Friedrich Glauser in italiano

Con / Mit / Avec Gabriella de'Grandi

Approfondimento del 16/12/2008 di Yari Bernasconi

L’8 dicembre del 1938 a Nervi, Liguria, dopo una vita travagliata e al limite dell’immaginabile (tra vagabondaggi, arresti, cinque tentativi di suicidio, lavori saltuari, droga, arruolamento nella Legione Straniera, ricoveri...), moriva Friedrich Glauser, uno dei più grandi scrittori che la Svizzera abbia avuto. Un’opera, quella glauseriana, che viaggia su due binari comunicanti, l’autobiografia e i romanzi polizieschi, ma che lascia un’impronta unica e inequivocabile (e inscindibile): uno stile pacato, rispettoso, consapevole e un’umiltà genuina che, forse, oggi come oggi, ci è sconosciuta. Dal pathos (nel senso più nobile) delle sue esperienze di vita spesso dolorose e catastrofiche, raccolte nei racconti e in Gourrama, ai romanzi polizieschi in cui si muove l’ormai celebre figura del Wachtmeister Studer, Glauser non abbandona mai la sua lucidità e la sua fiducia nell’uomo: «Stimolare la riflessione e la meditazione durante la lettura, anche con le nostre modestissime forze e i nostri modestissimi mezzi, dovrebbe essere per noi un dovere. Mi creda, vale la pena di deludere coloro che dopo le prime dieci pagine sfogliano il libro sino alla fine solo per sapere il più presto possibile chi è l’assassino...», suggerisce lo scrittore a Stefan Brockhoff, che aveva appena pubblicato i dieci comandamenti del romanzo poliziesco. E l’uomo, per Glauser, è degno di interesse in ogni sua sfaccettatura e indipendentemente dalla sua condizione: la necessità che lo spinge a rappresentarlo, quindi, fa di lui uno degli scrittori più sinceri – e più profondi e più onesti – della nostra storia letteraria. Ancora a Brockhoff, riguardo ai protagonisti dei romanzi polizieschi, Glauser scrive: «Umanizzare! Fare della macchinetta automatica un essere umano. E soprattutto non idealizzare più la macchina pensante, la vecchia volpe con il fiorellino della soluzione all’occhiello. [...] Non occorre che sia abile e ingegnoso. Basta che disponga di capacità d’immedesimazione e di un sano buon senso. Ma soprattutto: dobbiamo averlo vicino, e non vederlo aleggiare su quelle vette lontane dove dopo una pioggia resta asciutto e tutti i rasoi tagliano alla perfezione. Deve scendere dal suo piedistallo, la vecchia volpe! Deve reagire come lei e come me. [...] Perché è sempre vestito in modo inappuntabile? Perché ha sempre abbastanza quattrini? Perché non si gratta quando ha prurito, e perché non ha un’espressione un po’ tonta – come me – quando non capisce qualcosa?». Ricordare Glauser a 70 anni dalla sua scomparsa, dunque, come facciamo qui sotto con la sua traduttrice italiana Gabriella de'Grandi, significa allo stesso tempo sostenere i valori che la sua letteratura ha espresso ed esprime. Valori che faticano a mantenersi vivi, ma valori in cui noi tutti vogliamo continuare a credere fortemente. In fondo, la stessa consacrazione di Glauser – come per Robert Walser – è arrivata in tempi recenti: non possiamo che esserne rincuorati. (yb)

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Gabriella de'Grandi è nata il 25 marzo 1953 a Reggio Emilia, dove tuttora vive e lavora. Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all'Università di Bologna, dal 1983 è traduttrice editoriale dal tedesco. Ha tradotto tutte le opere di Friedrich Glauser uscite in italiano, vincendo diversi premi di traduzione, e opere di Cécile Ines Loos, Romano Guardini, Hugo Loetscher ed Erich Fromm. Di prossima pubblicazione, traduzioni di Joseph Roth (Adelphi) e Franz Kafka (Quodlibet). Nel 2007 e 2008 ha tenuto workshop di traduzione letteraria dal tedesco all'italiano a "Babel", il Festival di letteratura e traduzione di Bellinzona.

Gabriella de' Grandi, Peter von Matt afferma che Il sergente Studer «fa parte oggi di quella manciata di punti fissi a partire dai quali si misura il paesaggio letterario della Svizzera». Poi, però, si chiede: «è lecito attribuire un simile rango a Friedrich Glauser?». Lei cosa ne pensa?

Per la varietà delle opere, delle tipologie di scrittura e di argomenti di vita vissuta tradotti in letteratura, Friedrich Glauser è senz'altro uno scrittore di rango. Anche se probabilmente la sua esistenza ha ostacolato un'accettazione serena da parte dei lettori: la vita disperata in cui ha cercato inutilmente di fare ordine è disorientante, e per un paese come la Svizzera, che tende a ordinare, a catalogare, può costituire un problema. Vale lo stesso per Robert Walser, che fu pure scoperto con ampio ritardo. Si tratta di scrittori scomodi, per il contesto svizzero. Bisogna aggiungere tuttavia che in Italia - appena uscito negli anni '80 - Glauser ha riscosso un immediato, vasto successo. Una collega tedesca ha scoperto Glauser nella traduzione italiana. Non credo sia un caso isolato: ho sempre avuto la sensazione che la conoscenza e il successo dell'autore in Italia possano avere rinforzato la curiosità per questo autore anche in Svizzera, favorendone dunque l'approfondimento e una maggiore diffusione.

