Les Enchanteresses

Jean Starobinski

C'est folie de croire au merveilleux, si l'on a tiré la leçon des mésaventures de Don Quichotte. Pourtant le goût du merveilleux a persévéré, pour le plaisir du spectacle. En s'alliant à la musique, en faisant appel aux fables anciennes et aux conventions du théâtre, la poésie a inventé un nouvel espace de fiction: l'opéra. Toutes les figures du désir et de l'égarement passionnel peuvent y être jouées et déjouées. Toutes les autorités aussi peuvent y être mises en péril. Les enchanteresses tiennent sous leur domination les héros qu'elles ont dévoyés. Mais leur triomphe ne dure pas. Elles sont les incarnations de l'art qui multiplie les plaisirs et qui sait aussi combien sa souveraineté est précaire. C'est en écoutant les enchanteresses que Jean Starobinski va à la rencontre de quelques auditeurs à l'exigence inquiète: Rousseau, Stendhal, Hoffmann, Balzac, et Nietzsche. De ses lectures, l'auteur revient chargé de découvertes intellectuelles éclairantes. Et de quelques problèmes. Le dix-neuvième siècle romantique a-t-il voulu retrouver une vision religieuse du monde que les Lumières du siècle précédent avaient cherché à supplanter? L'air d'opéra, qui soulève tant de passions, apparaît bien comme le lieu des transferts du sacré à l'expérience la plus intime de soi, parfois aussi aux appartenances nationales. Or à la sacralisation de l'art correspond en retour une esthétisation du religieux, phénomène complexe qui ne cesse de se manifester sous nos yeux, avec des conséquences parfois inquiétantes. Les lecteurs sentiront que les enjeux esthétiques évoqués dans ce livre intéressent de près l'évolution des sociétés modernes "avancées".

Starobinski: l'incanto del testo. Intervista

di (Pierre Lepori, Giornale del Popolo-Rete2)

Pubblicato il 09/02/2006

Si chiama Les Enchanteresses, le incantatrici, ed è proprio il caso di dirlo: il nuovo libro di Jean Starobinski – intellettuale ginevrino di fama mondiale – è un incanto. Pubblicato nell'ottobre 2005 dall'editore Le Seuil, il libro raccoglie una serie di ritratti di grandi eroine liriche, analizza i capolavori dell'opera, segue a volte la storia di un'aria celebre ("Ombra adorata, ascolta" di Zingarelli); ci conduce in un viaggio tra le parole e gli incanti della musica. E' d'altronde da sempre uno dei grandi pregi della scrittura saggistica di Starobinski: la libertà di lasciarsi condurre dalle occasioni del testo, dagli improvvisi echi, spostandosi di epoca in epoca (con una predilezione certa per l'Illuminismo, tra ragione e follia), con rigore ed erudizione enciclopedica, ma senza pregiudizi. La sua è stata definita critica tematica o storia delle idee. E', anzitutto una scuola di lettura e in questo caso di ascolto. Perché, Jean Starobinski, un saggio sull'opera e sulla musica?

Si tratta di temi già presenti – anche se non centrali – in altri libri, come Gli emblemi della ragione o L'invenzione della libertà, scritti negli anni Sessanta e Settanta. L'amore per la musica e per l'opera non mi ha mai abbandonato. Nel corso degli anni Ottanta, Huges Gall, direttore del Grand Théâtre di Ginevra, mi ha chiesto di scrivere alcuni testi destinati a meglio far capire agli spettatori i nodi tematici e stilistici delle opere presentate: sono così nati molti dei testi confluiti in questo volume, a cui ho voluto aggiungere, in apertura, un grande saggio dedicato al rapporto tra canto e seduzione. Nei testi dedicati alle singole opere – dalla trilogia di Da Ponte-Mozart all'Elettra di Strauss; dalla Poppea di Monteverdi all'Arianna e Barbablù di Dukas – si trattava non tanto di interpretare l'opera, quanto di mostrare quale era la posta in gioco – in particolare nel rapporto tra testo e musica – quali categorie del pensiero uno spettacolo andava a smuovere, in che modo la partitura rappresentata proponeva questioni che oserei dire "di vita o di morte", vale a dire un dissidio fondamentale.

