Giovane poesia nella Svizzera italiana (3)

Tre anni dopo: Elia Buletti, Davide Monopoli e Oliver Scharpf

Approfondimento del 16/08/2007 di Yari Bernasconi

Tre anni fa (era il luglio del 2004), su queste stesse pagine, Pierre Lepori salutava «una Svizzera italiana che […] sta dando segnali di rinnovo nella scrittura», aggiungendo che con «cautela, ma con grande fiducia, si può poi guardare in direzione dei poeti». Tre, in particolare, i giovani poeti che venivano presentati in quelle pagine: Davide Monopoli, Vanni Bianconi e Oliver Scharpf (la seconda carrellata di giovani autori svizzeri di lingua italiana è del febbraio del 2006: Elena Jurissevich, Leopoldo Lonati e Christophe Martella). Impossibile, dunque, non ripercorrere il commento fiducioso e già ricco di spunti di Pierre Lepori, quando fra le mani ci ritroviamo una plaquette di Elia Buletti (anch'egli citato nel 2004), nella mia cameretta, ammazzando il tempo , ma soprattutto una raccolta di Davide Monopoli, in parole polvere , che comprende testi già pubblicati per Alla chiara fonte, e una raccolta di Oliver Scharpf, La durata del viaggio dell'oliva dal martinicocktail , che completa i suoi primi Uppercuts (qui riproposti); quasi a ribadire, Monopoli e Scharpf, il sentiero intrapreso, con il coraggioso gesto di riproporre testi vecchi in mezzo a testi nuovi. Oltretutto, i tre autori - aldilà di una comune tendenza allergica alla maiuscola e a un utilizzo molto parco della punteggiatura - hanno diversi temi d'incontro (o anche solo alcuni atteggiamenti) che sono probabilmente da considerare significativi, perlomeno per la giovane letteratura della Svizzera italiana.

Poesia della leggerezza per Elia Buletti (che deve però fare i conti col padre Aurelio, maestro di levità e di delicatezza), attraverso attimi o luoghi di vita perlopiù quotidiani, che spesso diventano vere e proprie "occasioni" (sempre in chiave anti-aulica): «faccio il bucato», «mentre accendo una candela», «seduto cristianamente a tavola», «smettendo di fare ordine», ecc. In quest'ottica, è già significativo il titolo del libretto (tra l'altro, «ammazzando il tempo» è anche il verso di uno dei primi uppercuts di Scharpf), che sembra quasi fare il verso al topos del locus amoenus , altrove al centro di capovolgimenti ironici, come in «era davvero un bel posticino / con i cani bagnati poco distanti, / l'acqua del fiume grigiastra, / i tristissimi arbusti / e noi due seduti in silenzio», o - estendendo un po' - in «la luce del cielo / di cui sei tanto maniaco / era un grigio da due soldi non male». Come in Scharpf, poi, seppur meno violentemente, la quotidianità può spingere l'autore all'insofferenza, che esplode in qualche goffa reazione: «dopo ca. 10 min. mi rompo», «son cavoli miei, / non rompete». D'altronde, la poesia è cosa umile: «penso a una frase perfetta // ci sono altre 30 pagine / di roba del genere / nel taccuino nero / infilato sotto al pane in cucina», anche se, proprio in chiusura, troviamo il vezzo giocoso (che ci fa pensare immediatamente a Monopoli e alle sue «parole polvere») «sarò poi / fieno di me stesso».

Davide Monopoli, che, come anticipato, ripropone anche testi vecchi, resta sulla linea della riflessione metalinguistica (anche se in alcuni testi sembra perlopiù un'impossibilità di togliersi dall'impiccio dello scrivere sullo scrivere): «scrivere come respirare», «questo gioco insensato di scrivere», «scrivere, per incarnare / il verbo», «scrivere - un modo / come un altro di tessere la lode degli elementi», «scrivere era allora vivere, inscrivere il / soffio vitale nella materia per darle la vita», lo scrivere «tanto più necessario / quanto maggiore era la pressione esterna», fino al testo di chiusura: «scrittura, gioco / insensato, solo resta / la voce a colmare / la maschera vuota». Una ricerca che sembra dare i migliori frutti quando batte sterrati discosti, laterali, poiché «sempre / sul crinale, da lato, ti fai da parte, le parole si aprono / e cedono di punto in bianco ai loro misteri»; lo stesso poeta s'augura di «poter almeno / uscire una buona svolta, fuoriuscire la parola / prima delle parole / […] rasentando il limite»; apparentemente, però, è un circolo vizioso: «è che proprio questa voce ti attraversa, / è la tua, quella che non ti apparterrà mai, / quella che cerchi costantemente di raggiungere». Ancora attualissimo il commento di Pierre Lepori, che sottolineava la «volontà un poco esibizionista (ed è un paradosso) di vergognarsi "di essere poeta"»; considerazione che si può estendere senza troppa fatica pure ad Elia Buletti.

