Uscirne fuori

Fabio Andina

Uscirne fuori sei te che stai nuotando spensieratamente in un mare piatto sotto un sole grande così, quando di botto si scatena un temporale tale che devi lottare per non affogare. E mentre il vortice ti sta risucchiando hai solamente due possibilità: lasciarti andare o combattere per cercare di uscirne fuori. Questo libro parla di un padre e di un figlio che insieme lottano, soffrono, resistono. Che insieme, per non perdersi e soccombere, vogliono uscirne fuori.

(dalla presentazione del romanzo, ADV)

Recensione

di Alceo Crivelli

Pubblicato il 30/11/2016

Nel suo primo romanzo Uscirne fuori, Fabio Andina restituisce le tribolazioni di un padre alle prese con un burrascoso divorzio e la sua lotta per l’affidamento del figlio, toccando i temi della depressione, che porta alla dipendenza da alcol e psicofarmaci, del precariato professionale, che porta all’indebitamento, dell’inadeguatezza della legge nel gestire situazioni che poco hanno di razionale e che toccano l’intimità del protagonista nel suo tentativo di salvaguardare il rapporto con un figlio di 6-7 anni inevitabilmente sballottato a destra e a manca e che già risente del divorzio dei suoi genitori.
Il romanzo si avvale di uno stile letterario le cui caratteristiche ricordano quelle della letteratura beat e gli autori della beat generation, paragone pertinente per quel che riguarda la forma e le tecniche di scrittura utilizzate da Andina, molto meno invece per quel che riguarda i contenuti, come ha già avuto modo di precisare anche l’autore in occasione di un’intervista rilasciata a Ticinonline. Ma in cosa consiste questo stile letterario, quali sono le sue caratteristiche principali? È lo stesso protagonista del romanzo che lo suggerisce in uno dei suoi ricorrenti riferimenti meta-discorsivi in quella che potrebbe essere interpretata come una vera e propria dichiarazione di intenti poetici:
«L’ho scritto come lo parlo. Quindi […] non badare agli errori, alle cose ripetute, alle cose rimaste per aria senza alcuna spiegazione. Queste pagine sono il frutto di un delirio che accompagna le mie giornate…» (p. 38).
Un delirio nel quale il lettore viene coinvolto attraverso una narrazione al presente ed in prima persona che segue i movimenti incerti e un po’ schizoidi di una mente alienata dal dolore e dal mix di alcol e psicofarmaci, elementi che sembrano avere un effetto diretto, oltre che sullo stato mentale del protagonista, anche sulla scrittura («...ho preso un Tranxilium e adesso non riesco mica più bene a scrivere…», p. 52 ), in una sorta di continuo monologo interiore perennemente ancorato ad un hic et nunc (incessanti sono i riferimenti spaziali e temporali come «oggi», «qui», «lì», «adesso», «stamane», «stasera», «ieri», «domani» ecc.) che a volte egli non riesce ad elaborare ma che subisce da spettatore accontentandosi di passarci attraverso. Tutto ciò si riflette in una struttura grammaticale caratterizzata dalla semplice giustapposizione di elementi, tipica del linguaggio parlato («…mi vesto, poi leggo ancora la grande scritta che c’è sullo specchio, poi guardo ancora il mio giardinetto, poi accendo lo zechiboy…», p. 32). Tipico del linguaggio parlato anche l’uso abbondante del “che” polivalente: «Che io che sono uno squilibrato questo l’avevo già scoperto io da solo tanto tempo fa e poi me l’ha detto anche quello psichiatra che gli avevo telefonato […] ma io non c’ho tempo da perdere che sto vivendo un delirio» (p. 7). Questi elementi, assieme all’utilizzo costante di espressioni e “sgrammaticature” anch’esse caratteristiche dell’espressione orale («a me mi piace», «c’ho», «con su scritto», «mi perdo via», «mi aveva invitato di smetterla» e molte altre), di frequenti ripetizioni, riformulazioni e precisazioni fatte a posteriori («ma che però…») vanno a costituire la struttura portante di quella che l’autore definisce una scrittura «di getto».