Les Enchanteresses si apre e si chiude con due grandi saggi dai titoli eloquenti: "Chanter – Séduire" e "Ombra adorata": nel primo l'opera lirica viene presentata nel suo sviluppo storico – nella dialettica tra incanto e dannazione, ma anche in quella tra tradizione e innovazione estetica…

Per cominciare, ho voluto rintracciare un poco la storia dell'opera, una storia attentamente studiata dagli specialisti. Non ho voluto, ovviamente, fare a mia volta lo storico della musica, ma semplicemente ri-situare il genere nel percorso della storia delle idee. L'opera nasce infatti in un momento di grande fervore intellettuale, in cui si assiste alla ricerca di un rapporto nuovo tra parole e musica. I compositori fiorentini della Camerata dei Bardi, per operare il loro rinnovamento radicale, decidono di ispirarsi all'antichità. Quel che mi sembra primordiale, è qui il tentativo di novità e resurrezione al contempo. Quel che ha reso legittima, esteticamente, la creazione dell'Opera è stata la rappresentazione dei fatti illustri del passato. Le storie che i compositori mettevano in musica non erano di nuovo conio; si andava a cercare nei fasti della storia un episodio famoso da rappresentarsi in un modo nuovo.

Impossibile abbracciare per intero l'opera di Starobinski, segnata da alcuni grandi saggi mondialmente noti come La melanconia allo specchio (su Baudelaire), Ritratto dell'artista da saltimbanco, o dagli studi su Montesquieu, Rousseau, Montaigne. La monumentale bibliografia di Starobinski passa infatti con apparente nonchalance – ma con un'erudizione da far mancare il fiato – dall'analisi letteraria, alla storia delle idee o della scienza, spesso privilegiando un tipo di approccio tematico. Ne l'Occhio vivente il pensatore ha chiaramente definito la posta in gioco del suo immane lavoro: la fondazione di una "critica della relazione", capace di coordinare i metodi della stilistica, della sociologia e della psicanalisi. Resta il fatto che il metodo e lo stile di Starobinski sono del tutto particolari. Ma è possibile definire un "metodo" Starobinski?

Mi piace cambiare costantemente metodo. Non ho un metodo vero e proprio, applicato con continuità. E' chiaro però che un certo modo di fare ricerca mi è più congeniale e sono affezionato a un certo modo di procedere: si tratta, molto spesso, di tracciare un percorso tra i testi. Di suscitare, a partire da un tema di partenza, una serie di conseguenze e di incontri. In questo modo si sviluppa una tematica e alla fine del percorso arrivo a presentare una sorta di "paesaggio" attraversato. Di fatto, però, mi considero uno storico. Mi è capitato anche di curare edizioni di testi inediti di Rousseau, in particolare una traduzione dell'incipit della Gerusalemme Liberata. Occorreva stabilire la data del manoscritto e lavorare con l'impegno dello storico sulle fonti d'archivio. Credo che troppo spesso dimentichiamo i nostri doveri di storici. E nello stesso tempo sono profondamente convinto che occorra far parlare la storia, costruire un senso alla sequenze di fatti e testi, cercare di trovare un tracciato, di evidenziare un percorso, che ci aiuti anche a capire meglio noi stessi e l'oggi.

Una delle caratteristiche peculiari della magnifica opera saggistica di Jean Starobinski è il suo stile: una lingua elastica e prensile, classica e chiarissima, scevra d'ogni tecnicismo o vezzo universitario. In qualche modo, come molti degli autori che ha studiato (gli enciclopedisti), Starobinski è dunque anche uno scrittore a pieno titolo. Fino a che punto considera importante la scrittura, nel suo lavoro saggistico?

Certo, c'è una sorta di poesia della poesia, nell'operato di un saggista. Mi pongo, in questo, sulla linea di Georges Poulet, uno scrittore che ho molto ammirato, un vero maestro di cui sono stato amico. Poulet cercava di andare oltre l'aridità filologica, di sviluppare un ragionamento che non fosse per il lettore noioso e lento. Nello stesso modo, io credo all'importanza di un lavoro che non allontani da sé il lettore: il saggio non deve essere un prodotto universitario, scritto solo per l'accademia. Ma nello stesso tempo, faccio anche attenzione a non cercare di sedurre né di incantare il lettore con lo stile. Ho l'impressione che certi filosofi si divertano ad essere anche un poco prestidigitatori di parole. Che inventano giochi di parole, neologismi e doppisensi lessicali. E' un vizio tipicamente francese, che non mi sento di condividere. Nel mondo anglosassone il saggista è invece tenuto a un maggiore rigore formale, direi quasi a un certo formalismo logico. Quanto a me: trovo il francese una lingua molto bella e credo che sia nostro dovere utilizzare le sue numerose risorse al meglio, senza tuttavia operare forzature. Bisogna imparare a dire il maggior numero di cose possibili, con poche parole, senza moltiplicare i concetti inutilmente astratti. Affinché quello che vogliamo dire possa essere espresso in modo schietto e libero, occorre trovare un equilibrio tra stile e idee.

