Giovane poesia nella Svizzera italiana

Vanni Bianconi, Davide Monopoli e Oliver Scharpf

Approfondimento del 28/06/2004 di Pierre Lepori

Una Svizzera italiana che fatica a trasformarsi culturalmente sta dando segnali di rinnovo nella scrittura, il che depone a favore di un mutamento che viene dal profondo. Cresce il numero di nuovi scrittori, ed anche gli orizzonti in cui la loro produzione si iscrive, la mobilità intellettuale (quando non spaziale), la precisione e la tenuta delle loro scelte estetiche. Nella narrativa, dopo l'impennata stilistica verificatasi con l'arrivo del neo-gaddiano (ma non solo giocoso) Maccagno e del manganelliano Cavadini, due voci importanti, quelle di Claudia Quadri e dell'esordiente (a scoppio ritardato) Giuseppe Curonici vagliano nuove vie in direzioni che, per la prima sfiorano il cinema, per il secondo la filosofia e il metaromanzo. Con più cautela, ma con grande fiducia, si può poi guardare in direzione dei poeti. Mai come in questi anni il numero delle nuove voci e la loro diversità sono stati tanto rassicuranti. Mentre si attende da Casagrande la pubblicazione di un'opera di Massimo Daviddi, le due sillogi recentemente pubblicate (Bianconi e Monopoli) confermano alcune linee di forza e alcune tendenze della giovane poesia svizzero italiana. Se il definirle troppo chiaramente può forzarci la mano nella ricerca d'incapsulamenti definitori, ci sembra non di meno interessante ammettere che le affinità formano un vero tessuto, una zona di crescita poetica coerente. E sarebbe peccato non prestarvi attenzione.
Davide Monopoli, per cominciare, pubblica questo a titolo provvisorio sotto l'insegna alla chiara fonte del pittore ticinese Mauro Valsangiacomo. Dagli stessi torchi era uscito più o meno un anno fa uno dei rari frutti del raffinato e pluriennale artigianato poetico di Aurelio Buletti, "poesia elegantissima, a volte 'dotta' (o ironicamente tale) esercitata su una materia umile e quotidiana (…)" (Mengaldo). E nella stessa direzione di levità, si aggiunga, da qualche anno muove un altro dei giovani poeti ticinesi, figlio del precedente, Elia Buletti, che ha affidato in modo particolare i suoi testi a letture-performances con un gruppi musicali, in un gioco sottile di travaso tra parola detta e parola cantata (che lascia forse qualche dubbio sulla reale permanenza - ma non è un giudizio di valore - della parola scritta). Vive a Bologna, poi, ma è legato alla cultura ticinese anche per le sue collaborazioni in ambito teatrale (per la compagnia luganese del Teatro d'Emergenza), Lorenzo Buccella. E può anch'egli iscriversi in questa movenza, forse con più decisi addentellati con l'avanguardia italiana e con le esperienze di scrittura espressiva (e parlata) di poeti appena un poco più anziani di lui, come Rosaria Lo Russo o Gabriele Frasca.
Anche Monopoli "guarda alla scrittura come una festa" (lo dice la noticina biografica della sua plaquette) e potrebbe unirsi in un gruppo alquanto compatto con i giovani compagni, sotto il segno della bella definizione di Merleau-Ponty: "l'écrivain travaille à l'envers: il n'a affaire qu'au langage et c'est ainsi que soudain il se trouve environné de sens". Si potrebbe anzi dire che la riflessione metalinguistica sia tra i temi dominanti della sua poesia, nell'attenzione spasmodicamente tesa al "rumore del testo nel suo farsi", dove la "pagina bianca era il campo di battaglia" (e citiamo dalla prima e dall'ultima poesia della raccolta). Se si avvertono in questi versi sapientemente cesellati (sempre "da dirsi") l'influsso di poeti d'avanguardia come Sanguineti (in particolare nei suoi lati più bio-ironici, come in Postkarten), è fors'anche perché questa poesia ha la tendenza a nascondersi dietro un accenno di gozzanismo: non tanto nelle atmosfere, che sono tutt'altro che crepuscolari e nostalgiche, quanto in una volontà un poco esibizionista (ed è un paradosso) di vergognarsi "di essere un poeta". Vale a dire, ed in parole un po' corrive, di lanciare il sasso e di