Corpo stellare

Fabio Pusterla

Un paese sommerso dall'acqua per costruire una diga – «La mia casa si chiama Resistenza e qui tendo l'orecchio / se mai da sotto suonasse qualcosa / un rintocco o un tintinno subacqueo»; la beffa archeologica dell'uomo di Piltdown – «Nei giorni dissipativi / negli anni di quadriglia e di trincea, / io sono la musica finta degli eoni, / un sogno d'avvocati e gesuiti»; la prima raffigurazione nota del volto femminile: la poesia di Fabio Pusterla fruga tra le eccezioni, le anomalie, gli scarti rivelatori. Sa che «lo sguardo fa male / se non mente» di fronte all'operaio caduto da un'impalcatura, all'ultimo viaggio dei maiali portati al macello, alle implorazioni e ai lamenti lanciati nell'etere o affidati a un messaggio infilato tra le pagine di un libro. Approda alle pietraie scoscese annusando con occhi di lupo magro il sole dell'alba che disseta i merli, si tuffa negli abissi marini per accogliere l'aereo che precipita e che «lento e deciso cala oscillando verso zone sconosciute, / traversa le alghe e i sargassi, / colonie di molluschi, torpedini, / trapassa le correnti, si conficca nei fondali / di sabbia e di roccia primaria, / giunge all'origine dei pesci progenitori / degli anfibi e dei rettili, / progenitori degli uccelli e degli angeli / e degli uomini smarriti». La nuova raccolta di una delle voci più amate della poesia contemporanea affonda nelle sue radici e spicca il volo.

Recensione

di Pierre Lepori

Pubblicato il 13/07/2010

Come rendere conto di Corpo stellare, e del pulviscolo di voci che trapuntano 200 pagine di poesia, girando su se stesso come un'antica galassia, misteriosamente geometrica e pur totalmente libera ? Diciamolo subito : con questo suo sesto libro Fabio Pusterla tocca vertici di maturità inquieta e solenne che gli fanno firmare un vero e proprio capolavoro, generoso e selvaggio, perfettamente leggibile e rileggibile, ma costantemente in movimento. Vertiginoso.

La prima ragione è certamente di natura geometrica, fisica: poeta geologo, esploratore di anfratti e gallerie, Pusterla non ha mai rinnegato il suo attaccamento alla terra (non tanto al territorio, quanto al depositarsi terroso della storia) : quella prealpina franosa e lacustre che l'ha iscritto dapprincipio in una concretezza molto lombarda (nel debutto già fermissimo di Concessione all'inverno, 1985); quella nord-europea che si fa metafora di un confronto con la morte (nelle torbiere da cui emerse come un diamante grezzo il poemetto Bocksten, 1989); quella delle Cose senza storia (1994, sotto influenza decisiva di Philippe Jaccottet) o della vita più rude e intenerita di Pietra sangue (1999) o minutamente collettiva di Folla sommersa (2004).

In questo nuovo libro la geografia sembra totalmente metaforizzata : se il dettato è realistico, caloroso (ma capace di scatti irsuti), lo sguardo ora si è fatto cosmico (di qui il titolo), cerca il disegno di una costellazione. Per evitare il dubbio di un eventuale spiritualismo, o di una volontà prometeica e vaticinante, chiariamo : il poeta che qui parla è certo iscritto nel “tempo della povertà” (per riprendere le parole di Hölderlin chiosate da Heidegger), ma si attiene alla regola della “poesia onesta” (enunciata da Saba nel 1911). Il cui tono pacato e umanistico – illuminato dai fuochi repentini della resistenza e dello sdegno civile – sa tuttavia di dovere fare i conti con necessità ferree di scrittura. La forma dunque è una questione prettamente etica, di rigore compositivo e mentale – tanto più urgente nel suo contrapporre la necessità poetica al chiacchiericcio dei tempi.

La raccolta è architettata in cinque grandi sequenze, inquadrate da un proemio e una coda (sequenza VI), entrambi marcati dal sogno delle ali. Piccole ali “nelle sere più cupe” (p. 11) d'apertura ; ali vaste di un volo sconfitto dei dipinti di Luca Mengoni nella suite finale, che tocca terra per “la corsa come di cane che segue una pista / nei tramonti e si smarrisce” (p. 202).

