La rivista «Cenobio» e le Edizioni Cenobio

Intervista con Pietro Montorfani

Approfondimento del 18/11/2011 di Yari Bernasconi

Le Edizioni Cenobio, inattive da diversi anni, hanno ripreso la loro esperienza editoriale: Il divano occidentale e altri scritti per «Cenobio» (1959-1966) di Piero Chiara è il libro che inaugura questa "rinascita". Per l'occasione, ci siamo intrattenuti con Pietro Montorfani, direttore della rivista trimestrale di cultura «Cenobio», a cui la casa editrice è legata.

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Le Edizioni Cenobio – legate alla rivista ticinese «Cenobio» – ritornano a esistere dopo diversi anni di silenzio. Può darci uno scorcio storico dell'esperienza delle Edizioni Cenobio fino a oggi?

Le Edizioni Cenobio nascono, di fatto, assieme all’omonima rivista, nel lontano mese di marzo del 1952, per iniziativa del fondatore Pier Riccardo Frigeri. La sede, come oggi, era a Lugano. Si occupavano da principio di pubblicare gli estratti della rivista, per farne omaggio agli autori e garantire così una maggiore visibilità ai contenuti dei fascicoli: un libro, anche se minuscolo, rispetto ad una rivista balza più facilmente all’occhio dentro il catalogo di una biblioteca... Frigeri, da esperto bibliotecario, conosceva bene tutte queste dinamiche. I volumi veri e propri sono arrivati solo qualche anno più tardi, ma si trattava ancora, per lo più, di accorpamenti di articoli già apparsi su «Cenobio». Mi viene anzi il sospetto che molti contributi, spesso riuniti in rubriche, venissero chiesti agli autori già nell’ottica di una futura pubblicazione in volume. È il caso, per fare un esempio, dell’antologia C’è un solo villaggio nostro (1972), curata dallo stesso Frigeri con prefazione di Felice Filippini, dove vennero raccolti gli interventi dei maggiori scrittori svizzero-italiani dell’epoca apparsi sulla rivista. Letteratura e filosofia, da una breve scorsa al catalogo, la facevano senz’altro da padroni, con scritti di (e su) Soren Kierkegaard, Blaise Pascal, Romano Amerio, Paolo Gir, Ugo Canonica, Piero Bianconi, Giuseppe Zoppi, Giovanni Bonalumi (ma l’elenco potrebbe essere molto lungo).

Lei ha così deciso di rilanciare le Edizioni Cenobio. Il libro proposto per questa "ripartenza" o "rinascita" è Il divano occidentale a altri scritti per «Cenobio» (1959-1966) di Piero Chiara («scopo di questa pubblicazione – come lei afferma nella sua Introduzione – è [...] gettare nuova luce sul capitolo poco noto dei rapporti di Chiara con il mondo dei periodici culturali della Svizzera italiana»). Quale sarà la linea editoriale delle Edizioni Cenobio? In cosa consiste il progetto, anche a livello pratico (frequenza delle pubblicazioni, distribuzione ecc.)?

Pubblicare libri nel 2011 non è cosa che si faccia senza rischi. Banalmente, rischi di natura economica. Per questa ragione abbiamo impostato lo sviluppo di questa piccola casa editrice su criteri di grande prudenza. Pensiamo di pubblicare uno, massimo due libri all’anno, facendo scelte sempre molto ponderate. Esistendo già, anche dal punto di vista giuridico, una società delle “Edizioni Cenobio” (con numeri ISBN registrati e una macchina amministrativa molto ben avviata), sarebbe stato un peccato non sfruttare questa possibilità. Diciamo che parte degli ostacoli che generalmente si frappongono alla stampa di un libro, nel nostro caso erano stati superati in precedenza, facilitandoci non poco il lavoro. Quanto alla distribuzione, in Ticino è sia online (sul sito della libreria Casagrande) che fisica nella maggior parte delle librerie (comprese quelle del gruppo Melisa). Abbiamo inoltre una base d’appoggio in Provincia di Milano e, naturalmente, sfrutteremo la rete di contatti della rivista, molto presente anche a livello internazionale (presso università e istituti di cultura, oltre a qualche privato).

