Un ricordo di Giovanni Orelli

(1928-2016)

Approfondimento del 09/01/2017 di Fabio Pusterla

Ho conosciuto Giovanni Orelli tanti anni fa, quando ero uno studente al Liceo Carlo Cattaneo di Lugano, allora l’unico liceo del cantone, dove lui insegnava italiano. E se comincio da qui a tratteggiarne la figura intellettuale non è soltanto per una ragione soggettiva, bensì perché ritengo che la complessità del suo lavoro richieda oggi soprattutto di ricordare, insieme all’opera dello scrittore e del critico, che costituisce, non c’è da dubitarne, il centro vivo e duraturo della sua lunga attività culturale, anche quegli aspetti legati alla memoria individuale dei giovani che hanno avuto la fortuna di conoscerlo come insegnante, come maestro: un insegnante capace di entusiasmare, un maestro capace di incoraggiare ma anche di correggere e talvolta persino di sgridare severamente.

Erano, quelli, anni di turbolenze politiche e di grande opposizione; e Giovanni Orelli era particolarmente vicino alle ragioni (e forse anche alle irragioni, come avrebbe detto il suo amatissimo Gadda) della protesta studentesca; il mattino, entrando a scuola, leggeva subito i volantini che distribuivamo davanti al cancello, e poi, accendendo una sigaretta, li commentava, di solito per osservare qualche imprecisione, qualche banalità. Forse questo è il mio più antico ricordo di lui, e si accompagna subito a una sensazione che allora dovevo provare confusamente: di simpatia, di ammirazione, ma anche di timore, come se la sua lettura, prima ancora dell’eventuale commento critico, insinuasse in me e in noi un dubbio: di non aver letto abbastanza, di non aver capito abbastanza, di non aver saputo evitare, nel terreno rischioso dei volantini, della propaganda ma anche dell’educazione alla politica, la caduta nell’ovvietà e nella generalizzazione: pericoli dai quali Orelli ci metteva in guardia. Qualche anno dopo, arrivato l’ultimo anno di liceo, dopo una serie di difficoltà con i precedenti insegnanti di italiano, alla nostra classe, maschile, difficile , “scientifica” e in sostanza illetterata (in effetti, credo che ben pochi tra i miei amici e compagni avessero un grande interesse per la lettura e per la letteratura), venne assegnato d’ufficio Giovanni Orelli, che entrò a settembre nell’aula con una grande battuta ad effetto: «Mi hanno detto che siete una classe difficile. (Pausa calcolata, lungo sguardo circolare) E a me piacciono le classi difficili». Era soltanto una battuta? Oppure, come tendo a credere oggi, quelle parole rivelavano una visione della scuola e forse della letteratura? Scuola come luogo di reale incontro, reale crescita, e anche, dal punto di vista dell’insegnante, come luogo di costante sperimentazione: non tanto nei confronti degli studenti ben disposti e già in principio interessati, ma degli altri, che rischiano di perdersi nell’anonimo mutismo; letteratura come gesto attivo, azione che incontra gli individui, li sfida, li stana, li accoglie e li accompagna. Di quell’anno scolastico per me tanto importante, ricordo soprattutto il fascino che Orelli sapeva esercitare su di noi: con i suoi completi di velluto, con la sigaretta che talvolta accendeva durante la pausa senza neppure uscire dall’aula, sporgendosi alla finestra (e accettando sornione che noi facessimo lo stesso); e soprattutto con le sue lezioni pirotecniche, durante le quali poteva spaziare in cieli a noi del tutto ignoti, mostrandoci per un istante la lucentezza di astri che forse un giorno avremmo potuto conoscere e amare: Joyce, Proust, T.S.Eliot, Roman Jakobson, Leo Spitzer erano quasi solo nomi, per il me di allora; nomi che Orelli, come un illusionista di altissimo livello, faceva apparire parlando d’altro, commentando Dante o una novella del Verga, leggendo un mottetto di Montale o un passo del Guicciardini. Ma quei nomi, pronunciati, illuminati e messi al lavoro da lui, sembravano a me che ascoltavo schiudere un universo di conoscenza che avrei voluto a mia volta esplorare e di cui, per la prima volta con tanta intensità, avvertivo il richiamo. Posso dire infatti con sincerità che non avrei neppure preso in considerazione l’ipotesi di studiare lettere se non avessi incontrato Giovanni Orelli sui banchi del liceo; e credo anche di aver pensato, allora, e di non aver poi mai dimenticato negli anni e nei decenni successivi, quando a mia volta avrei svolto il mestiere faticoso e bellissimo dell’insegnante, che mi sarebbe piaciuto assomigliare a quella splendida figura intellettuale. Con buona pace delle alte o meno alte scuole pedagogiche, io penso oggi, e forse ho pensato sempre, che si impari a essere un insegnante, e speriamo un buon insegnante, a partire da un moto di ripulsa e di emulazione: la ripulsa nei confronti degli insegnanti odiosi che abbiamo avuto, l’emulazione di coloro che abbiamo considerato ammirevoli, entusiasmanti e benefici. Giovanni Orelli, lo si sarà capito, appartiene senz’altro a questa seconda famiglia, popolata di pochissime, fondamentali figure; e sono certo che il mio ricordo individuale possa essere interpretato come ricordo quasi collettivo: non appartiene solo a me, ma ai moltissimi studenti di Giovanni Orelli che non hanno mai dimenticato il loro insegnante di italiano.