Ognuna delle cinque sezioni centrali (ad eccezione dell'ultima) è attratta dalla stella nera di un poemetto più lungo, che si ramifica tematicamente e stilisticamente attraverso altre composizioni singole o altre sequenze più corpose. Nella prima sono le nove poesie di Galleria dell'evoluzione (pp. 38-48) ; nella seconda il turbinoso e meta-poetico Uomo dell'alba (pp. 56-71) ; nella terza il già molto noto Storie dell'armadillo (pp. 120-35) ; solo la quinta sequenza rompe questo modus operandi , mentre la quarta anticipa il movimento di rarefazione, con un poemetto più meditativo e sospeso come Scablands (pp. 150-59), e si affida al prisma d'istanti che sembra contraddire qualsiasi opportunità totalizzante, globalizzante, definitiva.

Mentre viene accompagnato con mano ferma in micro-racconti, parabole, esplorazioni “realistiche”, mietiture di parole quotidiane o di semplici gesti, il lettore ha dunque l'impressione di procedere sul filo teso di una deriva, come se intorno ai temi focali e ben riconoscibili di questa raccolta si disponesse a raggiera una perlustrazione degli stati del reale ; per poi essere richiamato costantemente (attraverso un gioco di rimandi : visivi, contenutistici, sonori) al nocciolo duro di un gesto di partenza. Una struttura fugata e contrappuntistica, sotto cui batte il basso continuo di un respiro più profondo, la preoccupazione umanistica per un mondo terroso e affaticante. Né fumisterie né chanson grise dunque, ma il rigore volutamente solenne (perché anti-qualunquistico) di una consapevolezza: fare poesia implica un dovere formale che potenzia la ribellione delle parole sul banale.

Questa consapevolezza è tanto più avvincente e convincente dopo un percorso non facile e non privo di sensi unici: i due precedenti libri di Fabio Pusterla (Pietra sangue e Folla sommersa) avevano lasciato l'impressione, in effetti, di un accumularsi un po' farraginoso di strati e tentativi (alcuni altissimi, va detto), alla cui angoscia dissipativa la voce sembrava talvolta palliare con un eccesso dichiarativo-pedagogico. Col rischio di un paternalismo che affievoliva il valore provocatorio e ribelle di una poesia per sua essenza indomita.

Qui, invece, il rigore formale evita ai temi attualissimi e immemoriali, furenti e miti, di sbavare nel moralismo o in un eccesso di consapevolezza. Chi scrive, qui, non è mai “trasparente”, soffre e s'indigna, vede e indica, accenta e stizzisce, ma evitando qualsiasi narcisismo, non si guarda ma scrive. Può sembrare una premessa totalmente teorica e raziocinante, ma può essere verificata sui fatti, sugli stessi soprassalti di umanità – marginale ma guardata “a pieno titolo” – e fisicità di Corpo stellare .

Per entrare nel vivo di questo confronto con l'umanità, Pusterla ci propone un singolare bestiario : fin dalla prima sezione protagonisti sono gli “animali condotti al macello” (p. 21), i Cani (“ai piedi della festa e del massacro”, pp. 31-36), un Furetto di Tenerife (che “grida tutto l'inganno e il desiderio / di correre nei prati per coniglie e profumi, / di mordere o baciare tramutarsi / in luce sangue latte, / per svanire e rivivere in eterno, / come le nuvole e i fiumi”, p. 37) e naturalmente “l'armadillo [che] cammina verso nord” (p. 16). Un animale emblematico che ritroveremo poi nel poemetto eponimo, nella sua cocciuta e donchisciottesca marcia controvento, contro la corrente di “puma, giaguari, altri animali forti / (…) Predatori, disperati, fuggiaschi / tutti in fila nella stessa direzione, tutti / ugualmente entusiasti” , p. 127). Coerentemente, la prima sezione è chiusa da una straordinaria Galleria dell'evoluzione e la nota finale dell'autore spiega : “nel parigino Muséum National d'Histoire naturelle, di fronte al Jardin des Plantes, un corridoio separato e quasi oscuro ospita le vetrine dedicate alla specie animali minacciate o estinte. Accoglie i visitatori in questa vasta penombra, come un lugubre maggiordomo, un esemplare di Dodo (Didus ineptus), goffo e tragico”.