A proposito di Svizzera e di appartenenza: nella postafazione a Gli occhi di mia madre, Lei parla del «disorientamento e sradicamento al quale Glauser non potrà mai sfuggire». Con questa affermazione Lei non fa di Glauser un autore sostanzialmente apolide, un Heimatlos? Non dimentichiamo neppure che Glauser, per quanto possa valere, nasce e muore fuori dalla Svizzera...

Glauser è allo stesso tempo svizzero e non-svizzero. Sicuramente non-svizzero per il disordine, il caos della sua vita e la fuga da questo paese (anche se poi in Svizzera tornerà per allontanarsi, e sempre ritornare). La parte più serena della sua vita, pur breve, non è in Svizzera, ma in Italia. Credo davvero che temi come la droga, la saltuarietà del lavoro, la mancanza di una dimora, siano Schwerpunkte molto difficili da affrontare per una comunità come quella svizzera.

Se Glauser, come dice von Matt, ha «contribuito a fondare nell'ambito della letteratura tedesca il genere del romanzo giallo di qualità», significa anche che forse, a suo tempo, non si era ancora pronti per questo “nuovo” genere...

Io ho l'impressione che anche qui in Italia Glauser abbia contribuito a spianare la strada a un genere considerato di modesta qualità, conferendogli una dignità che non aveva. Molti lo hanno seguito su questa strada: una fioritura di gialli di qualità che si potrebbe attribuire al suo influsso. Il sergente Studer, poi, è sì colui che risolve il caso, ma è prima di tutto un uomo dotato di profonda umanità: quella che Glauser stesso gli trasmette. Non mi limiterei quindi a considerare Glauser un autore di romanzi gialli: Glauser è altro. Al di là dei disastri, delle sventure e degli eccessi, è un uomo e comprende l'uomo: sa raccontarlo. E una conoscenza dell'animo umano così sensibile, così acuta, si è senz'altro affinata anche attraverso la sofferenza. Questo, a ben pensarci, è l'aspetto che più si apprezza nella sua scrittura. Mi sono chiesta spesso come Glauser riuscisse a conciliare tanta lucidità e consapevolezza della propria vocazione di scrittore con i fallimenti, il disancoramento...

D'altronde, ne Gli occhi di mia madre , Glauser stesso parla dell'incapacità di trovare pace: «Nessuno potrà mai spiegare perché la paura incominci improvvisamente a crescere e a dissanguarci quando siamo al sicuro». Il passaggio in questo senso più vertiginoso, però, è quello che ha tradotto nella Premessa di Outsider, di una precisione drammaticamente analitica: «Il numero degli internamenti», scrive Glauser, «delle cure di disintossicazione, delle varie catastrofi della mia vita, l'elenco della durata e delle date sono irrilevanti. Mi sembra più utile accennare brevemente a ciò per cui nutro ancora speranza. Io credo di non avere ancora sfruttato al meglio le diverse esperienze acquisite nella Legione Straniera, a Witzwil, come lavoratore. Si tratterebbe di dare a queste conoscenze (sempre che di conoscenze veramente si tratti) un contenuto, invece di limitarsi a farne un resoconto oggettivo. Ciò che ho scritto fino a questo momento lo considero un esercizio, con due o tre eccezioni. Anche se mi è andato tutto male, ho sempre avuto la sensazione di avere qualcosa da dire, qualcosa che nessuno eccetto me sarebbe stato capace di dire in quel modo. Non importa se questa convinzione sia dimostrabile oppure no, se sia da annoverare tra gli autoinganni che durano una vita o se abbia un fondamento di verità. Per farla breve, è sempre stato presente, anche se molto debole, perfino nei momenti di nichilismo. Ciò che finora mi ha impedito di continuare a costruire su questo terreno comunque malcerto è stata la mia indolenza, la mia mancanza di disciplina».

Questo non è l'unico profilo che Glauser ha scritto di se stesso. Gli internamenti sono stati numerosi, Glauser ha una perfetta conoscenza delle proprie condizioni. Non annaspa, non è ignaro di sé: è anzi lucidamente consapevole. La forza di progettare caparbiamente un futuro dimostra anche la volontà di superare la disperazione, di essere fiducioso. La vita, però, lo tradisce comunque e sempre. Lo beffa di continuo, fino all'ultimo.

Criticamente, però, il rapporto tra la biografia reale di uno scrittore e la propria opera rischia di essere – anche solo metodologicamente – problematico...

