La figlia prodiga e altre storie

Alice Ceresa

Questo volume raccoglie i romanzi La figlia prodiga e Bambine insieme al racconto La morte del padre.

Intervista a Annetta Ganzoni e Monika Schüpbach

di Pierre Lepori

Pubblicato il 28/02/2005

Le prime prove letterarie di Alice Ceresa sono il racconto Gli altri sulla rivista di Guido Calgari «Svizzera Italiana» (1943) e Sabina e il fantasma su «Botteghe Oscure» (1952): quali le caratteristiche di queste prime pubblicazioni di Alice Ceresa? La fortissima componente sperimentale che troveremo nei due romanzi è già rintracciabile precocemente?

Occorre dire, per cominciare, che il materiale approdato nel 2003 presso l'Archivio Svizzero di Letteratura non è ancora stato studiato dettagliatamente.

Secondo le prime superficiali costatazioni si può comunque notare che testi degli anni giovanili sono composti in uno stile molto più tradizionale. La scrittura sperimentale, per Alice Ceresa, fu il frutto di un lungo lavoro personale di ricerca stilistica.

L'esordio narrativo (in volume) avviene nel 1967, due anni appena dopo il secondo congresso di Palermo (in cui il Gruppo '63 aveva discusso del Nouveau Roman): ma La figlia prodiga attendeva d'essere pubblicato già da alcuni anni (un estratto viene pubblicato da «Menabò» nel 1965). L'influsso delle nuove teorie romanzesche è evidente in quest'opera meta-narrativa che anticipa i maggiori titoli degli autori della neoavanguardia italiana: Il gioco dell'oca di Sanguineti (1967), La vita eterna di Camon (1972) Pinocchio, un libro parallelo di Manganelli (1977), Se una notte d'inverno un viaggiatore di Calvino (1979). Quali furono i contatti con questi esponenti della cultura italiana dell'epoca? Quanto Ceresa ne fu influenzata e quanto invece la sua conoscenza della letteratura tedesca e francese le consentirono un accesso diretto agli autori dell'avanguardia europea (Esercizi di stile di Queneau, che in Italia Eco traduce solo nel 1983)?

C'è chi sostiene che Alice Ceresa avesse spesso insistito sul fatto di non appartenere all'avanguardia letteraria. Al contempo, tuttavia, non si può dimenticare il sostegno che la scrittrice ricevette da parte di alcuni rappresentanti del Gruppo '63. E va detto che Ceresa partecipò di persona al quarto incontro del Gruppo, che si svolse a La Spezia, nel giugno 1966: si trattò di un incontro di lettura, a cui presero parte, presentando il loro lavoro, oltre ad Alice Ceresa, anche alcuni grandi nomi del movimento d'avanguardia come Alfredo Giuliani, Adriano Spatola, Antonio Porta; ed anche alcune donne, come Patrizia Vicinelli e Amalia Rosselli; altri scrittori presenti furono Vincenzo Accame, Nanni Cagnone, Roberto Di Marco, Luciana Marucci, Cesare Milanese, Rossana Ombres, Renato Pedio, Lamberto Pienotti, Gaetano Testa, Luigi Tola, Vincenzo Torricelli. Tuttavia: dalle testimonianze presenti all'archivio bernese, abbiamo più spesso l'impressione di una scrittrice che aspirava ad una grande autonomia, a tutti i livelli, soprattutto dal profilo letterario. Alice Ceresa cercava il pensiero e l'azione indipendenti dagli altri. Nemmeno i libri della biblioteca personale dell'autrice (non tutti si trovano a Berna) lasciano trasparire uno rapporto troppo stretto col Gruppo. Certo, si trovano alcuni volumi degni di nota, in questo senso, come Ma noi facciamone un'altra poesie 1964-1968 di Nanni Ballestrini, oppure Il ragazzo morto e le comete, Sillabario 1, Sillabario 2 di Goffredo Parise. A questo si aggiunga che nel lascito si è potuta rinvenire anche una modesta collezione di articoli (una buona decina)sull'avanguardia; sono articoli che l'autrice stessa raccolse e collezionò, da cui si evince dunque un sicuro interesse per la questione.