Pierre Lepori
Giornale del Popolo, 7 gennaio 2006
RSI-Rete2, 8-9 gennaio 2006

Rassegna stampa (selezione)

[…] Starobinski s'émerveille du pouvoir enchanteur de l'opéra et de ses interprètes. Superposant propos narratif, interprétation analytique et reconstruction structurelle, il interroge les raisons et les vertiges de la séduction musicale. Des pages somptueuses sur Mozart, où l'on retrouve aussi ses figures tutélaires de Rousseau, Baudelaire et quelques autres. On y découvre que l'opéra nous convie à l'expérience du sacré, ou plus exactement à la fantasmagorie du sacré: la musique désacralise le religieux et nous séduit de son substitut profane. (Lucien Degoy, L’Humanité, 09.01.2006)

[…] Le lecteur retrouvera ici toute la culture de l'auteur. Une culture à l'ancienne, sûre de ses références et qui ne s'égare jamais au-dessous des genres nobles: littérature, philosophie ou cinéma, à condition, bien sûr, qu'il émane d'Ingmar Bergman. Facilement lisible, du moins pour qui a fait ses humanités, l'ouvrage annonce moins l'avenir qu'il ne clôt avec intelligence le passé. (Étienne Dumont, Tribune de Genève, 04.01.2006)

[…] Jean Starobinski se place toujours au carrefour de la création sous toutes ses formes. Ne se cantonne jamais dans l'appréhension d'une seule expression artistique. Dans Les Enchanteresses, c'est sur la musique, "langue universelle de la nature", et sur l'opéra en particulier, qu'il se penche ainsi, à travers le thème de l'enchantement... Jean Starobinski est habité de ces airs, de ces voix dont il cerne les charmes et les secrets... (Michèle Gazier, Télérama, 28.12.2005)

[…] Starobinski donne de beaux portraits de ces femmes d'opéra, ces prime donne se regardant aux miroirs de la séduction, de la trahison ou de l'abandon, abîmées en leur passé... Starobinski aime le jour et les Lumières, et son livre baigne dans une certaine transparence mozartienne plus que dans l'ombre romantique. Mais, dialecticien faisant toujours jouer les contrastes et les contraires, il évoque comme personne le Mozart nocturne, et son chapitre sur "Les noces de Figaro" s'achève sur une note sombre: "Les objets, en disparaissant dans la nuit, laissent le champ libre aux voix." N'est-ce pas la plus juste définition de l'opéra? Pour Starobinski, la musique est non seulement ce qu'il y a à penser, mais le modèle de la pensée dans ce qu'elle a d'inexprimable. (Michel Schneider, Le Point, 08.12.2005)

[…] Sans en avoir l'air, n'est-ce pas à une genèse de notre modernité que Jean Starobinski nous convie, par cette esquisse d'une histoire de l'opéra? Derrière sa réhabilitation, moins des librettistes oubliés que du nécessaire entrelacement entre le compositeur de la musique et l'auteur du livret, l'universitaire de Genève ne cherche-t-il pas à faire du genre lyrique le lieu par excellence de la transition entre l'ancien et le nouveau? Comme le contrepoint de l'art de la fugue, une ligne directrice anime bel et bien ce flot parfois déconcertant d'érudition et l'écriture foisonnante de ce spécialiste des Lumières, critique et psychanalyste.[…]. (Nicolas Weill, Le Monde, 06.12.2005)

[…] Ce n'est pas un hasard si le premier ensemble s'ouvre sur un chapitre consacré aux "opéras de Da Ponte". Starobinski, comme il l'a toujours fait, cite souvent. À elle seule, la manière dont ces emprunts sont enchâssés dans le texte témoigne d'un doigté supérieur. Ils tombent dans le fil du raisonnement sans un faux pli, comme l'étoffe d'un bon tailleur. On se souviendra du Montaigne: "La citation, aveu de faiblesse, récite avec prédilection les discours de la mélancolie." La mélancolie, vieux compagnon de l'auteur depuis ses années de thèse, miroite certes sous les lignes mais sans entamer une foncière sérénité, comme si la proximité de l'humeur noire en avait libéré l'auteur: pas de Liebestod pour son finale […] (Gérard Dupuy, Libération, 10.11.2005)

Les Enchanteresses dont il est question dans l'essai de Jean Starobinski le sont au sens fort, mythique: telles les sirènes d'Ulysse, elles peuvent mener à la mort celui qui succombe à leurs charmes. Elles sont là depuis Pandora et Ève, à la croisée du bien et du mal, au moment du choix. Elles séduisent, ce qui signifie "détourner, attirer à l'écart". De bien mauvaises personnes, condamnables. Mais celles dont il est question ici exercent leur pouvoir dans le domaine ambigu de l'opéra. Un terrain dangereux pour le moraliste: il ne peut appliquer sa loi dans un lieu qui relève de la fiction et du merveilleux, où le sacré et le profane se confondent et où toutes les passions se jouent et se déjouent. On comprend que Rousseau se soit méfié d'un tel spectacle. (Isabelle Rüf, Le Temps, 29.10.2005)