Poesie

Felice Filippini

La pubblicazione di questa raccolta di poesie, curata da Giovanni Orelli, Rocco Filippini e Giampiero Casagrande, con la collaborazione di Alessandra Dolci, nasce dalla considerazione che la produzione poetica di Felice Filippini non poteva che essere quasi certamente sconosciuta anche al pubblico più attento. Lo stesso Giovanni Orelli, infatti, nella Postfazione, parla di "versi che si ricavano da pubblicazioni così rare, così di lusso privato, così "praticamente" inaccessibili al pubblico, che possono essere visti come versi inediti".

Recensione e intervista a Guido Pedrojetta (Università di Friburgo)

di Yari Bernasconi

Pubblicato il 01/09/2005

Provocatoriamente – e superficialmente, potremmo limitare i versi di Filippini alla formula di "diario d'accompagnamento alla pittura". Beninteso, non all'atto stesso di dipingere (pensando istintivamente a chi dipingeva la Cappella Sistina facendo "del cul per contrapeso groppa"), ma alle singole opere. Insomma, delle "annotazioni descrittive ai margini delle pitture". Ebbene: io credo che ci sbaglieremmo. Prima di tutto perché parlare di "descrizione" sarebbe fortemente ingiusto: meglio parlare di "trascrizione", di modo parallelo per rioffrire la propria arte, e dunque di rioffrirsi. E poi perché lo sforzo, il movimento stesso di riproporre in poesia una forma artistica più immediata, più istantaneamente dirompente come la pittura, dona all'inedito Filippini una forza e una passione che meritano un'attenzione particolare. In quel denso laboratorio di parole che si rivela il libro, infatti, si rimane quasi storditi dalla vivacità, dal continuo saliscendi dei toni lessicali e sintattici: a tratti concitati (Serrate o aperte in schema naturale / levate / piegate / slogate / liberate / annodate / disossate / intrecciate / attorcigliate / impiccate / (cui fa corona un popolo di dita) / fan da radici al teatro della vita. / La testa come il dono di un divino designer / s'erge. Ruota. Si china. Sta.), o vigorosi (Pesi volumi entità / di dighe che si rompono, / venti del nord che portano / il brutto con nauseanti / folate di rami pazzi; / chiarore di catastrofi / che crèpano gli intonaci / diramando sulle squame / di lenti fiumi smorti…), necessariamente aneddotici e narrativi (Ho conosciuto il jazz in una casa di imbianchini / fitta di porte e avara di finestre., oppure Stavo separandomi / da una persona enigmatica / che volle seppellirsi / dentro il segreto più fondo / ficcando in questa tela / di un pugnale di cucina / la punta e il filo neutrali / in sei tagli volubili / di vendetta futura.), incalzanti (Caro, overpassed, ironico come un Duemila / vestito da Ottocento, ispirato e soave / perfetto supercameriere con patacche di vento.), ma mai inconsistenti o tenui. Già. Perché proprio questo è, con i suoi limiti, l'aspetto centrale della poesia di Filippini: la volontà di eliminare le "mezze misure" e di dare spessore all'impulso artistico concreto, alla spontaneità del desiderio, senza riserve. Così per l'arte, così per la vita:

[…] O lancio le mie figure in alto nella luce
o una futura tomba le succhia verso la terra.
Non amo l'atto dell'uomo a mezza strada
ignaro della morte e smemorato della speranza.


*

Guido Pedrojetta, nel breve saggio che precede le Poesie Giancarlo Vigorelli afferma che "questi versi sono il diario-poesia della pittura-diario di Filippini". Se arbitrariamente, però, estirpassimo le poesie dalle pitture e cercassimo di dar loro un valore indipendente, che genere di giudizio si sentirebbe di dare al Filippini poeta?

A questo proposito, nell'appendice al volume colpisce l'osservazione intelligentemente provocatoria di Giovanni Orelli: "questi testi possono infatti risultare o modesti o molto persuasivi". A me pare che il loro essere eventualmente persuasivi non possa fare astrazione dal circuito pittura-lingua-musica in cui sono nati. Filippini è un creativo sempre alla ricerca del mezzo espressivo più congeniale ai propri slanci e, non di rado, la sua ispirazione si alimenta nel confronto tra l'uno e l'altro mezzo. Si può vedere il caso, a mio parere dimostrativo, di Crepato nella luce (pp. 42-43) in cui abbiamo la rappresentazione e, a fronte, la lettura metaforico-simbolica di un toro morto (parente assai stretto del montaliano cavallo stramazzato): a sinistra l'immagine con la sua intitolazione, a destra i versi che 'giocano' entro l'area semantica di crepare Ricordo il giorno che scattavamo photo-finish / su enormi assassinii che facevano crepare / le croste di sangue rappreso alle pareti / e dondolare grappoli di vesciche pèndule in una crepa di sole… Nella seconda parte della raccolta, poi, tutta incentrata sul rapporto parola-musica, il passaggio dall'uno all'altro piano è costante e, non di rado, abilmente sfruttato: È un bomb… un arc … un gen… un flic.. / Un'aria / inflessibile di bronzo gli archi umilia (Assolo di qualchecosa, p. 111) con l'attacco sincopato eseguito, si direbbe, non dalla voce umana, ma da timpani ed ottoni. Per non dire dei metaplasmi insistiti: Certo quei due fornivano Solenni Suoni Sicuri (Konzert in Dur, p. 110).