Il romanzo d'esordio vinse il Premio Viareggio Opera prima: quanto questa repentina consacrazione letteraria ha contato per Alice Ceresa? E' stata anche in qualche modo un'inibizione, oppure la decisione di pubblicare con tale parsimonia è totalmente interna all'esigenza estrema dell'autrice?

Il prestigioso premio fu una tappa importantissima e un'affermazione inattesa nella carriera letteraria della giovane scrittrice. All'epoca era convinta che la "trilogia" non le avrebbe preso più tanto tempo: lo dice lei stessa in un'intervista televisiva con Eros Bellinelli, nell'agosto del1967. Fu festeggiata tra l'altro da alcuni "padrini" letterari, quali Italo Calvino o Ignazio Silone e il suo lavoro venne da subito riconosciuto e valorizzato dalla critica. Evidentemente Alice Ceresa era esigentissima e dotata di un forte senso dell'autocritica. Se il premio invece sia stato anche un'inibizione non è ancora chiaro, perché mancano ricerche approfondite su questo aspetto. La letteratura era tuttavia per Ceresa un bisogno quasi innato e il Premio Viareggio non cambiò probabilmente il suo modo di fare e di scrivere.

Il sottotitolo de La figlia prodiga è Edificazione e sistemazione di un personaggio; si tratta in effetti di un personaggio femminile, anzi di un capovolgimento voluto della figura evangelica del figliuol prodigo. In che misura Alice Ceresa fu influenzata dalle teorie femministe dell'epoca, da quali autrici in particolare, attraverso quali canali?

Non è ancora possibile, oggi, dire niente di concreto: gli aspetti biografici della vita di questa scrittrice sono ancora da studiare. Si può tuttavia notare almeno che Alice Ceresa, in quanto donna, non si sentiva membro della società a pieno titolo, e questo deve averla molto offeso. Si pensi solo che il padre non volle sostenere finanziariamente i suoi studi: già tale decisione, per una ragazza energica, decisa e interessata come Alice Ceresa, deve essere stata molto umiliante e difficilmente accettabile (si veda la lettera al padre citata nell'articolo di Jacqueline Aerne).

Tutta l'opera di A.Ceresa ruota intorno ad alcuni temi centrali: l'infanzia, la femminilità, la famiglia patriarcale. Un retroterra autobiografico è facilmente immaginabile, sebbene filtrato da una costante ironia, da una sorta di luce gelida e beffarda. E' possibile ricostruire dei riferimenti autobiografici nelle opere di questa autrice?

Si può facilmente rintracciare un «retroterra autobiografico» all'opera di Alice Ceresa, ma non è questo che le interessava. Anzi, ella stessa ha dichiarato (nell'intervista di Bellinelli per la Televisione Svizzera Italiana) che la propria non è mai stata una scrittura autobiografica. Uno dei motivi per cui ha ripetutamente rielaborato il primo romanzo era proprio il tentativo di trovare una forma di espressione valida in generale (e non per il caso singolo). Nel paratesto della Figlia prodiga si trova la seguente citazione di Alice Ceresa: "Ho tentato di narrare un'avventura individuale nella sua parabola vitale, sostituendo non solo a un personaggio credibile un personaggio artificiale, ma anche al tessuto narrativo convenzionale e «probabile» un testo astratto, che fosse tuttavia in condizione di svolgere lo stesso ruolo educativo e sensibile solitamente e per altro genere di avventure affidato ad elementi quali la descrizione, il dialogo, la sospensione ecc.. E' chiaro però che l'esperienza personale della vita di famiglia e dell'essere donna la segnarono profondamente. In una nota retrospettiva sulla sua attività letteraria, la scrittrice costata: «Scrivo da sempre, ho pubblicato poco. L'unico argomento che mi interessa nello scrivere è la questione femminile: ma non ho ancora capito se questo sia un bene o un male, poiché investe anche il mio rapporto contrastato con la letteratura» (Nascere già emigrata, «Tuttestorie», n° 2, 1994, p. 38). Una cosa è certa, però: Alice Ceresa detestava l'autobiografismo e dal profilo letterario cercava ben altro. Cercava anzi di «tener fuori» o di eliminare gli elementi più personali nei suoi testi (difficile - allo stadio attuale delle ricerche - dire se ci sia riuscita o meno).