nascondere la mano, di tendere il verso e minimizzare l'io lirico. Ma sarebbe un far i conti senza l'oste, perché - nonostante qualche vezzo giocoso di troppo (le parentesi godardeggianti: "rin(n)tocca", "(e-/in-/pro-)segue"), là dove Monopoli trova il vero punto d'appoggio che gli evita l'ozio degli sfarfallamenti, è in una decisiva presa in considerazione della "carnalità del verbo, / il desiderio che la parola si faccia infine carne", fino all'ammissione di una necessità della poesia come risposta precisa a un'angoscia esistenziale (per ora, ma si dica per ora, giovanilmente autobiografica): "scrivo per vivere, non per altro - e soprattutto per ricordarmi / che sono vivo". Affermazione che non può non ricordarci una celebre "spiegazione" dell'atto creativo che dobbiamo a Didier Anzieu: "apporter une cohérence et donc un soilagement au besoin de cohérence que nous avons". In estrema sintesi una resistenza alla dis-identificazione: "(…) fino a che anche la carta canti, e la vita passi, / poter provare a dare vita, a dare voce, poter / provare il mio ritmo, la mia bocca, la mia / voce (…) sospendere quel / tempo in sospeso, contare quel che pende, che pesa, il / resto mancia, se parte resta in lancia, quel che / resta, e quel che passa - il resto, alla sabbia": sono versi - con un'eco lontana, ma come in levare, di Beckett - di questo libro del Monopoli. Se allora una sezione della raccolta s'intitola minimalia, non è certo perché il giovane poeta voglia scancellarsi, quanto piuttosto perché sembra alla ricerca di una voce le cui trasparenze sono ricercate come un sorso d'acqua, per calmare una sete profonda, inestinguibile, quella che gli dice "che la vita / era indissolubilmente legata all'espressione", e che sembra indicargli una precisa responsabilità del dire: "far sgorgare la vita attraverso la / scrittura del mondo, attraverso la sua voce" (il titolo, nonostante il vezzo parentetico, è eloquente: "(auto)(bio)(grafia)"). Il che dà all'apparente leggerezza del dettato di Monopoli tutt'altra struttura, tutt'altra tenuta.
Uguale tensione irrisolta, ma fruttuosa, percorre la prima prova poetica di Vanni Bianconi (1977), che trova posto nell'Ottavo quaderno di poesia italiana diretto da Franco Buffoni, sede prestigiosa se si pensa che alcuni dei più importanti nuovi talenti della poesia italiana hanno trovato nascita in questa fucina (la lista è lunga ma si potrebbero citare perlomeno Del Bianco, Santi, Nove o Elisa Biagini). Sede eclettica per scelta - in quest'ultima livraison trovan posto le forti carnalità di Fabrizio Bajec o la lieve serenità di Annalisa Manstretta - e in cui ogni silloge presentata è coerente come un piccolo libro, e si fregia di un'introduzione di un poeta "laureato". Non a caso Bianconi è introdotto da Fabio Pusterla: pur in piena libertà di movenze, non è sbagliato cogliervi una sorta di continuità, così come non si potrebbe negare il benefico influsso che Pusterla ha avuto su un'altra giovane voce, quella di Tomaso Bontognali. 
Di più: Pusterla è senz'altro il punto d'abbrivio ideale di tutta questa giovane generazione: da un lato per la sua disponibilità personale e personalizzata al dialogo. D'altro canto, perché si tratta di un poeta che rappresenta una singolare e riuscita fusione: in lui convivono, dialogano, un dettato montaliano di grande raffinatezza (e scelta tradizione), temperato da una modestia metafisica chiaramente ascrivibile alla linea lombarda, insieme all'attenzione alle più forti esperienze della poesia europea, senza particolari pregiudiziali tematiche o stilistiche. Sicché la sua poesia si può muovere in una prospettiva al contempo interiorizzata (di profondità biografiche o geologiche), e con la forte volontà di partecipazione sociale (con toni illuministi d'ascendenza pariniana, oppure più caldamente corali sulla linea manzoniana). Come si vede: una poesia della responsabilità, ma anche della libertà, con l'unico dovere dell'onestà, unica cosa che "resta da fare ai poeti", secondo Saba.
