Quando Chiasso era in Irlanda

Fabio Pusterla

Chiasso è una cittadina di confine con una stazione internazionale, un’ampia distesa di binari e un’aria un po’ desolata, nonostante le belle montagne che la circondano. Ma se un ragazzo di Chiasso, abituato ad attraversare quei binari e ad esplorarne i dintorni, per qualche strano caso della vita si mettesse a leggere le poesie di Dylan Thomas o i racconti dublinesi di James Joyce, ecco che quella stessa cittadina potrebbe apparirgli sotto una luce inaspettata, una luce, per così dire, irlandese. E forse non si tratterebbe soltanto di un fugace effetto ottico, ma di un movimento verso una più profonda comprensione di sé e del proprio mondo. Le prose poetiche e saggistiche qui raccolte riguardano tutte, in un modo o nell’altro, il rapporto di continuità tra la vita e la letteratura, tra i luoghi dell’esperienza e quelli dell’immaginazione. Ed è proprio in virtù di questa continuità che il libro si presenta anche come l’abbozzo di un’autobiografia intellettuale e sentimentale, il resoconto di una tenace ricerca di quei valori e di quei motivi che, per quanto sfuggenti, aprono alla speranza.

(Quarta di copertina)

Recensione

di Matteo Ferrari

Pubblicato il 04/12/2012

A volte già la copertina dice tanto. Se il giallo-cromo-quasi-verde di Una goccia di splendore (Casagrande, 2008) evocava la speranza che Fabio Pusterla – il professor Fabio Pusterla – cerca con regolarità d’infondere nella “sua” scuola (un’istituzione nella quale continua a credere, «nonostante tutto»), il verde-marino-quasi-trifoglio del suo ultimo libro, Quando Chiasso era in Irlanda – e altre avventure tra libri e realtà, fa immediatamente pensare proprio a quell’Irlanda che è nel titolo dell’opera. Ma altre, e più vaste, sono le geografie della raccolta, che riunisce 13 testi in prosa, per la maggior parte (10) già editi nel periodo che va dal 2008 al 2011 su rivista o in piccole edizioni antologiche, con l’aggiunta di 3 inediti. Testi certo eterogenei, perché nati in momenti e occasioni diversi, ma in fondo, a ben guardare, più connessi di quanto si possa credere: in comune hanno infatti un (mai sbandierato, spesso anzi sottaciuto, quando non di proposito sfumato) filo biografico. Ripercorrono – o meglio: ricostruiscono – con l’oratoria propria di Pusterla i frammenti di quel preciso itinerario d’incontri ed esperienze che si chiama, prima ancora che carriera, semplicemente vita. E la vita è al tempo stesso quella d’un poeta e traduttore e quella d’un insegnante. A volte è il letterato che scrive, a volte il professore; più spesso entrambe le cose. Quella che emerge dall’accostamento dei testi è una comune mappa fatta di paesaggi, incontri, amori e fascinazioni, dolori. Una rete già conosciuta, certo, ma qui riscoperta e fatta più nitida, restituita con nuovo vigore. Non è un caso che la raccolta prenda il titolo proprio dal testo (il più lungo tra quelli antologizzati) che più compiutamente dà conto di questa mappa. 