Il volume recentemente pubbicato da La Tartaruga raccoglie la quasi integralità della produzione di Alice Ceresa. La scrittrice non ha tuttavia mai smesso di scrivere e all'Archivi Svizzero di Letteratura sono depositati diversi manoscritti. Che cosa ci rivela questo materiale? Esistono testi che sarebbero ulteriormente pubblicabili? La figlia prodiga e Bambine erano i due primi elementi di una «trilogia», che la scrittrice non ebbe il tempo di terminare: esistono abbozzi o versioni della terza parte di questo trittico romanzesco?

All'inizio della sua carriera Alice Ceresa ha pubblicato anche vari racconti in versione tedesca. Nell'archivio si trovano inoltre dei manoscritti e dattiloscritti di vari testi a cui ha lavorato per anni, che però non ha ritenuto pronti per la pubblicazione. Uno è Il ratto delle Sabine, sviluppato negli anni 1945-1953, probabilmente ispirato al film di Totò dallo stesso titolo, uscito nel 1945. In questi materiali troviamo delle prove teatrali in francese e in italiano, ed anche prose nelle due lingue. Negli anni 60', dopo la Figlia Prodiga, Alice Ceresa ha lavorato a Stratificazioni e negli anni 70'-90', ad intervalli irregolari, al Piccolo dizionario dell'ineguaglianza femminile. Quest'opera era incentrata su una serie di «voci di dizionario» che - completate - avrebbero offerto una summa concettuale sulla questione femminile. Singole voci sono state rielaborate e utilizzate in altri testi (Grammatica in Tuttestorie 6/7, 1996/1997, pp. 45-46), ma l'impresa del Piccolo dizionario è stata poi completamente abbandonata. È probabile che a scoraggiare Alice Ceresa sia stata tra l'altro la pubblicazione del Sillabario dell'amico Goffredo Parise, uscito nel 1972 e nel 1982; anche quest'opera, oggi considerata il capolavoro di Parise, parte da voci da dizionario, seppur con stile e intenzioni assai diversi. Pur non essendo stato portato a termine, l'inedito dizionario può essere considerato un'importante tappa stilistica nel lavoro di scrittura che puntava a quel registro scarno, preciso e sintetico che oggi ritroviamo in Bambine (si veda il Facsimile 2004 degli Amici dell'Archivio svizzero di letteratura). Per quanto attiene l'annunciata trilogia, la terza parte non è facile da individuare con certezza tra le sue carte; esistono varie ipotesi al riguardo.

La lingua romanzesca di Alice Ceresa è al contempo estremamente precisa e inattesa (soprattutto sintatticamente): quali le sue caratteristiche e quanto debbono al bi-linguismo dell'autrice (nata a Basilea, formatasi poi in Ticino)? Quanto l'attività di traduttrice ha influenzato uno stile che sembra «dato» una volta per tutte sin dal principio?