Conferme anche da parte di Oliver Scharpf, che dà corpo alla sua raccolta aggiungendo 48 uppercuts al precedente drappello di 39. Poesie sfrontate, che si permettono continue (e alle volte fastidiosamente insistite) incursioni nel vocabolario del volgare fine a se stesso, e che gridano con vanto l'assenza di un filtro: «scusate se vi rompo il cazzo» (primo verso del primo testo), «un paio di tettone / che girano in bikini senza un cazzo da fare», «l'odore dei croissants non c'è cazzi», «ma forse è meglio levarsi dai coglioni», «oggi devo lavorare come si deve / scrivere un romanzo, ecchecazzo», ecc. Ma poesie anche - e, forse, prima di tutto - «ambiziose», scriveva già Pierre Lepori, «come ci svela la nota liminare: "Paul Valery da qualche parte scrisse: è Dio che ha soffiato il primo verso . Ecco, l' uppercut è un po' il tentativo di riacquistare questo soffio» (quasi come nel già citato Monopoli: «scrivere era allora vivere, inscrivere il / soffio vitale nella materia per darle la vita»); nulla è cambiato con i nuovi testi (sempre sotto il manifesto - accolto, in quest'edizione, sulla quarta di copertina - «non se ne può più della poesia poesia / ma anche della poesia autentica»): «ma chi li prende più i martinicocktail? / le devo convincere io / eh, son tempi duri per la lirica». E il rapporto coi classici o con la tradizione si risolve (o non si risolve) perlopiù attraverso sberleffo: «c'è un telefono color arancio terasil 5 R / che in italia è sempre stato un classico / come checov, tolstoij, fitzgerald»; «all'altezza di castel santangelo / getto nel tevere / una bottiglia di peroni vuota da 66 cl / nella quale ci avevo ficcato dentro / un poema di una dozzina di pagine / pieno di passione, pietà, malinconia / furore, amore, e tutto quanto il resto / perché anche se ci avevo lavorato anni / non funzionava cazzo / un fallimento completo»; «su un vecchio flipper / in una kneipe di kreuzberg a berlino / c'è su scritto only for amusement, / una delle cose più serie che ho letto». Raramente, poi, tra una bevuta e una sigaretta, l'esuberanza lascia spazio a momenti più dolenti, che si trascinano dietro versi titubanti, come se il momento d'angoscia schiacciasse la sfacciataggine regnante con un solo accenno di nostalgia: «sorseggiando una peroni sull'isola tiberina / mentre il sole va giù eccetera mi vien su / una malinconia da matti, totale, da creparci / per le cose che sono state, che non sono state / ma potevano essere, che non saranno / ma potrebbero essere, per le cose che saranno / e poi non saranno più, pure già fra un minuto».

Tornando a tre anni fa, Pierre Lepori concludeva segnalando il «rischio di una leggera esibizione», che, però, «è pur sempre il rischio di una poesia in ricerca [...] E c'è in questo qualcosa di estremamente sano, di arrischiato, che fa passare in secondo piano una certa incertezza dello stile. Quel che traspare [...] è la voglia di provare anche il gusto del verso sbagliato, anche una direzione che magari verrà abbandonata. E di porre con ciò il lavorio poetico sulla carreggiata dell'esplorazione dei possibili, nella ricerca di una coerenza non già bell'e fatta, ma testata sulle parole, sulla pagina, poesia dopo poesia». Sono parole molto belle: non posso che sottoscriverle, pur consapevole che sono passati tre anni e nulla o poco si è mosso. D'altro canto, c'è un certo paradosso di fondo nel fatto che la tendenza dei giovani poeti sia quella di ribadire il proprio lavoro, riproponendosi e continuando in una direzione: se da una parte, infatti, è sinonimo di fiducia e di costanza, dall'altra è spia di un'immobilità forse rischiosa per un apprendista. Ma tant'è: inutile e pressoché ingiusto insistere sulla questione. Le prospettive di tre anni fa restano invariate: perché non continuare a guardarle con fiducia?