Questo genere di scrittura spontanea, utilizzata appunto anche dagli autori della beat generation, primo tra tutti Kerouac nel suo On the road, ha solitamente come scopo quello di rappresentare il flusso di coscienza di un personaggio e di trasporre su carta i suoi pensieri così come vengono formulati, senza che siano riorganizzati in frasi logiche, grammaticalmente corrette e di senso compiuto. In Uscirne fuori tutto verte sui meccanismi mentali del personaggio principale e sul suo “mondo interiore”, mentre la caratterizzazione degli altri personaggi (il figlio, la ex moglie, il suo nuovo compagno ecc.) avviene esclusivamente attraverso la percezione di quest’ultimo. Anche per quel che riguarda i “fatti obiettivi”, il lettore è strettamente legato alla visione del protagonista e alla sua conoscenza, spesso frammentaria, di questi fatti. Un esempio su tutti l’episodio del furto di rododendri: il nostro eroe ruba i rododendri mentre si trova probabilmente in uno stato di forte alterazione e, non avendo in seguito alcun ricordo del misfatto, quest’ultimo non ci viene raccontato, se non attraverso le accuse rivoltegli della proprietaria della pianta e da una testimone che lo aveva colto sul fatto.
Interessante notare come nel Libro 3, costituito da una serie di lettere che il personaggio principale scrive a suo figlio, avvenga una sorta di “normalizzazione” della scrittura; le frasi sembrano più ponderate, il discorso più coerente e più fluido, come se il fatto di instaurare un dialogo con il figlio, contrariamente all’effetto nefasto dei farmaci, dell’alcol, della ex moglie, ecc., avesse un potere taumaturgico e ristabilizzante che assieme al “delirio” del protagonista placasse anche quello della sua scrittura, realizzando così il primo passo lungo un percorso di guarigione che padre e figlio dovranno percorrere assieme sostenendosi l’un l’altro per cercare di uscirne fuori.
Pochi sono infine i dubbi sul fatto che Uscirne fuori sia in buona parte, se non totalmente, autobiografico, o perlomeno questo è quello che sembra suggerirci l’autore: anche tralasciando il fatto che, secondo le sue dichiarazioni, il romanzo è stato scritto mentre anche lui si trovava ad affrontare un divorzio, non possiamo non notare la sovrapposizione tra l’identità del narratore e quella dell’autore quando ad esempio scopriamo che entrambi hanno pubblicato «una selezione di mie poesie […] in un libro che avevo intitolato Ballate dal Buio, non è che aveva avuto molto successo, era una gran lotta per avere un articolo su un giornale, e di poesia non frega niente a nessuno» (pp. 111-112). Assistiamo inoltre ad un costante abbattimento della cosiddetta quarta parete, ossia di quel muro immaginario che separa il mondo della finzione nel quale vivono i personaggi del romanzo dal mondo dei lettori. Ciò avviene per mezzo di un gran numero di riferimenti meta-discorsivi che indicano ad esempio le condizioni nelle quali avviene l’atto di scrittura («sto scrivendo su un pezzo di carta e mi faccio luce con la pila», p. 55), oppure che giocano in modo autoreferenziale sulla difficoltà dello scrivere («71. Sono qui seduto davanti al mio PC che ho scritto il numero 71 e però adesso lo sto guardando, quel numero 71 che ho appena scritto, che poi più lo guardo e più non so cosa scrivere», p. 99). Tutto questo instaura una sorta di vicinanza, di confidenza tra l’autore/narratore/protagonista e il lettore il quale, una volta superato il possibile smarrimento iniziale, si riconosce poi facilmente nei meccanismi mentali a volte caotici e poco razionali tipici di qualsiasi essere umano messo con le spalle al muro; ecco dunque che la vicenda prende un respiro più ampio, raccontando attraverso la storia di un uomo e dei suoi problemi, a prescindere dal fatto che essi siano autobiografici o meno, uno scorcio della vita dell’Uomo medio della società moderna e delle sue tribolazioni.