Si potrebbe rispondere citando direttamente Alice Ceresa, che sulla questione del suo bilinguismo - e sull'emigrazione in particolare - si è espressa molto chiaramente: «Mi è dunque successo di nascere per così dire già emigrata. Come spesso succede nella Svizzera quadrilingue, la mia famigliola di lingua italiana si era trasferita nella Svizzera tedesca, dove io appunto venni al mondo. Per cui, benché a casa si parlasse la nostra lingua, la vita intorno a noi si svolgeva nell'altra. E così immagino che ho incominciato a capire quanto si diceva, e a parlare, in due lingue contemporaneamente senza nemmeno rendermene conto. I bambini sanno sopportare questo ed altro. La mia vita privata si svolgeva in italiano, la mia vita sociale (giochi, asilo infantile e prime classi elementari) in tedesco. Non ricordo traumi e difficoltà apparenti, direi anzi che la cosa mi sembrava normalissima. Le complicazioni incominciarono quando la famigliola si ritrasferì nella sua terra di origine, anche le scuole subentrarono in italiano, l'intera comunità si esprimeva come noi a casa, e io mi ritrovai con una lingua in più che non solo non serviva a nulla, ma aveva pure degli strascichi estremamente fastidiosi: per esempio pronunciavo automaticamente l'alfabeto in tedesco per il grande sollazzo della classe […]. Il problema linguistico mi si pose dunque in qualche modo all'inverso, ma pur sempre come problema, e senza dubbio mi diede da riflettere, non so con quanta fortuna per la correttezza dei miei ragionamenti; so però che tentai in tutti i modi di dimenticare quella seconda lingua che non mi poteva e non mi doveva corrispondere più. Incominciai perfino ad aborrirla, al punto di rifiutare qualsiasi lettura in tedesco: il che per un topo di biblioteca che ero rappresentava un sacrificio immane. Suppongo che ero incappata in un problema di identità. […] Ho poi imparato altre lingue, ho abitato in svariati paesi, non ricordo estraniamenti di nessun genere se non sempre riferibili alla lingua» (Nascere già emigrata, in: Tuttestorie. Racconti Letture Trame di donne, nr.2 nuova serie, novembre 1994, pp.38-39).

Quali contatti Alice Ceresa mantenne con la Svizzera, i suoi intellettuali, gli scrittori? Ci fu uno scambio, un influsso, una nostalgia?

Alice Ceresa ha certamente mantenuto dei contatti con la Svizzera e con i rappresentanti della Svizzera a Roma. In primo luogo, ogni estate andava in «pellegrinaggio» a Cama, in Mesolcina, per rivedere la famiglia. Inoltre in alcuni scritti ha spiegato la sua visione del paese natio. Era però piuttosto schiva e non viaggiava volentieri. In Svizzera tornò tuttavia anche per motivi letterari: nel 1992 accettatò l'invito alle Giornate Letterarie di Soletta e prese parte al Battello per tra-durre, organizzato della Collana CH, nell'edizione del 1998. Dal carteggio possiamo evincere poi una serie di contatti epistolari con singoli autori, dalla psicanalista Aline Valangin, a Gerold Späth (di cui tradusse Commedia, per la Sellerio), da Maja Beutler a «datori di lavoro» come la Pro Helvetia, senza dimenticare i critici letterari, come Alice Vollenweider e Heinz Schafroth (che riceveva volentieri a Roma). Non si trovano note nostalgiche nel lascito: sembra che Alice Ceresa non si sia mai pentita della sua emigrazione.

* Annetta Ganzoni è conservatrice dei fondi italiani e romanci dell'Archivio Svizzero di Letteratura (ASL), presso la Biblioteca Nazionale di Berna, ove sono depositati dal 2003 gli archivi personali di Alice Ceresa, attualmente in corso di riordino.

** Monika Schüpbach, ricercatrice, lavora attualmente a una tesi di dottorato sull'opera letteraria di Alice Ceresa.

Rassegna stampa (selezione)