Si possono, a suo parere, riconoscere delle analogie tra la prosa e la poesia di Filippini; quali sono le differenze più sorprendenti?

Nella prosa di Filippini (lo ricorda anche il figlio Rocco proprio nella prefazione alle Poesie, citando Giorgio Orelli) vi è una notevole componente in senso lato -ma non generico- "poetica": ho mostrato altrove come nel Signore dei poveri morti ricorrano cadenze canoniche in numero piuttosto elevato, collocate in sedi privilegiate, sin dallo stesso titolo (un novenario). Anche qui, l'energia creativa circola da un settore all'altro e a me pare che le "differenze" caratterizzanti consistano soprattutto in questi sconfinamenti, della poesia nella prosa e della prosa nella poesia (Giovanni Orelli considera con giusta cautela i casi di ipermetria: cfr, p. 138, ma se ne possono citare altri, da non emendare), analogamente a quanto si è ricordato sopra: parola-musica, parola-pittura. Del resto, la giunzione di musica e parola è uno dei motivi profondi, ricorrenti nel romanzo: ora egli si dibatteva nei ricorsi fascinosi delle parole-musica della notte, più febbrili, queste, delle altre. Su questo ricorso (alla citazione che precede se ne potrebbero infatti allineare altre dieci) si è fermato l'occhio critico di Montale che, tuttavia (1955), avanza importanti riserve sulla "poetica" del Filippini esordiente.

Felice Filippini è stato per il Novecento ticinese un uomo d'arte di indubbio valore. Sul piano letterario, però, come ricorda Flavio Catenazzi in Alla scoperta del poeta Felice Filippini ("CdT", 5 marzo 2005), egli "è per molti, prima di tutto e soprattutto, l'autore del Signore dei poveri morti". Cosa si può dire a proposito delle altre opere letterarie di Filippini, in particolare di Ragno di sera?

A mio gusto, le migliori riuscite di Filippini si collocano nell'ambito autobiografico; anche sul versante figurativo, i suoi ritratti meglio riusciti sono autoritratti. In questo senso si può capire che il suo primo romanzo, sviluppatosi attorno a un evento fortissimo e traumatico, vissuto in prima persona, continui ad apparire anche come la sua cosa migliore. Ragno di sera è interessante per l'impasto linguistico, sul piano della resa globale, invece, assomiglia un po' a certe sue pitture, di dimensioni sovrabbondanti, difficili da gestire. Nelle intenzioni, il romanzo doveva risultare come il più vasto affresco della vita familiare ticinese, mai tentato prima di allora (e fu infatti premiato a un concorso nostrano, volto a valorizzare la rappresentazione della famiglia). A cose fatte riuscì a fare sicura impressione per la mole, meno per la materia affrescata: un suo lettore non troppo benigno, ma attentissimo ed acuto, l'ha definito sinteticamente come "marasmatico" (e non, poniamo, magmatico).

Filippini, tra le altre cose, ha svolto un'interessante attività di saggista. Alcuni dei suoi testi sono fortemente ancorati alla realtà ticinese. Qual era il rapporto intellettuale tra Filippini e il suo paese?

Chi rilegga il suo volumetto sullo spirito ticinese, provvisto anche di una panoramica antologica degli scrittori, capirà tra le righe (ma a volte quasi sul rigo) che, per lui, si trattò spesso e soprattutto (specie, si capisce, negli anni giovanili) di profilarsi, di presentarsi, di confrontarsi col gruppo fin troppo folto degli intellettuali svizzero italiani: scrittori e critici, pittori e musici, vecchi e giovani, a lui benigni, oppure ostili. In questo lavoro denso e sanguigno -come la maggior parte delle sue cose- esibisce la propria sicurezza e superiorità di giudizio, graffiante e solennemente assertiva, certo, ma di una perspicuità più formale che reale; no di rado, almeno nel settore letterario, gli argomenti solidi gli facevano difetto Abbiamo un poeta, nel Ticino, di straordinaria purezza: l'adolescente trentenne Giorgio Orelli mette una nota elegante, un poco arcana e distante, ovunque si parli d'arte o sia a riconoscerne una condizione; al pari della sua poesia, il discorso è raro, disinfettato al massimo (Una corona di ricci, per definire uno spirito ticinese, Bellinzona 1950, p. 47). L'attacco in plurale (Abbiamo) è altamente rivelatore di un modo di porre e di porsi. La verve critica di Filippini è poi naufragata, sul versante letterario, in un'infelice stroncatura dell'Adalgisa di Gadda.

