Babel, Festival di letteratura e traduzione

Intervista con Vanni Bianconi

Approfondimento del 18/10/2011 di Roberta Deambrosi

Si svolge principalmente a Bellinzona, Babel - Festival di letteratura e traduzione, e apre le porte della creatività "oltre" i confini linguistici e culturali abituali ad un pubblico sempre più numeroso ed entusiasta. Ogni anno il suo programma – che non propone solo letture e conferenze, ma anche proiezioni, cene con gli autori, workshop di traduzione... – si snoda attorno a una lingua, un paese, una regione, una minoranza. La sesta edizione, fresca di chiusura, ha invitato scrittori e artisti dalla Palestina a «pronunciare la parola oltre il confine». Un'occasione per un bilancio che tracciamo con il direttore artistico del Festival, Vanni Bianconi.

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Tra il dramma e il riso, tra le difficoltà materiali e gli incontri/scontri intellettuali e culturali, tra l'incudine dell'oppressione e il martello del ruolo di vittima e bersaglio per eccellenza... Questo e ben altro ancora sembra caratterizzare il fare degli artisti palestinesi. A suo avviso gli incontri organizzati a Bellinzona hanno permesso al pubblico di Babel di toccare con mano, di interrogare e interrogarsi? Quali reazioni ha potuto raccogliere sia tra i partecipanti che tra il pubblico? Ci racconta l'edizione 2011 attraverso un momento a suo avviso emblematico dello spirito di Babel?

Una delle necessità più sentite dagli scrittori palestinesi è quella di contrastare la forza bidimensionale e disumanizzante delle etichette, del telegiornale della sera o del manifesto politico, e dare voce alla quotidianità, alla noia, alla stupidità, agli amori, i mal di testa, all’individualità di chi vive in Palestina. Di popolare di voce umana la loro scrittura, dunque – intento proprio di tutta la letteratura, ma doppiamente difficile e doppiamente necessario per chi, persa la terra delle Scritture, può solo scrivere della sua terra, mentre teme di non amare più la Palestina ma solo un’idea della Palestina.
Un segno di come questa necessità abbia trovato la sua propria espressione durante i giorni di Babel è stata la reazione del pubblico: se giovedì e venerdì poche domande finivano con il punto interrogativo ed erano molte quelle che passavano dall’«io» («ero lì, ho visto, ho pianto, ho capito») al «noi» («dobbiamo dire, dobbiamo fare, dobbiamo reagire»), già sabato pomeriggio le domande si ponevano davvero all’ascolto di quello che gli scrittori, uno dopo l’altro, avevano da dire, rispettavano la prospettiva inaspettata che ognuno di loro offriva. Come, per esempio, Adania Shibli che alla domanda su come si sente a possedere un passaporto israeliano risponde: «Non mi fa nessun effetto, non mi interessa affatto, perché non l’ho scritto io». O Elias Khuri che ammette che se alla fine del romanzo La porta del sole il suo protagonista è felice e ha molti nipoti, la fine del libro è ben più drammatica per lo scrittore che nel frattempo si era innamorato della moglie del protagonista. O Suad Amiry che in un’intervista ha detto «i media si interessano di morte; mentre al festival Babel interessa la vita e presenta un Paese che vive, fa film, scrive poesie e libri» e proprio oggi, per email, ha aggiunto «Babel è stato un momento importante per noi palestinesi».
E un’immagine che è tornata più volte è quella della chiave di casa che chi è fuggito dalla Palestina nel 1948 ancora tiene con sé, nel portachiavi o sottovetro, appesa alla parete del suo appartamento in un qualsiasi paese del mondo. Quello che gli scrittori palestinesi hanno saputo fare è stato aprire altre porte con quella stessa chiave.

I festival letterari, a tema o meno, piccoli o grandi, locali o internazionali, sono sempre più numerosi, sempre più affollati. Tra le mille offerte e i mille tagli possibili Babel ha fatto una scelta precisa:  per quattro giorni (e più, considerando le manifestazioni "extra"), pone al centro dell'attenzione la traduzione letteraria. Ci può dire le ragioni e le modalità di questa scelta?