Quando Chiasso era in Irlanda è prima di tutto – sin dal titolo – l’incontro di due luoghi: Chiasso e l’Irlanda, ovvero realtà e immaginazione. «Quando mi sono capitati in mano i Dubliners di Joyce», dice l’autore nel testo eponimo, «ho capito che Chiasso era in Irlanda, anche se nessuno degli abitanti sembrava saperlo, perché i suoi odori, la stoffa e il metallo dei giorni, il colore delle notti e il rumore dei treni mi parevano identici a quelli che scoprivo e riconoscevo in quel libro» (p. 64). Una geografia dai tratti chiari e subito riconoscibili, anche laddove non è nominata e sembra prevalere nello scrittore la volontà di universalizzare il dettato; dalla natale Chiasso, vera e propria terra di conquista per un adolescente curioso del mondo e dei libri, alla Pavia degli studi universitari, anni di turbinante densità, vissuti nel segno di Maria Corti e del suo magistero. Quello della Corti non è che uno dei tanti nomi che troviamo nelle pagine del libro. La lista è lunga, ma non troppo. I veri maestri non sono mai in gran numero. Nomi, dunque; ancora una volta secondo il duplice binario realtà/immaginazione. Da personaggi frequentati in carne e ossa, come Giorgio Orelli o Philippe Jaccottet (per non fare che due nomi, per altro i più noti e citati quando si parla di Pusterla), a frequentazioni “sulla carta”, come il poeta Dylan Thomas, scoperto quando la vita offriva all’autore adolescente le prime sfide, la prima durezza. E arriviamo qui al terzo punto. Oltre che nomi e luoghi, a comporre la mappa, ci sono avvenimenti o, meglio, esperienze, prove. Anche qui in non vastissima schiera, ché le esperienze che davvero segnano una persona si contano di solito sulle dita di una mano: la malattia del padre, lo scivolare di un’amica sul piano inclinato dell’anoressia, e più in generale la storia di chi, compagno o amico, se n’è partito per sempre; «chi malamente, giovane o giovanissimo, chi portato via dal vento della montagna o dalle acque turbinose, travolto dal tempo o dalla storia, bruciato o calcinato dal male, perso» (p. 21). Luoghi, nomi ed esperienze compongono la filigrana dell’opera. Non sempre in armonia, va detto, a volte anzi in aperto contrasto, come confessa lo stesso Pusterla quando ammette che «il primo effetto che ebbero su di me gli studi universitari pavesi fu quello di annichilire e ammutolire l’esile vena creativa che mi pareva, fino a poco prima, di possedere» (p. 69). Ma sempre intrecciati tra loro. Al dispiegarsi di tale mappa si accompagna, come una sorta di secondo filo rosso, la riflessione (costante in Pusterla ma sempre attuale) sulla letteratura e le sue possibilità, con particolare riferimento alla poesia, ovvero a quell’«approssimarsi a un frammento di verità e di bellezza attraverso la parola e le sue risonanze» (p. 126). Riflessione sulla lingua e sulle parole, per cavarne «un po’ di senso, un po’ di pietà e un po’ di bellezza» (p. 58): tre parole che si fissano con naturalezza nell’immaginario del lettore in un altro testo chiave della raccolta, dal titolo-esortazione Prova a leggere la poesia. Vedrai che parla di te.

Se la riflessione sulla poesia era la vera costante della raccolta Il nervo di Arnold (Marcos y Marcos, 2007), la novità di Quando Chiasso era in Irlanda ci pare il carattere a tratti intimo, più personale, degli interventi, che fa di questa nuova raccolta un discretissimo, abbozzato romanzo di formazione. Il carattere organico dell’insieme è del resto evidenziato dalla sottile attenzione alla struttura, all’ordine e alla disposizione delle tessere, che non è cronologica ma piuttosto logica, tematica, e che funge da collante tra i testi. Geografie, si è detto; e anche ritorno dell’autore a quei paesaggi che l’hanno visto crescere e prendere contatto col mondo, quella Chiasso a cui sono dedicati non a caso il primo e l’ultimo testo della raccolta. Paesaggi pusterliani, fatti di «cose senza storia». «Pozzanghere, ciuffi d’erba, fiori viola, rottami. Piste sconnesse di terra battuta si addentravano nella pianura, tra binari approdati lì non si poteva capire come o perché, cassoni abbandonati, baracche di legno, campi di mais coperti di una strana polvere» (p. 10). Se il testo d’apertura (dall’evocativo titolo di Primo paesaggio) rende conto della dimensione della scoperta, e assume per questo i tratti di vera e propria iniziazione («la strada diritta, che al tramonto sembrava infinita, poteva ancora aprire una prospettiva, una vaga ipotesi di vastità», p. 15), l’ultimo intervento ritorna nello stesso luogo, alla ricerca di quel «presentimento, ancora vago, di una complessità» (p. 169) che l’autore ha incontrato per la prima volta nei sottopassi della ferrovia. Cunicoli che, nella cittadina natale, tagliano sotterranei i lunghi fasci di binari. Lo sguardo della raccolta ci pare quello della maturità, di chi, arrivato oltre la soglia dei cinquant’anni e raggiunta una solida notorietà letteraria, prova in maniera frammentaria ma in tutta onestà a interrogarsi su di sé, sugli eventi e gl’incontri che l’hanno segnato e hanno fatto di lui quello che è ora. Il tutto senza mai perdere di vista lo scavo sulle e nelle parole, perché, come ha dichiarato qualche mese fa lo stesso Pusterla rispondendo a una domanda di Yari Bernasconi (su «Viceversa Letteratura», n. 6, 2012): «a me sembra che la riflessione sulle parole, e su ciò che le parole portano con sé, sia uno dei pochi modi per resistere e per inventare nuove possibilità dell’essere». Questa raccolta ne è una nuova, fresca dimostrazione.