D'altri il futuro, d'altri il passato” dicono pazienti questi inetti sradicati “nostro soltanto il presente negato” (p. 45).

L'impiego degli animali, del bestiario (vivo o estinto), non è tanto un espediente retorico per invocare la dignità dei vinti e dei persi, dei sommersi e dei bruciati, ma è il cuore stesso di una poesia che insorge contro ogni forma di violenza simbolica; per cui non è indegno scomodare le categorie della bio-politica e filosofi come Foucault, Agamben o Eribon (si veda il disincanto pedagogico di Istruzioni per la colonia marina , pp. 112-13). Non a caso, una delle poesie più squisitamente protestatarie della raccolta, Amici di maggioranza (p. 177), s'indigna dinnanzi al riflusso di “modelli positivi, guarigioni, velate minacce” iscritti in una teoria di brutali normalizzazioni, “maggioranze, biologie, luci artificiali soffuse” (il dato biologico – pretestuosamente biologico – del diktat essenzialista precede la politica come prevaricazione). Ed è anche un modo per tagliar corto col paternalismo o il miserabilismo di una certa poesia impegnata, per spostarsi su un piano simbolico ma senza disincarnare né il racconto né la fenomenologia del reale (salvaguardando, per restare in termini filosofici, la riduzione eidetica che ne è il fondamento indissociabile).

La pregnanza di questa scelta è confermata in apertura della seconda sezione dal poemetto Uomo all'alba . Il suo protagonista è definito dettagliatamente in appendice, giacché Pusterla non occulta mai le sue fonti (anzi le offre per bussola al lettore) : “scientificamente Eoanthropus, denominazione ufficiale dell'uomo di Piltdown. (…) Secondo le cronache, agli scavi paleontologici effettuati nel Sussex [negli anni 1908-15] che avrebbero portato alla luce i (falsi) resti di cranio e mandibola del presunto progenitore della specie umana parteciparono fra gli altri l'operaio Venus Hargreaves e, come inconsueta spettatrice, un'oca, chiamata Chipper”. Quest'ombra dalla notte dei tempi (compagna ispida del Bocksten degli esordi) parla, pur essendo uno “scherzo ”una“ scientifica smorfia” (p. 58). E denuncia. Denuncia l'impostura positivista: ”da me si voleva qualcosa, è ovvio. Una parola / ferma, definitiva: le cose stanno così e così, / tutti lo sappiamo eccetera” (p. 64). Denuncia e si ribella, giacché è lei stessa una “verità” sottratta al delirio di potere (un suo aborto): “Leggetemi al contrario: sono il viaggio / da compiere, la meta non raggiunta, / il corpo da ritrovare” (p. 65). Un vertiginoso capovolgimento spazio-temporale, che spariglia destini e fortuna. L'uomo all'alba ci urla infine in faccia l'orrore di tutte le manipolazioni, linguistiche storiche generazionali: “Vengo da un'alba nera, da uno scherzo / cattivo. Sono un secolo atroce” (p. 69).

Ed ecco che, conclusosi appena il lai disperato di questa fotocopia a rovescio dell'umana sopraffazione, troviamo le Cartoline d'Italia , datate 2006, in presa diretta con la politica peninsulare, ma vista dalla parte degli emigrati, negletti e burini, che “Impararono a dire no in lingue diverse, / e a dire grazie, mi scusi, ho fame, esisto anch'io”. “Potendo scegliere / alcuni scelsero, infine (…)” (p. 73), opponendo al berlusconismo (inteso anche come figura del potere) “un po' di civile decenza, la nemesi degli emigrati” (p. 74). Le cose senza storia sono dunque anche volti (un collettivo di volti, se vogliamo, un pulviscolo di marginalità), depositati in anfratti ma in perenne resistenza anti-violenta, come quel “ragazzo venuto a morire sul bordo di un lago” cui l'uomo all'alba riserva la sua muta commozione, “intera la mia ammirazione, / la mia nostalgia”. Estesa, in una straziante invocazione della dignità, “ai fuggitivi, ai perduti, agli speranti / alle scintille e alle selci / lasciate come un pegno sulla via” (pp. 66-67).

