bisogno: è una sfida permanente e molto attuale che tenta di raccogliere in un solo movimento di scrittura la piccolezza dell'individuo, le sue modeste preoccupazioni, e quello che sta dietro come idee e trama storica. Il mio percorso letterario consiste in questa ricerca faticosissima, può sembrare un proposito presuntuoso, ma parlo naturalmente di un tentativo.
Per quanto riguarda i modelli, non mi sono ispirata a qualcuno in particolare, quello che ho cercato di mettere a frutto sono due aspetti della mia esperienza. Il primo riguarda lo studio della filosofia: ho da sempre la passione delle idee, e anche se lo scrittore, la scrittrice che si cimenta nelle idee può suscitare abbastanza facilmente un sospetto di intellettualismo, è un aspetto per me centrale. E poi c'è l'esprienza altrettanto importante che è la mia vita di donna impegnata nella quotidianità che cerca di destreggiarsi fra le difficoltà della vita. Quest'esperienza del “mondo di Marta”, per usare termini biblici, accompagna il “mondo di Maria”, che è quello delle idee o della spiritualità: ho sempre cercato di tenere sempre insieme i due mondi, non solo nella mia vita, ma anche nella scrittura. E continuo a cercare di farlo. Si usa dire, in modo un po' stereotipato e contestabile, che il mondo delle idee è un mondo prettamente maschile, invece il mondo dei fatti anche quotidiani, dei sentimenti, è un mondo femminile, è questo che dice la realtà culturale. Io mi sento all'incrocio di questi due mondi e li rivendico tutt'e due.

A proposito della sua scrittura e dello stile: ho notato che fa ampiamente uso di frasi interrogative e di parentesi autoriflessive, come se per raccontare dovesse coinvolgere in modo diretto e inequivocabile un interlocutore (uno specchio, un lettore, entrambi, o nessuno dei due?) al cui sguardo e alla cui valutazione sottoporre gli eventi e i pensieri in corso. A volte questo tipo di accorgimento serve a stimolare il ricordo, a interrogare una propria verità: “Mamma ci viene incontro sul viale. Da dove arriva? Forse dalla veranda, leggeva (cosa?), cuciva, o magari dalla cucina (ma che ci faceva a quest'ora immobile [...]”. Ma mi sembra che le implicazioni siano anche di altra natura. Se da un lato capisco molto bene l'operazione dialettica, che ha anche valore di presa di distanza dai fatti e dallo scorrere del proprio vissuto, ho invece qualche dubbio sul ruolo che questa scelta stilistica rischia di imporre alla relazione che si stabilisce fra la narratrice e i lettori. Infatti se da un lato chi legge, volente o nolente, è chiamato a un ruolo meno passivo, dall'altro, sempre volente o nolente, deve stare al gioco: “Questo libro ben presto sarà finito (e voi la vedete allungarsi, vero? La vedete allungarsi e guadagnare terreno l'ombra di questa morte senza riscatto e senza valico [...]”. Non crede che questo espediente possa essere percepito come un ostacolo, seppur parziale, alla resa letteraria di una testimonianza autobiografica? Non dovrebbe il lettore, disporre di un'angolazione tutta sua, dalla quale poter decidere come e quanto immergersi nella vicenda e nella sua esemplarità?