  Ma questa straordinaria capacità derivava anche da un fatto: l’autorevolezza e il fascino di Giovanni Orelli poggiavano, non c’è dubbio, sulla sua personalità, sulla sua cultura d’eccezione; ma anche sull’evidenza che il suo parlare di letteratura non era mai “esterno” alla materia trattata, ma sempre vivo, partecipe, implicato, perché Giovanni Orelli era uno scrittore, e questo era chiarissimo anche a chi, come noi, non aveva ancora letto i suoi libri. Era uno scrittore, e basta; e si capiva che poteva parlare di letteratura con la fraternità di chi alla letteratura, al fare letteratura, sta dedicando la vita. Ecco un’altra caratteristica assolutamente essenziale di Giovanni Orelli (non molto dissimile da quella del cugino Giorgio): nel suo modo di essere, come insegnante, come critico, come intellettuale militante e persino come attivista politico, la letteratura, la creatività letteraria erano sempre pulsanti, presenti, e gli consentivano di sparigliare costantemente le carte, di non essere mai prevedibile, mai allineato. L’intelligenza e la capacità associativa (il suo famoso gusto per le citazioni veniva da qui) prendevano di sorpresa le coscienze più torpide, e il suo discorrere era costantemente spettacolare, poiché mescolava chiarezza e dissimulazione, ragionamento espresso con nitore e brusco scarto laterale. Come nelle sue pagine narrative, detto e non detto, narrazione e ellissi narrativa, alto e basso della lingua e dello stile creavano nel suo modo di attraversare il mondo una sorta di misterioso concerto. Una volta, ridendo davanti a un bicchiere di vino rosso, Giovanni raccontava scherzando che suo cugino Giorgio, grandissimo poeta lirico, da giovane suonava evidentemente la chitarra; e invece lui, che preferiva definirsi «povero giullare» (così un suo verso, che potremo presto rileggere nel volume che raccoglierà tutte le sue poesie, in uscita presso l’editore Interlinea di Novara), da giovane non poteva che suonare la fisarmonica (forse farebbe piacere, a Giovanni, la dichiarazione di un poeta contemporaneo, Francesco Scarabicchi, che alla trita domanda “perché ha scelto di scrivere poesie?” aveva risposto una volta: “perché non so suonare la fisarmonica”). E forse nell’immagine scherzosa c’è davvero un fondo di verità, un’intuizione: perché lo scrittore Giovanni Orelli ci propone in ogni sua opera, e nell’insieme vasto e variegato della sua produzione letteraria, fatta di narrativa, di poesia, di prose meditative e di interventi critici, ma anche in ogni sua frase e persino nella più piccola molecola del suo stile, una voluta ed esibita varietà di toni e di registri, un costante movimento del linguaggio, che passa in un istante dall’ironia dell’intelligenza alla nostalgia del sentimento, sempre in bilico tra una cosa e l’altra, sempre in viaggio. Come se un’invisibile fisarmonica suonasse dentro le parole.

