Da quaresime lontane

Giovanni Orelli

Ironia, autoironia, leggerezza e divertissement concorrono a potenziare il senso di partecipazione al destino degli uomini, eternamente sospesi tra le proprie radici e un presente spesso difficile da decifrare. Per la sua capacità di interpretare, anche attraverso delicati intarsi di stile, il "barocco" del mondo, non è improprio dire che Orelli è oggi uno dei pochi eredi del grande ingegner Carlo Emilio Gadda.

Recensione

di Yari Bernasconi

Pubblicato il 17/01/2007

C'è di che rallegrarsi: l'ultimo libro di Giovanni Orelli è una raccolta di racconti. Il titolo è bellissimo: Da quaresime lontane. C'è di che rallegrarsi perché l'autore ritorna alla prosa, al genere in cui meglio traspare il suo talento letterario. Ritorna, divertito reduce da un periodo poetico dettato perlopiù dal gioco e dallo scherzo (si ricordino Quartine per Francesco e il recente Un eterno imperfetto), al "suo" genere.

Sono storie che - fatta qualche piccola eccezione - si muovono in spazi sempre cari a Orelli, e, quindi, quando non ci si sposta nel tempo per tornarsene al secolo scorso, s'intravvedono sullo sfondo il paese e i suoi personaggi (o, talvolta, "categorie" di personaggi). Si respira il ciclo della vita. Tutto questo, poi, miscelato densamente con una lingua e uno stile brillanti, elastici, con una scrittura spesso "alta", fitta di citazioni. Quasi un gioco a incastro, basato sul cozzare dei vari livelli linguistici e della materia. Tanto che si respirano, lungo le pagine del libro, un'ironia e un'arguzia deliziose, e solo raramente forzate. Si legge ammiccando, sorridendo. Non per questo, beninteso, mancano momenti di riflessione, di rimpianto, d'inquietudine: diversi personaggi, sotto il velo dell'ironia e della facezia, diventano perfino grotteschi, e non esitano a chiamarci in causa.

Sono aspetti che appaiono evidenti soprattutto nei primi due racconti del libro, i più lunghi, forse i più belli. Il primissimo, Ricreazioni, è una sorta di diario di vita di una sfortunata, scontenta maestra-mamma, passata da un matrimonio fallito immediatamente e da tre anni come cameriera in un'osteria: "Tempo è denaro. Il mio tempo perduto è invece perduto come una valuta svalutata, carta straccia, buona solo per giocare alla bottega. "Deus dabit quibus vult", sentenziò una giorno la nonna, con in mano un suo libro di preghiere. Dio darà a chi vuole. Si vede che io non sono nella lista di Dio". Antagonisti principali sono la figura del tutore ("lo zio lavativo"), il delegato scolastico ("quello che all'osteria, dopo aver celebrato sé, celebrava la donna sua, la Signora: "La mè fömna, la mè Frau", la mia donna, la mia Signora: raddoppiava il dialetto col tedesco, inconsciamente conformandosi alla cospicua stazza della consorte sua"), l'ispettore scolastico ("per lui, ufficiale anche del formidabile esercito svizzero, la scuola andava bene se la pagina del diario era scritta in bella grafia, in ordinata sintesi, se sul vecchio apparecchio radio che quando ascoltavamo la radioscuola gracchiava e trullava peggio di un maiale sazio di siero non c'era un granello di polvere: in tutto uguale al suo amico colonnello per il quale l'esercitazione militare era andata bene se aveva potuto verificare che la martingala della tunica era ortodossamente tesa"), il "severissimo" professore d'italiano del collegio ("alto e, più che pallido, cenere (e non rideva mai)", e che "giudicò che non avevo fantasia. Per lui la fantasia era scrivere nel tema in classe che la campagna era fasciata da una nebbiolina leggera che lasciava piovere goccioline sottili, intime") e il marito che "subito accertato, con quel suo fiuto da imbroglione, che poco o niente gli portavo di quello che gli avevano fatto credere o sperare [...], mi ha mandata all'inferno" ("Me lo fece capire presto, con quella sua faccia di latte cagliato, che era molto deluso [...]. Mi ha lasciata qui con un fiasco di grappa che non entrava più nella valigia; la casa ipotecata. E pregna. Ad aspettare, come dicono i paesani delle donne incinte. Oppure: che è in compera").