Ci ho pensato a lungo a questa sua obiezione e penso che in un certo senso abbia colto nel segno. Nel mio libro cerco di trasformare una materia autobiografica in qualcosa di letterario. Ci sono diversi modi per raggiungere questo scopo: un modo più poetico, che consiste nel lasciare questa materia letteraria proliferare, debordare, sommergere il lettore e contare su di esso per farne una sua alchimia. Col senno di poi – perché naturalmente l'inconscio gioca un suo ruolo quando si fanno certe scelte – constato come io abbia invece preso un'altra opzione: quella di operare sulla materia letteraria in modo da inquadrarla, lasciandomi anche influenzare dalla mia formazione filosofica; ho cercato di conferire un significato ai fatti vissuti, per strapparli alla pura letteralità del vissuto e allo stesso tempo di mantenere una forma letteraria.
Poi c'è un'altra ragione: mio padre, come credo si capisca dal libro, era un uomo ossessionato dalla ragione, e attraverso un processo abbastanza tipico per il suo tempo, che è quello di trasformare la razionalità in totalitarismo, egli, pur essendo antifascista si è comportato da fascista. “Mussolini ha sempre ragione” c'era scritto sui muri in Italia. “Io ho sempre ragione” diceva mio padre, appropriandosi la razionalità e facendo del concetto di ragione un concetto totalitario. Mi sono chiesta, e si tratta qui di un'ipotesi, se per capire questo delirio di razionalità, io non ho abbia avuto bisogno, nel libro, di imitarlo. Come una mise en abyme che volesse riprodurre nella forma dell'opera le caratteristiche del contenuto.
Un'ipotesi invece per me meno lusinghiera ma che le espongo per l'onestà della risposta, sarebbe la seguente: io, pur scrivendo della ribellione contro mio padre, alla fin dei conti sono rimasta “sua figlia” ed è così rimasto qualcosa di lui in me che porta un germe di totalitarismo nella scrittura. Insomma c'è qualcosa del totalitarismo di mio padre nella struttura del libro e nel modo di scriverlo. Se ho cercato di imitarlo per far apparire meglio il suo errore, o se invece l'ho solo ripetuto, è una domanda che può essere lasciata aperta.

Silvia Ricci Lempen, il percorso di “riconciliazione” (J. L. Kuffer in una recensione in francese), iniziato con Un homme tragique, finisce, comincia, opera una cesura netta con ciò che verrà, o fa da prologo a qualcosa di nuovo con Una famiglia perfetta ? Cosa dovrà aspettarsi, in un futuro prossimo, il lettore italofono?

Per quanto riguarda mio padre i conti letterari sono saldati. Per me era importantissimo che il libro uscisse in italiano, prima di tutto perché consideravo il pubblico italofono essere il destinatario naturale di questo libro, e anche perché questo serviva a concludere la storia fra me e mio padre. Il seguito in realtà è abbastanza inaspettato: durante la traduzione di Una famiglia perfetta , avvenuta tra il 2006 e il 2009, ho provato a cominciare a scrivere un libro in francese, la cui vicenda non ha più nulla a che vedere con mio padre, ma che si svolge a Roma negli anni Sessanta, e si ispira a un episodio che ho vissuto. La protagonista questa volta non mi somiglia affatto, è un personaggio fittizio, c'è però l'ambientazione romana di quegli anni. Ho dunque cominciato a scriverlo in francese ma non mi riusciva bene, non ne ero soddisfatta. Ad un certo punto mi sono resa conto che dovevo invece scriverlo in italiano, e così ho fatto: ho ricominciato tutto daccapo, pur avendo già scritto metà del libro. Con molta paura, perché per me l'italiano, come strumento letterario, era una lingua completamente nuova. Credo che il lavoro di traduzione in corso, che io seguivo da vicino, abbia giocato un ruolo in questo processo di riappropriazione dell'italiano in quanto lingua letteraria. È in questi frangenti infatti che mi sono resa conto che mi era possibile fare il passo. Ho dunque scritto il libro, di cui sono ora contenta perché la casa editrice (Edizioni Iacobelli, cfr. www.iacobellisrl.it) lo ha letto, lo ha accettato e verrà quindi pubblicato. Intanto ne ho cominciato un altro in francese: penso infatti che la mia attività letteraria oscillerà sempre tra le due lingue. Addirittura ho un libro in cantiere di cui esiste già tutta la trama e una struttura in cinque capitoli ognuno ambientato in luoghi e periodi storici diversi, che dovrebbero essere scritti a seconda del luogo e del periodo rispettivamente in italiano o in francese. È un progetto ambizioso e da un punto di vista editoriale piuttosto complesso, ma non ci ho ancora rinunciato!