Se Bontognali prosegue allora il discorso pusterliano nella direzione di uno scavo carsico e nelle immagini geologiche, Bianconi tenta invece una poesia che si vuole prensile della realtà nel suo affastellarsi, nel suo interrogarci, in una sorta di "monologo interiore, (…) un discorso mentale che procede per salti, a mezzavoce" (Pusterla). Come annota il prefatore, la disposizione cronologica delle poesie mette ancor più in risalto il cammino dell'io lirico dal dentro al fuori, l'assunzione di responsabilità non soltanto nei confronti del magma interiore ("Copre parti del mondo / e tocca l'acqua, / ognuno"), come un Orfeo che non può e non deve più voltarsi: "Però leggendomi indietro non troverei queste / ma parole quasi più politiche / che quasi recriminano di mancare, adesso". Fino al punto in cui la poesia tracima nella terza persona del singolare e diventa sguardo, compassione. Sono forse le "Tre poesie di primavera" il punto culminante di questa ricerca, che tende poi un poco a sbriciolarsi, a disarticolarsi e a stemperarsi in un linguaggio credulmente mimetico nell'ultima lunga poesia della raccolta ("La Svizzera è un paese rosso come / è la speranza, rosso come è / la fottuta speranza, sì, speranza"). 
Stavamo concludendo la stesura di quest'articolo, quando la posta ci ha riservato un'altra sorpresa: il bel blu oltremare del libretto di Oliver Scharpf. Uppercuts: termine preso a prestito dal linguaggio della boxe (un "colpo al mento sferrato dal basso verso l'alto" c'informa il De Mauro), che sta bene ad indicare un'altra prospettiva letteraria rapida, guizzante, quasi in risposta alla celebre polemica innescata alcuni anni fa da Alessandro Baricco, sulla relativa lentezza della letteratura rispetto al cinema. E si entra subito in un'atmosfera cinematografica - "tra alberghi da due lire", "un cinema porno abbandonato" e la "stazione termini" - in questa prima raccolta di Scharpf, pubblicata dalle faentine edizioni Moby Dick (in una collana, Le nuvole, che ha già raccolto le poesie tradotte di Sylviane Dupuis, ed anche gioielli, come i versi straordinari Evelyne Schlag, tradotti da Riccarda Novello). 
Bref, Scharpf è un altro figlio del suo tempo. E lui pure nella rapidità non manca di ambizioni, come ci svela la nota liminare: "Paul Valery da qualche parte scrisse: è Dio che ha soffiato il primo verso. Ecco, l'uppercut è un po' il tentativo di riacquistare questo soffio". Numerate progressivamente, le sue poesie, dalla voluta brevità, sono perciò lampi di luce su un tempo assolutamente contemporaneo, su luoghi sempre indicati con precisione. Esse tentano, proprio nel loro baluginare istantaneo, di dar pregnanza e fulgore al quotidiano. Un po' come quei barboni, in Piazza De Ferrari a Genova, che sono "come bozzoli, / in attesa di un indizio di farfalla". Non manca neppure - come in Monopoli - una scoperta tensione auto-riflessiva, spinta verso la dichiarazione di poetica: "basta con i libri di poesia / se proprio si vuole / allora deve essere qualcosa che si avvicini / a un nome scritto sull'inguine di una spiaggia / un attimo prima che una lingua di spuma / lo lecchi via". Nella loro torsione linguistica, nel loro cipiglio sardonico, il più delle volte questi versi incidono il reale con giustezza, traendone un succo per ora asprigno, forse un giorno ben più aspro e disincantato. Anche se permane il rischio di una leggera esibizione (nelle scelte linguistiche dal basso: il match Bach/Birra non ricorda forse ancora quel Nietzsche/Camicie del buon Gozzano?), rischio che accomuna i tre poeti qui considerati.
Ma è pur sempre il rischio di una poesia in ricerca, che al di là delle scelte formali, lancia le sue parole come un amo, come una sorta di sonda, il più delle volte tra i rovi intricati di un sentiero inesplorato. E c'è in questo qualcosa di estremamente sano, di arrischiato, che fa passare in secondo piano una certa incertezza dello stile. Quel che traspare dalla poesia di Bianconi e Scharpf, come da quella - già più solida - di Monopoli, è la voglia di provare anche il gusto del verso sbagliato, anche una direzione che magari verrà abbandonata. E di porre con ciò il lavorio poetico sulla carreggiata dell'esplorazione dei possibili, nella ricerca di una coerenza non già bell'e fatta, ma testata sulle parole, sulla pagina, poesia dopo poesia. In questo senso, la giovane poesia della Svizzera italiana promette di riservarci ancora sorprese e stimoli.