In continuità e coerenza con l'opera precedente di Pusterla, la natura è sempre vivida e presente, a volte oscura e grondante, sfinita e franante; altrove più cantabile e lenitiva: il “muso scimmiesco” dell'uomo all'alba “che odori conosceva, e che dolcezze / vegetali” (p. 65); gli animali condotti al macello cantano (“noi cantiamo / la nostra bellezza negata. E siamo vivi”, p. 21); e canticchia sottovoce l'Armadillo, che sarà sventrato e martirizzato, mentre “va perché va, / perché bisogna andare, perché il mondo / è grande, il tempo breve. Poi il profumo / di certi fiori, davvero delizioso” (p. 121). Mai come in questo libro lo sguardo e la voce del poeta hanno abbracciato con più incisiva pertinenza esseri e mondo: gli oggetti inanimati, gli scartati (ivi compresi gli uomini senza senso e gli animali fuggiaschi) ricevono un'anima nella loro tenace volontà di minima voce – che è dunque poesia.

Come il sinsigallo, animaletto immaginario di un poemetto in prosa non incluso in questa raccolta (ma pubblicato per i tipi d'If a Napoli lo scorso gennaio), che oppone alla cieca violenza dei carrubi la sua quilia fragilità: “Ma poiché tace, i carrubi lo credono di solito lontano, e giocano a qualche trucido gioco di carte, spesso litigando bestialmente e talvolta ferendosi a vicenda con armi da taglio o mazze di ferro poderose. / Non lontano forse da loro e dalla loro cupezza, dorme il sinsigallo, sognando. I piccoli insetti del deserto, sopra il suo capo, danzano: segno che canta anche nel sonno, ma su frequenze che solo i minimi esseri indifesi sanno percepire. / Deve cantare molto bene, poiché la danza dei minuscoli è aggraziata e commovente” ( Sinsigalli (con gronchi, carrubi e mestizzi) , p. 19).

Opzione umanistica e tenera, dunque, ma non per questo ingenua, giacché Pusterla non cela mai l'orrore, né i tranelli, i travestimenti in agguato: “Dietro maschere o griglie / d'oro, protetto in anfratti accoglienti, / è sempre cauto lo sguardo del potere, / si dissimula, canta” ( Leggendo Svetonio , p. 92).

V'è, evidentemente, una coerenza di percorso, nelle scelte d'oggetto di questa poesia: l'attenzione a un mondo d'esseri minimi, dalla salamandra alla drosofila, è una costante degli ultimi libri di Pusterla (in particolare in Folla sommersa ), il quale ora ammette “sono ricco di moltissimi animali” (p. 163); ma la geniale intuizione del nuovo volume (e della produzione più recente) sta proprio in questa capacità di superare l'impressionismo di un terrore bovino o di un grido di gufo per entrare in una fluidità più ampia, stellare appunto, quasi di laica religiosità, mai paga delle proprie domande.

Non si creda però che questi solchi tematici affidati al sapore dell'apologo conducano a un massiccio militantismo di facciata. Il disporsi delle storie brulicanti, il disegno organizzato in costellazione, non abbandona al loro destino le stelle orfane, gli astri ordinari, i buchi di senso, le incertezze. E impedisce alla collera bruciante di farsi retorica o semplicemente di prosciugarsi in un eccesso di buona volontà. Schegge e frammenti non mancano mai, in questa generosa lutulenza di allegorie.

Talvolta il procedimento adottato per frangere la compostezza del dettato si affida alla pura e semplice emergenza di voci: un modello già parzialmente sperimentato in opere precedenti (Bozzetti per la scagliola in Pietra sangue o Domenica intelvese in Folla sommersa). Nella prima sezione, proprio in apertura, ascoltiamo il Dialogo della partenza e del nessundove tra l'uomo che fuma e la donna delle domande (p. 17), ordito di discorso diretto e dilacerate solitudini; nella seguente è il prodigioso Milano Centrale, gennaio 2006 a offrirci in una colata di versi dal ritmo incalzante il monologo di una donna che implora il suo uomo di lasciarla (“sono più vecchia di te, quarantaquattro come secoli”, p. 86); mentre le schegge appaiate di Fuochi d'artificio a Preda e Donna con bambino accostano il “belato / stridulo, solitario di creatura” (p. 117) di una bimba down dinanzi ai fuochi d'artificio e il silenzio atroce di un rientro nella rassegnazione diuturna, "vanno lenti / verso l'ombra d'un'ombra, verso casa” (p. 118).