Il primo libro di Alice Ceresa, La figlia prodiga, faticò molto a essere publicato. Eppure erano tempi di sperimentalismo. Nel dicembre del '63, Elio Vittorini concludeva una sua lettera alla scrittrice svizzera dicendole di avere "apprezzato" il romanzo, ma aggiungendo: "Non lo ritengo, tuttavia, un testo pubblicabile". Non aveva torto.
Tutto è La figlia prodiga fuorché un'opera fatta per piacere ai lettori. "Spostando l'analisi psicologica (di carattere) sul piano della pura logica formale, – scriveva Vittorini nella stessa lettera – lei ha costruito più che un racconto un "sillogismo narrativo" apprezzabile, ritengo, solo da degli iniziati". Sì, è vero. Maria Corti inserisce il primo libro della Ceresa in quel filone neosperimentale (in cui c'erano Manganelli e Vassalli) che rifiutando il romanzo tradizionale adottava, per raccontare, un genere d'altri tempi come il trattato. Rivisto dalla scrittrice sui consigli dello stesso Vittorini e anticipato nel '65 dal Menabò, il libro sarebbe uscito due anni dopo da Einaudi. Ritorna ora in un solo volume con gli altri due soli "racconti" che Alice Ceresa (1923-2001) pubblicò in vita. Una vita passata per cinquant'anni a Roma (la Ceresa nasce a Basilea da madre di lingua tedesca e padre ticinese, ma dopo qualche esperienza giornalistica in Svizzera si trasfrisce in Italia dove sarà, tra l'altro, ottima traduttrice dal tedesco, per esempio di Canetti). Parlare di racconto è un azzardo, perché la dimensione narrativa viene ridotta ad analisi fredda dei legami familiari, tutta costruita su nessi logici e astrazioni, un romanzo mentale, senza intreccio né descrizioni né dialoghi, che seziona infanzia, giovinezza e maturità di una progatonista ipotetica e senza nome. La "figlia prodiga" è colei che con un atto di rivolta butta via un patrimonio sociale codificato da secoli.
Il "romanzo" affronta insomma, come ebbe a dire l'autrice, "la condizione esistenziale femminile" ma con moduli e punti di vista per nulla scontati o ideologici. Il secondo testo è un'opera più breve ma più matura, che esce nel '79 sulla rivista Nuovi Argomenti: la curatrice del volume Patrizia Zappa Mulas evoca giustamente Bacon. Qui il "referto anatomico" non è così esibito cone nel precedente, sicché più che il tessuto freddo della prosa si percepisce qualcosa di agghiacciante nel racconto della cerimonia funebre che segue alla Morte del padre (questo il titolo) vissuta dalla moglie e dai tre figli (un maschio e due femmine). Questa volta i personaggi sono personaggi, sia pure ancora agiti, nonostante tutto, dal "patriarca" scoparso.
Ultima e anch'essa bellissima tappa di una trilogia che la Ceresa avrebbe voluto perfezionare pubblicando un nuovo libro, è Bambine (sempre Einaudi, 1990): c'è anche qui la famiglia patriarcale, un padre percepito come violento e una madre triste, c'è la figlia maggiore e c'è la minore, c'è un'infelicità che aleggia e forse un mistero da scoprire ma sorpattutto c'è la "micidialità" della Ceresa, una quotidianità talmente normale da apparire terribile. Questo è Alice Ceresa, che scelse di scrivere in italiano nonostante il suo bilinguismo. E questo scegliere una lingua non propria, insieme alla forza micidiale della sua prosa, la mette idealmente a fianco di un'altra "esule" solitaria come Agota Kristof. (Paolo di Stefano, Corriere della Serra, 23.01.2005)