Più complesso, per contro, il confronto tra generazioni del secondo racconto (quello che, tra l'altro, dà il titolo al libro). Vissuto in prima persona da un professore d'italiano - in tutto troppo simile a Giovanni Orelli per rimanerne indifferenti -, è il riaffiorare del tempo che fu, delle quaresime lontane (un passato perlopiù infantile, spesso ancora visto con gli occhi del bambino). Il professore - con moglie un po' canzonatrice, un po' raziocinante - guarda i suoi figli crescere e li accompagna nelle loro attività più disparate, dal judo alla scuola di ballo. Ed è un bellissimo dialogo, talvolta pronunciato, reale: "Dicono: io andrò in Giappone, io compero un soggiorno lungo trenta metri. Domandano se guadagna di più un dentista o un professore. Tocca a me sghignazzare. "Bene, io farò il dentista". "Io sposo un dentista". Il ragazzo parla di viaggi supersonici e spaziali. È naturale, mi dico. Cosa sognavo io? Nemmeno lo ricordo. Ma sognavo, poi? Mi bruciano il terreno sotto i piedi, in tutte le direzioni, mi risospingono alla mia infanzia, intrauterina, che mi pare sia quasi tutto quello che ho. Poi la maggiore sentenzia a voce alta: "Io non mi sposerò mai, lo giuro"". Restano, come era stato per gli antagonisti di Ricreazioni, alcune frecce scagliate qua e là (aspettando le figlie alla scuola di ballo: "Certo mi trovo un po' imbarazzato nel piccolo corridoio in mezzo alle giovani madri che aspettano, e aspettando ci si sorride, solidali, anche se alcune, certe signore della mediocrazia imperante, rimangono pertinacemente impermeabili al sorriso, e distorcono il delicato viso: presumendo, in lor matta presunzione, le feci di assidersi in sgabello di altezzosità, conviene poi che elle fieramente putiscano, o grave nocumento arrechino"), ma è un aspetto secondario. Anche perché, in questo racconto, la nostalgia è più concreta, è malgrado tutto più vicina: "un altro pezzo di quella che dicono infanzia è ritornato netto: agosto e settembre, il tempo dei mirtilli che vendevamo ai collegi di Turgovia e San Gallo. Ci saranno ancora i ragazzi in divisa? in fila davanti al proprio posto, che recitano la preghiera, con gli occhi alla lunga fetta di pane, con su la marmellata dei nostri mirtilli. Ho paura che questo odore i miei figli non lo conosceranno mai, così come io non ho conosciuto la loro ginnastica correttiva". Arriva persino a confondersi con sentimenti più enigmatici, forse d'inquietudine: "Girare il mondo, ecco, nella parte del nonno, a trovare figli generi nuora e nipoti. È dunque destino che debba viaggiare da vecchio? Portandomi dietro i peccati tenuti nel cassetto? Se non farò la fine di un re Lear della scuola, in pensione. A me se di vecchiezza la detestata soglia evitar non impetro. O tornare su in paese, quando sarai bacucco. Le capre hanno un meraviglioso senso dell'orientamento, mi guideranno loro. Se non le avranno ammazzate tutte".

Rassegna stampa (selezione)

«Diavolo d'un Giovanni Orelli. A 78 anni si diverte con malizia giovanile e usa la scrittura come uno strumento di vivisezione umoristica e commossa sulle minute vicende degli uomini e delle donne in cui si imbatte nel presente o che la memoria gli rimanda come compagnia. E così pubblica un libro di racconti (inediti e non) in cui la sua smagliante cifra dell'ironia colta e dell'ammiccamento filologico si sfoga a piacimento accendendo allegria pensosa, lampi di critica sociale e morale, ricordi inteneriti, ritratti compassionevoli di gente umile da cui trarre, attraverso le vicende e il gusto del "particulare", lezioni di universale umanità» (Michele Fazioli«Giornale del Popolo», 02.12.2006).