Babel è nato nel 2006: Mantova e altri festival avevano mostrato quanto il pubblico desiderasse incontrare gli autori, sentirli leggere e riflettere sul loro lavoro, e come i festival potessero essere il luogo per un vivace dibattito culturale. Con un gruppo di amici, scrittori, traduttori, editori, si decise di portare al centro del dibattito uno degli aspetti più importanti e trascurati della letteratura: la traduzione. 
Babel si concentra sulla traduzione letteraria a vari livelli, sia in senso stretto (scrittori che hanno uno stretto rapporto con più lingue o più culture a dialogo con i loro traduttori italiani, laboratori di traduzione, traduzioni di libri) sia come metafora di ospitalità linguistica, fondamentale per comprendere il mondo contemporaneo col suo bisogno di comunicazione globale e di identità locali – a maggior ragione in una situazione plurilingue e culturalmente divisa come quella della Svizzera in generale e del Ticino in particolare. 
E la traduzione ha dimostrato di essere una chiave d’accesso privilegiata per coinvolgere un pubblico vario e gli scrittori, gli addetti ai lavori e gli studenti delle scuole, i giornalisti e i traduttori, in un dialogo che anno dopo anno si misura con realtà svizzere e mondiali, arte e politica, vita e scrittura.

Rimanendo sempre nell'ambito della riflessione che sta a monte dell'evento, ci può raccontare come viene scelto, di volta in volta,  l'invitato – sia esso una lingua, un paese, una regione, forse anche un tema?

Possono essere significative le riflessioni che hanno portato alla scelta del paese ospite per l’edizione appena conclusa e per la prossima. 
Per il 2011 avevamo pensato a un paese del nord Europa ma abbiamo cambiato idea durante i giorni dell’edizione messicana: nel 2009 Babel ha ospitato la Russia, nel 2010 il Messico, due contesti socioculturali estremamente complessi e difficili. Gli autori ospiti di Babel in quelle due edizioni si sono espressi con un’intensità che in parte dipende da considerazioni di impegno civile alle quali non possono sottrarsi. Ci è sembrato giusto portare questa ricerca un passo più in là, sia sulla mappa geografica, ospitando un paese arabo, sia a livello della gravità e della centralità del conflitto. Abbiamo dunque deciso di invitare una cultura senza Stato, letteratura con più lingue: quella palestinese.
E dopo queste edizioni in cui ci si è concentrati sulle risposte degli scrittori a domande storiche, politiche e sociali, nel il 2012 si è deciso di porsi delle domande letterarie: ospite di Babel sarà la Polonia, e in particolare la sua poesia: buona parte dei più grandi poeti del Novecento sono polacchi – Zbigniew Herbert, i premi Nobel Czesław Miłosz e Wisława Szymborska, Tadeusz Różewicz, Julia Hartwig, Adam Zagajewski hanno offerto al mondo una poesia limpida, leggera, diretta, dalla precisione lancinante e lo humour pacato. Babel vuole scoprire la poesia delle nuove generazioni, cresciute senza più l’ombra del muro ma all’ombra meravigliosa di questi poeti. Sarà dunque un’edizione-laboratorio in cui non ci si limita a presentare i migliori risultati di una certa letteratura, ma ci si impegna attivamente in una ricerca che inizia con un lavoro di scouting, prosegue con un lavoro di traduzione di alcuni poeti, affidato a poeti italiani, mirando a una contaminazione tra poesia polacca e italiana, per arrivare alle pubblicazioni in forma libro e su riviste, e ai giorni del festival.

Da Bellinzona all'extraBabel, i luoghi e i tempi del Festival si dilatano felicemente, anche in iniziative destinate a rimanere su carta, come le collaborazioni con gli editori Casagrande e Cascio. Quali manifestazioni e ulteriori iniziative avete ancora in programma?

Siamo molto contenti di questa crescita nello spazio e nel tempo, che concorre a confermare la natura non effimera del lavoro svolto da Babel. La dimensione “extraBabel”, che porta gli ospiti e le tematiche del festival ad attraversare i confini geografici e le barriere temporali, cresce di anno in anno: per menzionare solo i prossimi appuntamenti, in novembre 2011 “extraBabel” sarà in Polonia, dove tre coppie di poeti svizzeri e poeti polacchi ultimeranno la traduzione delle rispettive poesie nelle proprie lingue; a Roma darà l’opportunità a una giovane traduttrice di soggiornare all’Istituto svizzero, di lavorare con Melinda Nadj Abonji, di cui sta traducendo un romanzo, e di dialogare con lei in pubblico – e la collaborazione con l’ISR si articolerà sull’arco dell’anno con incontri e altri progetti.
Oltre ai libri Babel di Casagrande e Cascio, da quest’anno abbiamo iniziato a produrre delle interviste video (la prima, di Maria Nadotti a Daniel Barenboim, è stata proiettata nei giorni di Babel e presto verrà messa in rete, insieme ai filmati di tutti gli incontri), e abbiamo intenzione di intensificare questa parte nel 2012. Ma nuovi i progetti in cantiere sono molti, da un premio per la traduzione a collaborazioni più strette con università svizzere e italiane e le scuole ticinesi.