In ihrem ersten Roman ging sie in der Verfremdung so weit, dass sie in sein Zentrum eine Hypothese stellte: Die verschwenderische Tochter ist das weibliche Gegenstück zum "verlorenen Sohn" der Bibel: eine mögliche, aber keine wirkliche Figur, eine Projektion, die nicht mit realistischen Mitteln dargestellt werden kann. Anderseits sind aber ihre Haupteigenschaft und ihre Geschichte durch die Parallelsetzung zum "verlorenen Sohn" so genau bestimmt, dass ihr Fall auch der Phantasie keinen Raum zur Entwicklung bietet. Die "verlorene Tochter" ist eine durch und durch künstliche Figur – sie lässt sich höchstens durch Sätze einkreisen, in ihrer Substanz aber per definitionem nicht erfassen – und zugleich ein sozialkritisches Argument. Die blosse Tatsache, dass sie verschwenderisch ist, macht sie zur gefährlichen Einzelgängerin, die sich über die Verhaltensnormen von Gesellschaft und Familie hinwegsetzt. Ihr Anderssein impliziert die bedenklichsten Entwicklungen; sie ist eine potenzielle Revolutionärin, weil ihre Geschichte – im Gegensatz zu derjenigen des verlorenen Sohnes – noch nicht geschrieben wurde. Ganz anders verhält es sich bei Alice Ceresas letztem Roman, "Bambine", der die beklemmende, aber reale Geschichte von zwei kleinen Mädchen erzählt, die im Schoss einer Familie aufwachsen, deren Zwangscharakter sich von Seite zu Seite deutlicher enthüllt. Ihre schwierige Entwicklung zu Erwachsenen vollzieht sich in einer Atmosphäre der Ungewissheit, des Verdrängens und Verschweigens, die vom unbarmherzigen Mechanismus des Familienalltags beherrscht wird. Unheimlich und monströs ist auch der Blick in die Nachbarhäuser, wo irre Mütter, debile Väter und kranke Töchter leben, was man sich aus heimlichem Spionieren und den Anspielungen der Eltern zusammenreimen kann. [...] (Alice Vollenweider, NZZ, 27.12.2001)

A quella "deformità" rappresentativa ("introducendo cibo nelle varie bocche") si aggiunge (sto sempre alla prima pagina) una sorta di voluta trasandatezza, una sorta di "così nel mio parlar voglio essere aspro" per dirla con il Dante delle Rime per la donna Petra. Trasandatezza che si adegua, è omologa alla natura di "sotto-vuoto" che è la famiglia (come il salato del supermarket): vedi "nell'espletamento delle singole funzioni", "raccolte all'uopo". Dalle bocche che infornanon cibo si può passare a "manine poco prensili", dove il prensili sa di scimmiesco, non escludendo il pube (p.91: "Specie se immerse nella vasca da bagno la peluria può essere pettinata e munita di scriminature in tutti i sensi...". Si può passare, in serrati andirivieni, ai componenti stessi del "nucleo sotto vuoto": alla madre per esempio ("Per la bambine naturalmente è soltanto una madre e così senza tanti complimenti non la vedono nepure."), al padre ("Quest'uomo comunque appare correttamente impantalonato senza sfoggio di alcun pacchetto in vista, ma fieramente inalberando baffi mostruosi". "Se le figlie non avessero il problema dei denti e dei capelli non avrebbero probabilmente il problema del padre."). Che libri come Bambine e La Figlia prodiga siano stati publicati dalla Einaudi à già una garanzia "esterna" del valore di un scrittrice come la mesolcinese Alice Ceresa. Scrittrice vittoriosamente impostasi oltre le nostre frontiere. La perdita per le lettere della Svizzera italiana è grande. La partecipazione nostra di lettori al dolore dei congiunti è anche commisurata a quella perdita. (Giovanni Orelli, La Regione Ticino, 27.12.2001)

Dicono che non sia importante ficcare il nasco nella vita privata di uno scrittore. Eppure, di fronte a un libro soprendente e insolito come Bambine di Alice Ceresa viene davvero il desiderio di saperne di più. […] Che sia la sofferenza tenace del libro analoga a quella dell'autrice? Chissà. L'enigmatica Alice Ceresa fa di tutto per allontanare, distanziare, straniare. Con procedure stilistica di calcolato manierismo, al limite della stramberia espressiva, prossima alla disperazioen dell'esistere, di cui, vicino agli anni '60, ci ha finemente parlato Ludwig Binswanger (Tre forme di esistenza mancata). Un linguaggio fittissimo di cerniere avversative auliche e curiali: benché, sebbene, tuttavia, invece, nondimeno, del resto; la sostenutezza pomposa degli all'uomo, in vero, si sa, per così dire; la linearità del periodo resa volutamente disarmonica dall'improvvisa inserzione di gerundi che aggiungono al resoconto il colore di un'enfasi stralunata. Come se nessuno, al mondo, potesse raccontare in maniera attendibile la storia delle piccole e grandi miserie della socità umana. Epppure, dietro la maschera, il libro di Alice Ceresa ci appare ben altro. Un lungo addio agli anni perduti – detestabili ma fulgidi nella loro inesistenza – che soprattutto ci turba e commuove. Un necrologio per le illusioni, le speranze e gli affetti, dove l'autrice sembra accennare con la mano al suo "doppio", un'esile figura-bambina a due teste, che si perde lontano, verso la linea dell'orizzonte. Lei sì, dimentica di un ultimo saluto. (Giovanni Pacchiano, Il Giornale, 13.05.1990)