Se si è parlato in precedenza di una struttura a raggiera, Corpo stellare potrebbe anche essere analizzato sotto la forma della spirale, giacché il ritorno di forme da sezione a sezione (poemetto e schegge, descrizione e “viva voce”) non impedisce al libro di avanzare innalzandosi verso il sogno alato (e infranto) che lo conclude. Ciò è tanto più evidente nella quarta e quinta sezione, che lasciano alle spalle le lunghe anse poematiche delle prime 120 pagine per ritornare verso l'ansia dei singoli istanti, prismaticamente colti, in una dolorosa accellerazione. Ed è allora un alternarsi di strappi e momenti di sospensione meditativa (“E' una domenica questa, / solitaria in cui tutto ristagna e non si basta”, p. 178 ; “Calante, la sera, calante eppure chiara”, p. 192); di voci e volti nelle mille luci della città (nella fattispecie Ginevra, dove Pusterla ha insegnato per due anni all'Università); osserviamo una ragazza sul tram (p. 182) o i quadretti del mondo accademico, coi suoi insegnanti goffi e l'addetto alle lavagne (pp. 185-7); e ci ritroviamo, in Gare Cornavin, faccia a faccia con un uomo in transito dall'”identità negata incerta”, che ci apostrofa direttamente nella sua lingua meticcia; la sua voce ci imbarazza e ci commuove in un attimo, densa di storie sospiri e mondo, prima di scorrer via con un “Buona fortuna, / amico” (p. 184).

Queste alternanze, queste contusioni effimere, potrebbero ricondurci verso una poesia intimista ed epifanica, quasi neorealista, se non fossero il frutto di una traversata che non ha avuto paura di transitare per sentieri epici e accorati, né tra stridi più impervi di bestie e derelitti. Se questo libro è perfettamente controllato – e al contempo liberissimo – nella sua inestricabilità strutturale e tematica, è anche vero che Pusterla si è conquistato pazientemente, nel corso degli anni, una voce inconfondibile. Dall'illuminismo pariniano (con vene tragiche mutuate dal Manzoni lirico) e dalla modestia lombarda e anti-orfica (d'un Gozzano sfrondato del suo narcisismo liberty) ha saputo confluire verso il lirismo sostenuto ma mai supponente della migliore poesia italiana contemporanea (da Umberto Fiori ad Antonella Anedda, passando per Gli alleati viaggiatori di Majorino o Gente di corsa di Tiziano Rossi). Senza dimenticare che di qui è passata l'avanguardia (Porta, Pagliarani) e che i cantautori hanno anch'essi dato voce ai vinti, naviganti su fragili vascelli (evidenti i calchi da Guccini, De André, Lolli, …). Alla maturità tematica e strutturale di Corpo stellare corrisponde insomma la piena acquisizione di una voce, al contempo corale e ancorata nella storia, sempre disponibile e antiermetica per il lettore, ma spinta in avanti da un desiderio di libertà, dalla volontà di sapere : “Sopra le nostre parole di tempera e colla / di polvere e d'olio / una rotta da inventare senza radar?” (p. 205).

Rassegna stampa (selezione)

«Fabio Pusterla è uno dei rari poeti cui è lecito scrivere, oggi, la parola vita» (Massimo Raffaeli«Alias», agosto 2010).

«Nella misteriosa trasparenza del suo dire, un libro che scuote e commuove» (Giovanni Tesio«La Stampa», 21.08.2010).

«Se oggi, fra i poeti viventi, c'è qualcuno capace di incarnare la triste devianza delle masse (così come negli USA, nella tradizione narrativa, riesce pienamente una personalità come Cormac McCarthy), questi è proprio Pusterla» (Elio Grasso«Pulp», settembre/ottobre 2010).

«Pusterla dimostra come la voce di coloro che non hanno la possibilità di esprimersi o che, semplicemente, non sono ascoltati (i dimenticati, i rifiutati, i derisi...) rappresenta il canto più alto. Un canto che è in grado di mettere a nudo tutte le ipocrisie e le crudeltà di chi detiene forza e potere» (Yari Bernasconi«Giornale del Popolo», 29.01.2011).