Nel panorama letterario ticinese del Novecento, come merita di essere considerata - secondo lei - l'opera letteraria di Felice Filippini?

La sua prosa si colloca sicuramente ai primi posti, superando di molto, per esempio, quella del suo critico più entusiasta ed ammirato, Guido Calgari. Ma è sintomatico che, contrariamente a ciò che è capitato ai nostri poeti (Orelli, Pusterla) nessun prosatore ticinese del Novecento, pur stampato in Italia da editori importanti (Mondadori, Einaudi, Vallecchi) sia poi riuscito a varcare i confini della Svizzera, per figurare in un'antologia italiana di qualche prestigio: neppure Felice Filippini narratore.

Rassegna stampa (selezione)

lla riscoperta del poeta Felice Filippini
Un versante poco noto della creatività del narratore e pittore ticinese.
Ci sono scrittori ticinesi del 900 che viene istintivo apprezzare in blocco, prima di operare dei distinguo. Plinio Martini, per esempio: la sua straordinaria capacità affabulatoria è depositata nella nostra memoria prima ancora che la possiamo, argomentando, legare a un libro piuttosto che a un altro. Si dovrà dire che lo stesso non accade di fronte al nome di un autore importante e degnissimo come Felice Filippini: per il fatto che egli è per molti, prima di tutto e soprattutto, l'autore del Signore dei poveri morti, il romanzo cui fu attribuito, più di mezzo secolo fa, il premio Lugano e che s'impose all'attenzione anche degli ambienti intellettuali d'Oltr'Alpe, come sottolinca Pierre Olivier Walzer in una lettera del 1944: "j'ai entendu dire (de votre roman) un grand bien un peu partout, et en particulier de la part de Monsieur Contini".

Un'ombra oscura, tanto disturbante da costringerci a una lettura difensiva, quasi manichea, ha accompagnato invece la sua produzione successiva: le recenti edizioni di quel gioiello che è il racconto lungo Rosso di sera, e del poderoso Ragno di sera, vera e propria epopea paesana con cui Filipini conclude il suo viaggio attraverso la letteratura, sono state infatti accolte con l'imbarazzo di chi, pur riconoscendone l'originalità e l'estraneità rispetto alla prosa narrativa coeva, le considera opere poco incisive, variazioni di quel capitolo della memorialistica dentro cui s'era consumata, anni prima, la vicenda di Mercellino.

Questra reductio dell'esperienza ad unum ("Dicono che mi ripeta, e non ci bado") non tiene però conto della tenacia con cui egli ha portato avanti il progetto di una scrittura che, rifiutando l'accademismo e la retorica classicistica, si ponesse come prolungamento del proprio essere: antenna dolorosamente sensibile, con cui catturare la condizione ansiosa dell'umanità sofferente e comunicare il proprio tremore.

All'assunto sostanzialmente realistico di questa vocazione si richiama anche un versante poco noto della varia e frenetica attività di Filippini, quello poetico: la poesia, scrive infatti nel '49, memore forse di una celebre affermazione di Eliot, "non vale se non al culmine di una terrestre ascesa tra la cose vive". A lungo coltivata, ma rimastra quasi sempre chiusa entro il cerchio magico del privato, essa risplende ora di luce propria nella bella edizione che Giovanni Orelli ha curato per Casagrande, accompagnandola con l'affettuosa intensa testimonianza del figlio, Rocco, e con un breve saggio di Giancarlo Vigorelli, che dello scrittore ticinese fu amico e confidente.

I testi qui restituiti, oltre una settantina, sono stati selezionati da un corpus piuttosto disomogeneo, la cui genesi parce collocarsi a ridosso del Signore dei poveri morti: è nel febraio del '46, infatti, che alcuni versi di Filippini, veri e propri juvenilia, sono accolti, insieme con altri di scrittori ticinesi nelle pagine di Libera Stampa curate da Eros Bellinelli, Questo primo nucleo si arrichì col tempo di materiali di più complessa fattura, su cui l'autore ci informa nel carteggio che tenne con gli amici: a Vigorelli, per esempio, fa sapere nel '61 che sta componendo quattro ballate, "poemi a modo mio, molto antiitaliani nell'ispirazione e nella forma: cose curiose".

Raccolta in progress, cui lo scrittore avrebbe voluto dare una sistemazione definitiva, organizzandola in previsione di una pubblicazione (così pare di ricavare anche da un'intervista trasmessa dalla Radio della Svizzera Italiana), essa costituisce dunque un documento di grande interesse, suggestivo per gli echi che in esso si ritrovano dell'opera di Filippini. [...] (Flavio Catenazzi, Corriere del Ticino, 05.05.2005)