Perché Alice Ceresa ha scritto, o ha pubblicato, così poco? Non saprei rispondere, certo è che Ceresa sembra la più dotata e insieme la più trascendentale esploratrice di quel fenomeno umano che è il disastro di crescere. […] Una scrittura micidiale come quella della Ceresa si spiega forse, in parte, alla luce della fenomenologia e della logica di Husserl (per certi versi viene in mente Esperienza e giudizio). MI stupirei se la scrittrice dichiarasse di non aver mai letto il filosofo. Sebbene le sue narrazioni non siano affatto analisi fenomenologiche, la parentela con queste mi pare innegabile; e lo dico, sia ben chiaro, per lodare la sua originalità, l'attitudine a trasformare un metodo filosofico in uno stile di scrittura […] Che cosa racconta in realtà il libro [Bambine]? L'inabissamento dell'infanzia, e dunque anche dell'età adulta, nell'ottusità o nella dissimulazione della memoria. Le formule che ricorrono nella traccia fantasmatica del disegno sono formule di silenzi, mutismi, inconsapevolezze. "Anche parlandone in seguito, le due sorelle non trovarono nulla di speciale da aggiungere…"; "non seppero o non vollero dire"; "qui si stenta una volta di più a seguirlo": allo sbocciare della pubertà "con grande sorpresa le vediamo restare tale e quali, per quanto perlomeno riguarda la loro intelligenza delle cose in particolare e in generale". Le due sorelle pare si sposassero in giovane età, disderose "anzitutto di cambiare casa". E questo è tutto. Praticamente. (Alfredo Giuliani, La Repubblica, 07.04.1990)

[… ] Risposta ancora più graffiante dà la stessa Alice Ceresa rispondendo a domande di F. Guardiani per “Italian Fiction Today”, autunno 1995 (si veda il citato quaderno, pp. 3-10). Alla osservazione dell’intervistatore per il quale “Il tuo stile è ostentatamente distaccato, neutro, clinico (…)”, la Ceresa risponde (tra l’altro: tutta la intervista è da leggere): “Non mi interessavano i ricordi personali, e anzi andavano banditi in favore di una descrittività pura e semplice. Un poco come procede l’etologia con la sua osservazione della vita degli animali: che mai potranno dirci che cosa pensano loro non solo della propria vita ma anche delle interpretazioni che noi ne ricaviamo. La mia idea è che anche i bambini vivono in realtà l’infanzia a questo modo, prima che possa essere trasformata dal senno di poi”. Certo che un lettore della Ceresa, come un lettore di Pizzuto, che nel suo “sperimentare” si muove su vie completamente diverse, potrebbe anche dire, e senza malizia, che “ci si stanca di ammirare”. La Ceresa, e lo si è ricordato poco fa con sue stesse parole, sa che “è difficile parlare dell’infanzia in modo possibilmente oggettivo, vale a dire osservante, perché è l’esperienza più oscura di ognuno di noi viventi, credo”. Ma quando, e salto, prima di chiudere, a La figlia prodiga, qui p. 120 e sgg., quando parla di simulazione e dissimulazione con avvocateschi cavilli che si stendono per più pagine, non si può non pensare alla sovrana, lucida brevitas di un Francesco Guicciardini, che in tre righe fotografava mirabilmente e simulazione e dissimulazione (Storia d’Italia VI, ii). […] (Giovanni Orelli, Azione, 09.03.2005)