Io penso che lo scrittore e la sua vita siano inscindibili, anche se l'opera ha vita propria e potrebbe essere controproducente, o perlomeno ininfluente, conoscere la vita dell'autore. Per Glauser la scissione è impossibile: è lui stesso a portare nei libri la propria esistenza, è lui stesso a offrircela direttamente. Gourrama ne è un esempio.

Nella Postfazione Gli occhi di mia madre, Lei scrive che «nella sua anima devastata sopravviv[e] intatta la memoria, bussola della sua scrittura. Nulla è andato perduto. La dimenticanza che a volte salva chi ha sofferto troppo non cancella neppure gli anni più lontani. Glauser registra la propria vita con la precisione e il rigore di un osservatore acutissimo che non cede mai all'autocommiserazione, ma guida chi vuole seguirlo fuori dalle stanze opprimenti di case non sue, oltre le sbarre di prigioni e manicomi, buie miniere e fumose cucine d'albergo, e con la sua mano di scrittore scosta il velo e mette a nudo una realtà cruda e insopportabile». Quello dell'autocommiserazione mi sembra un altro punto importante.

Glauser non indulge mai all'autocommiserazione. Racconta di sé e della sua sofferenza con grande dignità. Il dolore con cui ha convissuto avrebbe potuto renderlo guardingo, diffidente; di fatto, questo non avviene. Anche nei confronti dei medici, quei medici che sono spesso suoi interlocutori e personaggi dei suoi racconti, non si pone in modo ostile. Nei confronti di tutti coloro che avrebbero potuto fortemente osteggiarlo o danneggiarlo, non c'è acrimonia, severità o senso di superiorità. Glauser è un uomo che comprende l'uomo.

Ne Il regno di Matto, per esempio, c'è malgrado tutto rispetto per i medici. Malgrado la continua messa in discussione dei manicomi, dei metodi della psichiatria, degli infermieri, Studer è profondamente influenzato dal medico Laduner...

Glauser ha più volte espresso il suo scetticismo nei confronti della psichiatria. Sempre con garbo e moderazione, però, e malgrado i suoi giudizi fossero molto severi anche nei confronti degli psichiatri, che riteneva incapaci di capire.

Per chiudere il cerchio, Le sottopongo un altro estratto di von Matt: «Studer deve scoprire la verità. Ma non si tratta soltanto della verità relativa a un crimine particolare. Si tratta di qualcosa di più: della verità, la verità silenziosa, pericolosa e vietata che riguarda tutta una società e le cerchie che contano nella seriosa e borghese Svizzera con le sue solide istituzioni. [...] La ricerca della verità, più che al cospetto della cattiveria umana, conduce Studer al cospetto della miseria economica e alla crisi degli anni '30, lo sfondo che determina tutto. In questo viene alla luce la caratteristica struttura del potere in Svizzera: una fitta trama chiusa dal basso in alto, un rigido intreccio di rappresentanti e persone influenti, che va dai sindaci su su fino ai parlamentari, ai consiglieri di banca, agli alti ufficiali, molto spesso con accumulo degli incarichi e numerosi vincoli reciprochi e reciproche buone parole. Ci si dà una mano come sottotraccia, senza troppe parole, contando gli uni sugli altri. Ma in caso di conflitto, i piccoli si perdono per strada: sono quelli che pagano quando si tratta di coprire la gente in vista. Nessun autore svizzero ha diagnosticato questo fatto con la precisione e l'appassionata e democratica umanità di Glauser; nemmeno Dürrenmatt, che pure si ispirò a Glauser e Studer per dar vita al suo commissario Bärlach». Che ne pensa?

In Glauser io colgo piuttosto la com-passione per la piccola umanità. Nell'ultimo racconto de Gli occhi di mia madre, per esempio, si coglie questo pathos per l'uomo solo, che non sa come vivere la sua vita. Von Matt, invece, farebbe di Glauser quasi il testimone di una denuncia sociale... Sono perplessa. L'adesione alla sofferenza, il senso di disorientato e l'incapacità di risolverlo, questi mi sembrano gli aspetti che emergono con maggior vigore.

Forse c'è proprio la volontà di dare a Glauser un ruolo fisso, definitivo...

Politicizzare Glauser sarebbe deviante. Glauser chiede di essere riconosciuto come scrittore.

Un'ultima domanda riguardo alla sua esperienza di traduttrice di Glauser: quali sono le peculiarità della sua scrittura (ma anche della traduzione) e le maggiori difficoltà che ha incontrato?

La mia ultima esperienza, Outsider , è significativa: ancora una volta si è dovuto tener conto della scrittura di Glauser, che appare semplice ma si lascia tradurre solo con un lavoro accurato di rifinitura. Anche per Gli occhi di mia madre sono state necessarie sei stesure. È molto facile tradire questo tipo di scrittura, non troppo complessa dal punto di vista sintattico o lessicale, ma musicalmente molto delicata, una delicatezza che esige di essere mantenuta: le «bolle cangianti» di cui Glauser parla all'inizio de Gli occhi di mia madre si rompono facilmente.