Come si pone la sua casa editrice all'interno del panorama editoriale della Svizzera italiana? E in che modo le Edizioni Cenobio pensano di poter arricchire questo panorama?

Per le ragioni dette sopra (prudenza nelle scelte e sobrietà nei ritmi di pubblicazione) la nostra presenza non dovrebbe, credo, infastidire nessuno. È importante però, sin da subito, avere un carattere ben definito, uno stile che ci distingua da quanto offre l’ipertrofico territorio svizzero-italiano. È importante che si capisca che le Edizioni Cenobio non sono un semplice portavoce della rivista, ma qualcosa di diverso e, forse, più ambizioso. È nostra intenzione infatti pubblicare libri che “non esistono”: cioè testi nati più dalla volontà di un curatore che dal desiderio di un autore, come le antologie (anche poetiche), le raccolte di articoli di giornale, i convegni, e così via. È un modo, crediamo, di difendere il formato-libro in un’epoca che, a causa dell’elettronica, lo ha molto messo in discussione. Crediamo che questo parallelepipedo di cellulosa abbia ancora una sua ragione d’essere, e per fare questo vorremmo “inventare” dei libri (sin dai titoli) che non esistono ancora nei cataloghi. Il nome (noto) dell’autore e il titolo (sconosciuto) del libro dovrebbero suscitare curiosità.
Il progetto grafico, articolato su più collane, vorrebbe rispecchiare questa concezione: nessuna immagine, il nome dell’autore in bianco su campo scuro e il titolo in nero (dunque meno visibile). Sappiamo che difficilmente potremo ottenere libri importanti di autori famosi, ma libri minori di nomi noti sì. Un caso per tutti, Il divano occidentale di Piero Chiara.

Più in generale, quale è il suo giudizio sull'attuale situazione editoriale nella Svizzera italiana (includendo nella riflessione i periodici)?

Domanda delle più impegnative, oltre che rischiosa. Conosco di persona buona parte degli addetti ai lavori e naturalmente non sono mancate, anche in passato, le occasioni di confronto. Mi pare che in generale la qualità sia alta, Dadò e Casagrande fanno spesso cose egregie e abbiamo un’editoria minore (dalle edizioni Alla chiara fonte di Mauro e Chiara Valsangiacomo all’Ulivo di Alda Bernasconi) che svolge l’importantissima funzione di talent scout, con i rischi che questa comporta. Noto però, negli ultimi anni, una minore disponibilità degli editori più grandi ad accogliere autori locali, mentre non mancano scrittori e poeti italiani che sono riusciti a farsi stampare in Ticino (ma i cui prodotti non sono di necessità migliori di quelli locali). Insomma, c'è sempre il rischio di peccare di provincialismo. Ho l’impressione inoltre che gli editori ticinesi non seguano con la dovuta attenzione la fortuna italiana di alcuni nostri scrittori, confermando nei fatti la massima secondo cui nemo propheta in patria. Ma non vorrei dimenticare il Grigioni italiano, che con le edizioni “L’ora d’oro” rappresenta forse la maggiore novità di questi anni (merito dell’indefesso lavoro di Andrea Paganini). Quanto alle riviste, agli occhi dei lettori si dividono ancora in tradizionali (“Cenobio”, “Cantonetto”) e sperimentali (“Bloc Notes”, “Groundzero”, “Viola”, “Opera Nuova”). Per quanto ci riguarda, vorremmo dimostrare nei prossimi mesi che tale suddivisione, di fatto, non esiste, perché la cultura, se fatta bene, può toccare tutti gli ambiti (alti e bassi) del sapere e della produzione letteraria o artistica, senza timori di sorta.