Molti studi sono già apparsi, altri sono in corso e altri ancora verranno, sull’opera letteraria di Giovanni Orelli. Sul narratore, prima di tutto, che esordì splendidamente con un romanzo bilenchiano (il Bilenchi de La siccità , per esempio) e bellissimo, L’anno della valanga, scritto a distanza (di tempo e di spazio) dai fatti narrati, e proprio per questo capace di non rimanerne succube, ma di offrire al lettore, insieme al resoconto degli avvenimenti, un che di misterioso, forse persino di allegorico; e che di quel romanzo, e della sua perfezione stilistica, avrebbe anche potuto restare prigioniero, se non avesse avuto il coraggio di rinnovarsi rischiosamente, prima con il titolo successivo, La festa del Ringraziamento, e poi con le molte opere a seguire, su su fino al romanzo forse maggiore, e più arduo e sperimentale, cioè Il sogno di Walacek. E poi sul poeta, in dialetto e in lingua, che faceva scoppiettare le parole come castagne nel calderone traforato della metrica chiusa: sonetti, ipersonetti, quartine, giochi di lingua e di forma, perché la poesia per Giovanni Orelli è stata soprattutto palestra di alchimia verbale, ricerca di soluzioni e di smarrimenti. Ma di tutto questo, come si diceva, si è parlato e si dovrà ancora parlare a lungo, e non è questa la sede giusta per farlo. Vorrei invece ricordare ancora un elemento importantissimo del lavoro di Giovanni Orelli, un altro titolo di credito che potrà far valere, dovunque egli si trovi, nei nostri confronti (e che noi non potremo mai davvero ripagare): la sua indefessa attività di critico militante, attentissimo alla Svizzera italiana, e sempre pronto a farla dialogare con il mondo. Di nuovo, è stupefacente vedere (e meglio ancora questo apparirà quando qualcuno avrà la forza e il coraggio di stabilire una bibliografia generale dei suoi scritti) come l’intervento critico di Giovanni Orelli sia stato inesauribile, e si sia manifestato in molti luoghi e con straordinaria varietà di forme e di interessi: dalla pagina di giornale (Libera Stampa, Politica Nuova, Corriere del Ticino, La Regione, fino al settimanale Azione che per moltissimo tempo ha ospitato le sue scorribande recensorie: solo per citare alcune delle testate a cui il critico ha collaborato) alla rubrica radiofonica e alla trasmissione televisiva (memorabile la serie Questo e altro, condotta da Giovanni Orelli negli anni ’70, se non erro, e capace di condurre nelle case degli spettatori, in prima serata, non pochi tra i protagonisti della migliore cultura italiana ed europea), fino alle riviste più impegnate e agli interventi in volume. E qui basterà ricordare l’antologia Svizzera italiana, apparsa nel 1986 nella collana “Letteratura delle regioni d’Italia. Storia e testi” diretta da Piero Gibellini e Gianni Oliva (Brescia, La Scuola), un volume importantissimo, che molto fece discutere; e a cui si potrà forse almeno accostare il discorso critico intitolato Un orto sopra Ponte Chiasso. Soprattutto, però, vorrei sottolineare la fatica settimanale del recensore minuto (eppure, ancora una volta, mai banale): Giovanni Orelli ha dedicato un tempo incalcolabile ai libri degli altri, mostrando un’apertura di giudizio (e un’assenza di pregiudizio) non di rado sorprendenti. Per decenni, a lui si è dovuto il primo sguardo, la prima attenzione critica, talvolta il primo rimbrotto se non la prima stroncatura; il giovane o giovanissimo esordiente della Svizzera italiana sapeva che Orelli l’avrebbe letto e probabilmente avrebbe parlato di lui, spesso inserendo nella descrizione e nel giudizio associazioni culturali sbalorditive. Forse l’autore del libro non ci aveva pensato; forse in qualche caso avrà potuto essere stupito e persino infastidito da qualche collegamento inopinato; ma sempre ha dovuto riflettere su di sé, e sempre ha dovuto considerare con gratitudine il gesto di Giovanni Orelli, che sapeva passare dai grandi classici della letteratura ai primi passi degli aspiranti autori. Un lavoro improbo, quasi sempre svolto, raccontava Giovanni, nelle lunghe ore di insonnia notturna, che passava spigolando i libri e stendendo i suoi brevi articoli critici; un lavoro, anche, a cui si è a lungo accompagnata un’altra forma di sostegno alla letteratura, non meno faticosa. Giovanni Orelli è stato per molto tempo membro di enti e commissioni federali (in primis di Pro Helvetia) da cui dipendevano sussidi di pubblicazione e borse letterarie; partecipare a quelle riunioni, a Zurigo o a Berna, nel tempo rubato alle lezioni, voleva dire per lui difendere pragmaticamente i diritti della Svizzera italiana, occupare uno spazio che altrimenti sarebbe con facilità svanito, ottenere attenzione e finanziamento per i più giovani. E poi, finita la riunione, bere una birra in volata, saltare sul treno per Lugano, e riaprire un libro, o la cartella con i compiti da correggere.

Chissà, magari anche qualche mio componimento è stato corretto così, tra una riunione, un impegno e una recensione; magari proprio quello da cui, nella mia memoria spero non troppo infedele, sembra dipendere una buona parte del mio destino. Era il primo componimento che consegnavo al professor Orelli; avevo per l’occasione scritto un racconto impegnandomi molto, e dentro di me ingenuamente pensavo che, oltre all’immancabile buon voto (mi ero abituato ai risultati facili con gli altri insegnanti), avrei ricevuto qualche parola di elogio, una specie di pacca sulla schiena, da scrittore ad aspirante tale. Invece la nota fu bassa: appena sufficiente. Cercando di nascondere la delusione, chiesi ragione al professore di quel voto quasi infamante. Perché quasi sufficiente? Mi rispose senza neanche alzare la testa da un foglio che stava leggendo: «Perché puoi fare di meglio. Ecco perché». In quel momento credo di aver pensato che forse la letteratura poteva essere una cosa seria, una cosa a cui valeva davvero la pena dedicare la vita, o almeno provare a farlo. E di quel pensiero sono grato a Giovanni Orelli; di quel pensiero, e di molte altre cose.